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Benito Li Vigni è uno che di petrolio se ne intende. Ha cominciato alla Gulf e ha continuato all'Eni dove, all'inizio degli anni Sessanta, è stato stretto collaboratore di Enrico Mattei. Come dirigente dell'Agip si è occupato a lungo di distribuzione e di sviluppo internazionale per approdare alla visione critica che ha esposto nel suo ultimo libro, Le guerre del petrolio - Strategie, potere, nuovo ordine mondiale, pubblicato da Editori Riuniti. L'abbiamo incontrato a Roma, durante un convegno sulla ricostruzione irachena.
Lei è stato collaboratore di Mattei: cosa può dire di quella stagione?
Mattei propose un approccio del tutto nuovo: una collaborazione con i paesi produttori basata su rapporti paritetici in un periodo di puro imperialismo da parte delle grandi compagnie anglo-americane. Fu una strategia che consentì, fra l'altro, di ricavare un ruolo significativo per l'Eni, che a quel tempo non era nemmeno considerata degna di sedere al tavolo delle trattative. In piena guerra fredda Mattei non esitò a firmare un contratto con l'Urss né a rompere le scatole all'Anglo-Persian in Iran, considerato allora un vero e proprio feudo britannico…
Le cose sono cambiate da allora?
Diciamo che sembrano tornate indietro di un secolo con gli americani che, in Iraq, hanno preso il posto degli inglesi, mentre l'Autorità provvisoria sostituisce il protettorato britannico legalizzato nel 1920 dalla Società delle Nazioni. Ma adesso come allora, il nazionalismo iracheno si sta rivelando un ostacolo imprevisto - forse l'ultimo - al progetto di egemonia globale statunitense.
Petrolio come ricchezza ma anche risorsa strategica decisiva…
Esatto. Diciamo che mentre la ricchezza del petrolio iracheno risiede nel suo valore commerciale - 30 milioni di dollari per una riserva che il Dipartimento per l'energia statunitense considera sottostimata - come risorsa strategica non ha prezzo. Controllarlo significa sottrarlo alle altre potenze: Russia, Cina e, soprattutto, Europa.
Può spiegarsi meglio?
Per capire cosa sta accadendo bisogna partire dalla cosiddetta dottrina Clinton, fallita dopo dieci anni dal suo "lancio". Apparentemente si trattava di garantire all'Occidente l'accesso alle risorse energetiche emarginando Russia e Iran ma, in realtà, Washington voleva mettere piede in Eurasia per far saltare ogni relazione commerciale diretta fra Russia, Europa e Cina. Attraverso gli oleodotti del Caspio, dei Balcani e la direttiva afgana, il petrolio sarebbe stato integralmente gestito dalle compagnie statunitensi che l'avrebbero rivenduto al mondo. Alla fine degli anni ‘90, però, i conflitti in Cecenia e nei Balcani, e l'incapacità dei talebani di controllare il territorio, facevano saltare il piano. E consentivano agli europei di alzare la testa.
In che senso?
Sono di quel periodo sia gli accordi russo-tedeschi per la fornitura del gas che il blue stream, l'avveniristico oleodotto costruito dall'Eni per portare il petrolio russo nel Mediterraneo senza passare per le corporation Usa. Saddam, che stava cercando disperatamente di ottenere la fine dell'embargo, in quel periodo firma favorevoli accordi con Francia, Russia, Cina e Italia. Dal 1995 al 2000 le aziende europee si accordano per lo sfruttamento di circa la metà delle riserve allora stimate, ovvero 116 miliardi di barili.
Gli interessi italiani nel paese risalgono a quel periodo?
Nel 1997 l'Eni firma un accordo per lo sfruttamento dei giacimenti di Nassirya, stimati intorno ai 2,5-3 miliardi di barili. Il luogo è di grande importanza strategica perché le infrastrutture ci sono già tutte: due oleodotti, un porto a meno di 40 chilometri e una raffineria, proprio davanti all'alloggiamento dei soldati italiani. Inutile dire che la raffineria non è mai stata inquadrata dalle telecamere dei nostri telegiornali.
Torniamo ai contratti petroliferi europei. Cosa succede dopo l'11 settembre?
L'11 settembre accelera la crisi energetica statunitense perché mette in pericolo l'alleanza con l'Arabia Saudita, ormai divenuta impresentabile. Gli europei, dal canto loro, continuano a perseguire una politica energetica autonoma. Basti pensare che, proprio nello stesso giorno in cui Washington inserisce il paese fra i cosiddetti "stati canaglia", viene siglato un accordo con l'Iran. A questo punto l'occupazione dell'Iraq diventa l'occasione per rilanciare il progetto egemonico. In primo luogo dovrebbe consentire di risolvere il fabbisogno energetico degli Stati Uniti, ormai costretti a importare fra il 70 e l'80 per cento del loro petrolio. Poi, attraverso la privatizzazione della produzione irachena, si mira a provocare un effetto domino su tutti i paesi del Golfo per farli entrare in una spirale competitiva finalizzata a far crollare il prezzo del barile. E se il prezzo crolla, il ruolo di mediazione fra produttori e consumatori garantito dall'Opec, cessa di esistere. Infine l'invasione serve a ipotecare pesantemente lo sviluppo delle potenze regionali concorrenti. L'Europa, naturalmente, è fra queste.
[petrolioitalia]
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