AMERICA, PER COSA LO FAI?
Le guerre degli statunitensi in M.O. e nel resto del mondo solo per motivi economici? Di sicuro c’è prima di tutto una giustificazione morale.
data: 21 Maggio 2004
autore: GAETANO FARINA
fonte: GAE FARINA
Prima e durante il conflitto in Iraq si sono sprecati i dibattiti sulle motivazioni sottostanti all’intervento statunitense. Le risposte sono risultate, quasi sempre, insoddisfacenti ed incomplete, specialmente se l’arena era televisiva, limitate ad un unico o a pochi aspetti del problema. La televisione, del resto, ha un modo molto criticabile di “confezionare” la notizia. A parte gli speciali di approfondimento, i programmi - “dossier” che vanno in onda in seconda serata per un pubblico più colto ed attento, la fascia ovviamente più ristretta, la televisione normalmente privilegia la spettacolarizzazione, le frasi ad effetto, i botta e risposta, punta ad una comunicazione veloce e frammentaria tanto che, spesso, la minuziosa cura della forma penalizza i contenuti. Pertanto non si può pretendere dai talk-show, sebbene tentino di raggruppare tutte le diverse correnti di pensiero, dai programmi d’approfondimento di prima serata, dagli stessi telegiornali, trasmessi ad ogni ora, un’informazione precisa ed esauriente, soprattutto se, al posto di raccontare semplicemente episodi di cronaca, si trattano materie complesse e delicate come l’analisi di una strategia politica dagli effetti globali e globalizzanti. Gli Stati Uniti si riconoscono una nazione forte e potente, come testificato da dati di fatto, e predestinata alla supremazia mondiale. Le loro pretese espansionistiche, anche e soprattutto in termini ideologici e morali, pertanto, saranno sempre messe in discussione, criticate, a volte violentemente, incontreranno ostinate opposizioni ideologiche e pratiche, continueranno ad indignare ed allarmare intellettuali, popolazioni, governi, anche a causa dell’assenza di un’altra superpotenza concorrente, controbilanciante, come è stata, sino agli anni Novanta, l’URSS. Il presunto imperialismo americano fa paura e con l’esplosione della guerra in Iraq una larga parte dell’opinione pubblica internazionale ha trovato un’ulteriore legittimazione per censurarlo e condannarlo fermamente. I disarticolati movimenti no-global e pacifisti, nelle manifestazioni più estremistiche, accusano esplicitamente gli “States” di essere pronti a tutto pur di realizzare i propri interessi economici, etichettando il sig. Bush come un assassino, tale e quale al padre, assettato di petrolio. Ma anche “voci” più equilibrate e obiettive, organismi non governativi, movimenti e leader d’opinione, istituzioni, governi, che siano, continuano a denunciare come prepotente ed ingiusto l’espansionismo economico americano, continuano a denunciare i gravi limiti di un sistema economico internazionale plasmato dalla volontà statunitense. Ed effettivamente i meccanismi che favoriscano l’allargamento di un mercato globale dominato dai prodotti nordamericani, non esclusi quelli d’arte (vien subito da pensare ai tipi di film che vengono proiettati nelle nostre sale), sono sotto gli occhi di tutti, nella vita di tutti i giorni. Il governo statunitense, spesso con la forza, ha regalato nuovi territori alle proprie multinazionali, prima delle altre, alle compagnie petrolifere, per estenderne velocemente la rete commerciale. Nell’arco di vent’anni, in Sudamerica, continente non certo povero di risorse e di pozzi petroliferi, a dispetto di quanto si pensi comunemente, con la scusa di combattere il narcotraffico e ricattando i corrottissimi governi locali, ci si è progressivamente insediati al potere in modo da offrire nuove importanti basi alle proprie compagnie. In Medio Oriente, come tutti sanno, a parte il recente conflitto in Iraq, frequenti sono ancor’oggi gli interventi militari o di polizia per controllare quei governi dittatoriali “poco affidabili” che hanno la fortuna di gestire le immense riserve di petrolio, risorsa diventata, nell’ultimo cinquantennio, assolutamente indispensabile per l’Occidente. Lo stesso conflitto israelo-palestinese si può esaminare da un’altra particolare angolazione, da una parte gli USA, grandi e storici alleati degli israeliani, dagli altri tutti quei regimi dittatoriali che usano la causa palestinese per rafforzare e legittimare ulteriormente l’opposizione alla sacrilega ingerenza americana, al cosiddetto “diavolo occidentale”. Ma già negli anni Sessanta, all’’epoca dei Kennedy, ci si era avventati senza troppi scrupoli sulle straordinarie ricchezze dell’Africa, in particolare sul Congo, abbondante d’uranio (il più importante combustibile nucleare), aggravando l’indigenza delle popolazioni locali. Gli stessi vertici USA non tengono certo nascosto l’ambizioso progetto di un mercato illimitato, completamente libero, senza vincoli per le merci nordamericane, che vada dall’Artico sino all’Antartide, la definitiva realizzazione del famoso e ossessionante “sogno americano”; ed in questo senso è da interpretare l’accordo del N.A.F.T.A. con gli altri stati del Nord, Canada e Messico, con cui si stabilisce il progressivo abbattimento delle barriere doganali fra gli stati firmatari: un mercato che si prolungherebbe con la “conquista” del Sudamerica. Può succedere, quindi, che non solo i movimenti no-global o gli estremisti di sinistra sentano il bisogno di gridare vendetta contro gli USA, accusandoli di aver fatto milioni di vittime innocenti per accaparrarsi zone economicamente strategiche o per volersi assicurare l’indipendenza petrolifera. Ma le questioni economiche s’intrecciano inevitabilmente col riassetto geo-politico. In questi giorni, infatti, si è parlato costantemente del (supposto) grande disegno dell’amministrazione - Bush per la ridefinizione degli assetti geo-politici mondiali e che punterebbe, inizialmente, a “calmare” la caldissima zona mediorientale. Un’aspirazione, per la verità, su cui si è sempre basato l’ideologismo statunitense, attualizzata dal nuovo pericolo del terrorismo e naturalmente dopo la strage dell’11 settembre che ha fatto scattare il veloce attacco in Afghanistan al regime talebano. Va da sé che investirsi del ruolo di principali arbitri in geo-politica comporta incommensurabili vantaggi economici. Un desiderio di potere che deve, quindi, far paura, scandalizzare, deve essere assolutamente controllato ed ostacolato, deve essere condannato per la sua blasfemia, immoralità, illegittimità? Un’antica arroganza che non si può più tollerare, una sacrilega autolegittimazione a governatori del mondo, quasi come si credesse di averne il mandato divino? Eppure il presidente George Bush (come simbolo di tutto il governo statunitense) non si sente certo uno spregiudicato usurpatore, tanto meno un assassino o un pazzo disposto a sottomettere intere popolazioni pur di aumentare le ricchezze del suo paese. Semmai l’opposto. Bush jr. si sente alla guida di una nazione simbolo della democrazia, d’una nazione giusta dove il dissenso non viene soffocato, ricca e libera, all’avanguardia tecnologicamente e scientificamente, che nell’arco di pochi secoli, è riuscita ad elevarsi a superpotenza mondiale e che, quindi, giustifica ogni suo programma di politica estera, anche il più pericoloso e destabilizzante, con la sua grande ed illuminata storia. Una nazione che avoca a sé il diritto e la responsabilità di “indicare al mondo la giusta via”. Siamo all’essenza del problema. Alla presunta superiorità morale degli “States”. Le vicende storiche degli Stati Uniti d’America, infatti, hanno probabilmente sviluppato negli americani un convincimento di superiorità morale. La storia dell’America è stata scritta, infatti, dalle gesta, dalle imprese, dalla fatica e dal sangue d’avventurieri, d’emigranti, talvolta disperati, provenienti da terre e continenti lontani, da contesti, situazioni difficili se non degradanti, in cerca quindi di un riscatto, di nuova fortuna, di libertà, di ricchezza, di speranza, di un futuro migliore, insomma. Un popolo di conquistatori che per soddisfare queste pretese, in nome della libertà, ha massacrato gli abitanti autoctoni, considerati “selvaggi” e quindi solo di disturbo. Un po’ ciò che accadde ancor’oggi, comportandosi, in talune situazioni, da colonizzatore che presume di avvalersi di un “sapere superiore” nei confronti del “selvaggio” di turno. A testimonianza di come la glorificata ricerca americana della libertà sia, in verità, già dagli albori, costellata di non poche contraddizioni e di soprusi debolmente denunciati. Un popolo di conquistatori e sognatori, disomogeneo per cultura, etnia, tradizione, ma unito nel desiderio, nella volontà di ricominciare da capo, di rimboccarsi le maniche per garantirsi un presente dignitoso ed un roseo avvenire. L’America è diventa grande in poco tempo, da entrambe le guerre mondiali è uscita come liberatrice, si è potenziata incredibilmente, sfruttando il declino di molte potenze europee causato dallo stremante secondo conflitto mondiale, è tutt’oggi l’unica superpotenza, dopo il disgregamento dell’Unione Sovietica. L’America si autocelebra, vuole incarnare l’idea di progresso, l’America si sente forte, è orgogliosa, si nobilita a modello per gli altri popoli, descrive i suoi successi, l’America si sente in dovere di controllare il mondo, si ritiene la prescelta per il ruolo di protagonista della storia. Ritratta nei poster e nelle cartoline patinate stile anni Cinquanta, per le sue meraviglie naturali e il suo benessere, per la gioia e la serenità di famiglie perfette e sorridenti che prosperano in villette candide e perfette con ampio giardino, non riesce a spiegarsi come mai ci sia qualcuno che non l’accetti come modello. In queste ultime settimane si è voluto evidenziare, anche con un po’ di sarcasmo o, all’opposto, con una certa inquietudine, lo sfondo religioso dei discorsi, soprattutto quelli preannunzianti un veemente riscatto dopo l’11 settembre, di Bush jr, convinto cristiano - metodista. In verità, tutte le dichiarazioni dei presidenti a stelle e strisce, da Washington ad oggi, hanno assunto dei toni religiosi o perfino messianici, scrupolosamente ricercati: l’America ha un chiaro e supremo destino, inoltre qui la religione, a differenza già di un paese come il nostro, è un fattore della vita di tutti giorni, è intrinseca alla politica. Se le guerre, vere e proprie, combattute dopo il secondo conflitto mondiale non sono state numerose (Corea, Vietnam, Afghanistan, Kuwait ed Iraq), sono invece costanti gli interventi “minori”, ma non meno gravi per conseguenze, su tutto il planisfero, più o meno ufficiali: operazioni e presidi militari “minori”, operazioni di polizia, golpe, destabilizzazione politica, se non attentati terroristici, appoggio finanziario e militare a truppe rivoluzionarie o a governi anche dittatoriali, alleanze politiche-militari, spionaggio, missioni umanitarie, relazioni diplomatiche, altre misure di coercizione come quella economica dell’embargo e altre invasioni militari non sfociate in vere e proprie guerre e che possono aver portato ad uno stato permanente di guerriglia. Gli apparati statali, insieme alla CIA, specialmente nel periodo di “guerra fredda”, non hanno badato a spese in fatto di armamenti e di sperimentazione, talvolta aberrante, per risultare all’avanguardia, o meglio, per primeggiare nella strategia militare ed investigativa. Gli “States” assomigliano ad una gigantesca piovra che prova ad allungare i suoi tentacoli all’infinito. Cercano di disciplinare, di cambiare i popoli ed i governi a loro modo: la missione è la definizione della geo-politica. Naturale che i primi territori da “controllare” o influenzare siano quelli vicini geograficamente. Se nei secoli scorsi già si sottrassero diverse terre al Messico, oggi, come accennato, s’aggredisce l’America Latina, specialmente Colombia e Bolivia, per il ridimensionamento dell’offerta di stupefacenti. Ma tutti gli stati latinoamericani sono in qualche modo controllati. In Nicaragua si è appoggiata la guerriglia Contra per cacciare il governo di sinistra dei sandinisti; Panama, dopo il fallimento di due golpe, è stata addirittura invasa, a fine dell’89, per favorire la cattura del generale Noriega, accusato di essere uno dei maggiori narcotrafficanti internazionali, scatenando la reazione indignata dell’opinione pubblica internazionale. Il caso più eclatante è quello di Cuba, la piccola isola a pochi chilometri dalle coste della Florida, finita, negli anni Sessanta, nell’orbita sovietica, la peggior provocazione che l’America potesse subire. L’America si sente gravemente minacciata da questa vicinissima base di cui può avvalersi la superpotenza nemica; conseguenza inevitabile è il famoso assalto della “Baia dei Porci” che, però, si concluderà male per le US Forces. Ci si accontenterà allora d’imporre un duro embargo ai cubani e al leader Castro, recidivo violatore di diritti umani, con il quale, per i quarant’anni successivi, i rapporti rimarranno sempre tesi, nonostante la graduale dissoluzione dell’URSS. Il Medio Oriente è un’altra area “calda” da tenere sempre sott’occhio affinché venga garantito il continuo rifornimento petrolifero. Anche le truppe statunitensi si mischiano alla ferocia, alle brutalità dell’infinito conflitto libanese; l’antagonismo, condiviso da altre potenze europee, all’ultraconservatore Ayatollah Khomeini, nemico dell’Occidentalismo, che si concreta con i rifornimenti militari, neanche troppo celati, a Saddam Hussein nella lunga guerra Iran-Iraq con l’intenzione di avvantaggiare consistentemente una parte e far terminare finalmente un conflitto che stava minacciando la libera circolazione delle petroliere nel Golfo Persico; Saddam che diventa improvvisamente un nemico e che viene cacciato dal ricchissimo (specialmente di petrolio) Kuwait, nel’91, e, qualche settimana fa, dal suo Iraq; non per ultime, le estenuanti trattative diplomatiche per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. All’inizio dei magici anni Sessanta, Jhon Fitzgerald Kennedy gridava alle folle che il Paese s’imponeva una missione apocalittica, quella della restaurazione della pace e della giustizia, non solo all’interno dei propri confini, ma su tutto il pianeta. Internamente si combattevano i radicati ed illimitati pregiudizi razziali, fuori il male peggiore da sconfiggere era considerato il comunismo come oppressore delle libertà, dei diritti fondamentali, come annullamento dell’identità e della dignità umana e, soprattutto, del mercato libero: prima ci fu la guerra in Corea, poi ci si calò nell’inferno del Vietnam, la pagina più drammatica della storia americana prima del 2001, mentre per decenni durerà la cosiddetta “stagione delle spie” a causa del congelamento dei rapporti con l’URSS, simboleggiato dal caso - Cuba. L’America doveva guidare il mondo verso la libertà, la sua storia le imponeva il compito di “indirizzarlo”, il che, naturalmente, comporta evidenti ed invidiabili privilegi nell’accaparramento e nella spartizione delle più importanti risorse, ricchezze terrestri. Ma l’America, in realtà, non è mai stata così perfetta come vuole far credere o come crede di essere. Nonostante l’alto livello d’industrializzazione e tecnologico raggiunto dopo la seconda guerra mondiale, resistono, infatti, su tutto il suo territorio, estese sacche di povertà. Il disagio sociale è ancora diffuso e semmai tende ad espandersi, i conflitti etnici-razziali sono ancora evidenti e laceranti, il tasso di violenza e di criminalità (minorile) è spaventoso, in molti quartieri, simbolo del degrado urbano, si ha paura a mettervi piede. L’ ”American Dream”, il successo e la scalata sociale a tutti costi sono la stessa ossessione che demoralizza ed incattivisce chi parte da una situazione troppo svantaggiosa o chi preferisce l’onestà alla spregiudicatezza. Gli “States” si proclamano paladini della democrazia e della giustizia sociale, perché formatisi da culture e tradizioni differenti, fisiologicamente votati al pluralismo, perché accettano il dissenso, perché esaltano la libera iniziativa del cittadino e l’associazionismo che difende gli interessi più disparati: malgrado ciò sono ben lontani dalla realizzazione di un sistema che garantisca pari opportunità, sebbene se ne garantisca il libero sfogo, le istanze sociali vengono ascoltate negligentemente. Chi fa le regole del gioco sono, infatti, i grandi gruppi economici, le potenti multinazionali che non c’entrano niente con la costruzione di un futuro maggiormente orientato all’egualitarismo, ma che anzi favoriscano l’accentramento del potere e della ricchezza. Gli USA rischiano, invece, di simboleggiare i gravi errori delle democrazie sofisticate: la corruzione e l’inganno dei cosiddetti “colletti bianchi” è immune da pena che solitamente ricade, invece, su chi già parte da una condizione estremamente svantaggiosa ed è costretto ad attività illegali rischiando di essere etichettato per sempre come un “deviante”. Ma lo stesso benessere materiale non è detto che rechi felicità. Il consumismo, l’edonismo e la cultura dell’apparenza hanno offuscato alcuni valori fondamentali per la convivenza umana. I modelli di vita impostati sul consumo, sull’immagine ricercata, sul divertimento, veicolati dagli “States”, seppur assimilati dal Vecchio Continente e, recentemente, dall’Oriente, sono alquanto criticabili. Nelle grandi metropoli americane, subito prossimi agli eleganti quartieri disegnati per i turisti, in cui s’innalzano gli scintillanti grattacieli del lavoro, con i musei, i teatri, i cinema multisala, i centri commerciali per lo shopping sfrenato, i raffinati cafè e le altre strutture per il tempo libero, in contrapposizione alle tranquille e perfette villette familiari dei verdi sobborghi, si nascondono, nel buio, aree povere e fatiscenti, sporche, pericolose, campi di battaglia fra bande, per la gente che conduce una vita di stenti e dove ci s’inventa qualcosa di nuovo ogni giorno pur di sopravvivere. In America si devono programmare annualmente nuove campagne per la disincentivazione all’uso delle armi, i tassi di delinquenza giovanile sono imbarazzanti, la domanda di stupefacenti è la più alta nel mondo e trasversale ad ogni classe sociale. Il neo-liberismo, come unico antidoto per arrestare il diffondersi di quel cancro sociale quale era considerato il comunismo, non si è dimostrato di sicuro garante di equità e di giustizia. Il liberismo non funziona, almeno se si desidera un’equa distribuzione delle ricchezze, se si vuole guardare oltre al proprio cortile. Sembra che non s’impari mai la lezione. L’accentramento del potere è stato rafforzato dalla globalizzazione, lo smisurato divario, a livello mondiale, fra ricchi, in strettissima minoranza, e poveri continuerà ad aumentare. Seppur si sia calcolato che ogni continente, ogni nazione si garantirebbe il sostentamento con le risorse proprie, per gli ingiusti meccanismi del mercato, come ci viene raccontato quotidianamente dagli organi d’informazione, intere popolazioni dell’Africa, dell’Asia e della stessa America Latina continuano a morire per la fame, le carestie, i problemi igienici, per malattie che da noi sono scomparse da secoli. Frequenti sono state, dunque, le incursioni statunitensi con l’intento ufficiale di arrestare l’espansione del comunismo, tuttavia, le loro conseguenze reali hanno influito fievolmente sul processo mondiale di normalizzazione democratica. L’impero delle somme contraddizioni. Anzi, altrettanto numerosi sono gli esempi di accordi, di collusioni, se non alleanze, con nemici dell’ordine democratico, con dittature sanguinarie, con regimi i cui ripetuti crimini erano già stati condannati dall’opinione pubblica internazionale. Si combatteva per estirpare il comunismo mentre si scendeva a patti con macellai come Mobutu, a capo di una vera e propria “cleptocrazia” nell’ex-Zaire, divenuto esperto nel massacro di vari oppositori e di altri civili innocenti. Chi si è sempre autoproclamato “paladino della giustizia” non ha esitato, negli anni, ha “sporcarsi le mani” negoziando con governi anti-democratici, con estremisti politici-religiosi e militari che offrivano risorse di vario tipo, corridoi e appoggi militari, basi strategiche o che garantivano neutralità nel corso di operazioni militari vicine loro geograficamente. Adducendo magari la giustificazione della mossa purtroppo necessaria per il raggiungimento di un obiettivo maggiore, il “grande obiettivo finale che giustifica i mezzi” perché bisogna essere disposti a sacrifici, a sporche battaglie, per il “bene generale”, per una sicurezza permanente almeno nel breve periodo. Una lotta per la libertà, identificata nella democrazia, alquanto ambigua e che va a confondersi con l’annientamento, numerosi i golpe progettati dalla stessa CIA, di quei governi d’intralcio alle pretese imperialistiche degli USA e dell’Occidente: sovente si tratta di governi totalitari obiettivamente pericolosi, tuttavia non meno condannabili di altri che, invece, sono ancora liberi di sottomere e torturare la propria gente, perché accondiscendenti alla volontà statunitense e delle altre potenze occidentali. In alcuni casi, poi, non esisteva nemmeno la possibilità di accampare la scusa della lotta per la libertà. Clamoroso quanto vergognoso è il repentino abbattimento del governo - Allende, socialista, fresco vincitore delle elezioni cilene, da sostituire con quello del generale Pinochet che si rivelerà uno dei peggiori autocrati della storia umana. Mentre si appoggiava il golpe in favore di quest’ultimo, l’allora segretario Henry Kissinger (tra l’altro recentemente nominato, da George jr Bush, capo della commissione per le indagini sulla strage dell’11 settembre) dichiarava apertamente: “D’altronde, non possiamo lasciare che un paese cade nella morsa del comunismo per colpa dell’imprudenza del suo popolo”. Uno scenario che potrebbe essere ricostruito nel Venezuela dei nostri giorni, dove si sta tentando di rovesciare il carismatico presidente Chavez, sostenitore di una politica nazionalistica e quindi ostruzionistica nei confronti dell’intervento straniero, già due i golpe falliti. L’informazione, come sappiamo, è decisamente (e volutamente) limitata, tende ad isolare la corruzione di soldati e agenti, che forti dell’ampio potere concesso loro dal distintivo statunitense, sono implicati in traffici illeciti di armi, droga e materie prime (come nei narco-stati Colombia e Bolivia), quando invece dovrebbe essere considerata una delle conseguenze della strategia globale americana, già di per sé ingiusta. Nonostante il calpestamento dell’ONU, che resta comunque una loro emanazione, il disaccordo europeo, i cori di protesta levatisi da ogni parte della terra, tutti elementi da non sottovalutare per la costruzione dello scenario futuro, gli USA, nell’ultimo caso - Iraq, potevano esibire prove difficilmente contestabili: un dittatore sanguinario, Saddam Hussein, che, sin dal suo avvento al potere, ha sterminato migliaia di innocenti e che non ha rispettato le sanzioni dopo il conflitto in Kuwait, che non hai mai provato di non possedere armi di distruzione di massa, un pericolo per l’umanità intera, inglobato, in qualche maniera, nel più generale “allarme terrorismo”. Ma soprattutto ci si è inventati la dottrina della “guerra preventiva”, come decisa risposta all’ 11 settembre: l’America, è stata profondamente ferita, anche nell’orgoglio, doveva, però, rialzarsi in fretta per riaffermare la propria superiorità. Ciò significava riprendere, non solo con più determinazione, ma anche con più rabbia, la missione della definizione dell’ordine mondiale, che si è voluta identificare con la lotta al terrorismo; da qui l’immediato intervento in Afghanistan per stanare Bin Laden e quello successivo in Iraq. E la maggior parte degli americani, che si sentivano ancora la morte nel cuore, ha appoggiato fermamente Bush, questa è storia dei giorni nostri. Ce ne rendiamo conto anche dagli ultimi episodi dei telefilm americani, del genere poliziesco-militare, esportati in Italia, in cui viene rappresentata un’America che ha visto il male acquistare un volto e che è stata provocata in un modo tale da dover scendere ancora una volta in battaglia nel ruolo di protettrice del pianeta. A prescindere da quest’attuale e inquietante desiderio di vendetta, l’intervento statunitense, in assoluto, in ragione di quanto abbiamo esposto sinora, sarà sempre avvolto da un’ombra scura quanto pesante, un modo di esportare la democrazia suscettibile di nette censure. E che soprattutto costa la morte di innocenti come è appena accaduto in Iraq. Qualcuno afferma: ” inevitabili sacrifici per la costruzione di un futuro migliore”. Migliore, dal particolare punta di vista di chi lo detta, ossia degli americani, e dei loro complici occidentali. Certo, occorre precisare che la politica estera statunitense ha avuto una diversa rilevanza in ogni fase storica e l’idea della predestinazione alla supremazia, pur se connaturata all’americanismo, non è sempre stata così centrale. Lo stesso Bush jr., una volta insediatosi alla Casa Bianca, per propria vocazione e retaggio culturale, avrebbe probabilmente preferito dedicare maggior attenzione ai problemi interni, senonchè i tragici fatti dell’11 settembre lo hanno costretto a schierarsi e a sostenere i fautori dell’interventismo aggressivo e ad ampio raggio. Esattamente quarant’anni fa, nel 1963, veniva assassinato Jhon Fitzgerald Kennedy per ordine di una congiura ideata da pezzi grossi della stessa CIA che lo accusavano di aver adottato una linea troppo morbida nei confronti di Cuba. In ogni amministrazione si fronteggiano diverse fazioni, in termini ideologici - politici ed economici, la dialettica interna è sempre stata accesa e, a tratti, aspra. Come non sono da sottovalutare tutte quelle espressioni, movimenti, associazioni, gruppi politici, organi di comunicazione, della cultura alternativa americana che hanno anche disapprovato apertamente e risolutamente l’attacco dell’Iraq.
Gaetano Farina


Postato da Gaetano