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Il blocco israeliano di Gaza è «un abominio» e «il silenzio e la complicità» internazionali dovrebbero «farci vergognare». Queste le parole del vescovo sudafricano Desmond Tutu, Nobel per la pace, dopo una visita di due giorni nella regione dove è arrivato per conto del Consiglio per i diritti umani dell'Onu. A Gaza ha parlato anche con Ismail Haniye, l'ex premier di Hamas, e ha colto l'occasione per dirgli che i qassam sparati sul territorio israeliano sono anch'essi «una violazione dei diritti umani». Ma questo non giustifica il blocco indiscriminato contro la popolazione di Gaza né l'ostracismo contro Hamas perché «i conflitti si risolvono trattando con i nemici, non con gli amici». Un «abominio» che va avanti nel «silenzio e nella complicità» della comunità internazionale con qualche sparuta e faticosa eccezione disposta a sfidare le immediate e immancabili accuse di «antisemitismo». Un paio di giorni fa a Manchester l'annuale congresso della University and College Union, il sindacato dei professori universitari britannici, ha riproposto la mozione presentata l'anno precedente in cui prospetta la possibilità di lanciare un boicottaggio contro le università israeliane per la loro complicità (o non dissociazione) con «la catastrofe umanitaria imposta a Gaza» e ai palestinesi. L'assemblea dell'Ucu si è fermata un passo prima del voto sul taglio immediato dei rapporti accademici con le controparti israeliane ma ha deciso (30 delegati contrari su 250) di «considerare le implicazioni morali e politiche dei rapporti dell'educazione con le istituzioni». L'anno scorso passò un'analoga mozione che suscitò la scontata reazione di leader israeliani ed ebrei («vergognosa», «assolutamente irresponsabile», «inquietante assalto» contro la libertà accademica). «Non ci faremo intimidire e non resteremo in silenzio», ha detto Tom Hickey, professore di filosofia all'università di Brighton, che ha presentato la mozione. E Linda Newman, presidente dalla Ucu, ha chiamato i colleghi universitari a riflettere «sull'apparente complicità» della maggior parte degli accademici israeliani nella «catastrofe umanitaria imposta a Gaza da Israele». A «riflettere» e «impegnarsi a lavorare per la pace e la giustizia» invitavano anche le parole finali dell'appello apparso (a pagamento) su diversi giornali Usa il 10 maggio, alla vigilia dei 60 anni di Israele. «Non c'è nessuna ragione per festeggiare» perché «festeggiare i 60 anni di Israele equivale a ballare sulle tombe dei palestinesi al ritmo ossessivo della persistente spogliazione e della multiforme ingiustizia». A firmarlo, fra gli altri, Mahmoud Darwish, John Berger, Ken Loach, Aaron Shabtai, Judith Butler, Vincenzo Consolo, Ilan Pappe, Tariq Ali, Juan Goytisolo, Gianni Vattimo.
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