Né moschea, né caserma
Voci dalla Turchia che si batte contro i “due nemici” dagli interessi troppo comuni
data: 18 Maggio 2007
autore: Loris Campetti
fonte: Il Manifesto, 6 maggio 2007
Istanbul - Aveva 75 anni Ibrahim Sevindik. Il primo maggio stava bevendo il caffè seduto a un bar in piazza Taksim, quando è cominciato il finimondo. Una manifestazione nel giorno della festa dei lavoratori, trent'anni dopo O massacro del 77, tra un colpo di stato e un altro: era sempre il primo maggio, quando la polizia giocò al tiro a segno contro i manifestanti e ne uccise a decine. Anche Ibrahim ha fatto da tiro a segno, quest'anno non volavano proiettili ma manganelli e lacrimogeni. Si è sentito male mentre la polizia caricava selvaggiamente chi era in piazza, ed è crollato a terra. Il figlio ha tentato di condurlo all'ospedale più vicino ma la polizia aveva bloccato tutte le vie di fuga. Ibrahim è arrivato troppo tardi e dopo qualche giorno di coma ieri è morto. I giornalisti, alcuni feriti e fermati, hanno chiesto le dimissioni del capo della polizia e del prefetto di Istanbul per l'uso feroce della forza, si parla di 900 fermi e chissà quanti feriti.

Hran Dink di anni ne aveva decisamente meno, una cinquantina. Lavorava al giornale armeno Agos ed era stato minacciato ripetutamente, ma la polizia di Istanbul non aveva mosso un dito. Un giorno di gennaio ricevette una telefonata allarmante. “Si era precipitato di corsa giù per le scale, era uscito in strada e in un lampo era stato freddato da un proiettile”. Abbiamo salito e disceso quelle scale con animo triste, anche se la caporedattrice di Agos, Maida Salis, si era sforzata di mettere briciole di ottimismo nel suo racconto. “Non potevamo crederci, abbiamo perso ogni speranza perché era stato ucciso l'amico giornalista che di speranze ne aveva tante. Poi al funerale, 200 mila persone, confluite spontaneamente” per l'ultimo saluto alla (speriamo) ultima vittima armena in Turchia: “Armeni, ma anche tantissimi turchi”. Una scritta ha restituito la speranza ai compagni di Dink: “Siamo tutti armeni”. “Sai - mi dice Maida - che nel giro di poco tempo abbiamo triplicato il numero degli abbonamenti? Sai che siamo passati da 5 a 10 mila copie vendute? Ci sono due Turchie, vedrai che vincerà la parte buona”, sorride Maida per non piangere. “Hran era convinto che la Turchia sarebbe diventato un paese democratico, membro dell'Unione europea”.

Ottimismo, e realismo. Il titolo dell'ultimo numero del settimanale recita “La repubblica non ha superato l'esame di democrazia”. Il realismo è necessario, come la cautela nella redazione di Agos: “Dopo la morte di Hran abbiamo ricevuto molte minacce, l'ultima la scorsa settimana. Ci dicono 'uno l'abbiamo colpito, adesso tocca a tutti voi'”. L'assassino non è un matto, è un diciassettenne fascista dei Lupi grigi. Chi ha armato la mano del fascista? Noi possiamo solo riferire quel che scrive Agos: il ministro dell'istruzione due giorni fa ha inviato una circolare ai prefetti delle 81 province turche per ordinare a tutte le scuole l'attivazione i di corsi finalizzati a negare il “presunto” genocidio degli armeni, per smentire le denunce di tanti intellettuali “provocatori” e di alcuni paesi “nemici”. Gli armeni? Non gli è mai stato torto un capello. Anzi, forse neanche esistono, come i kurdi che sono solo “turchi della montagna”. Chi continua a dirsi kurdo è destinato ad accrescere il lavoro dei carcerieri, con l'accusa di terrorismo. Che sia un intellettuale come Pamuk, o un poveraccio di Diyarbakir.

Il turco di montagna Abdullah Ocalan è sempre chiuso nel carcere specialissimo di Imrali sul mar di Marmara. Non basta una non vita come la sua per i tutori dell'onore turco, ha anche ricevuto, due giorni fa, una punizione con l'accusa di aver dettato ordini dalla cella al suo partito (che si chiama di nuovo Pkk, dato che il nuovo partito Kongra-Gel è stato messo anch'esso nel libro nero del terrorismo): via libri, giornali e visite dei familiari per 20 giorni. Nelle montagne del nordest, intanto, i militari fanno gli straordinari contro la guerriglia kurda.

È probabile che oggi il parlamento si esibirà in un giro di valzer, ripetendo il voto annullato per i vizi di forma con cui il partito di governo, l'Akp, pretendeva di piazzare un islamico anche alla carica più alta dello stato, Abdullah Gul (sua moglie è velata e ha denunciato alla corte di Strasburgo la legge che impedisce l'uso del velo nelle scuole).

Nonostante il premier Erdogan controlli con un terzo dei consensi popolari il 60 per cento dei seggi, non ha la maggioranza richiesta dalla Costituzione al primo voto per eleggere il presidente. Così ieri ne ha tentata un'altra, facendo votare da una commissione parlamentare una modifica della Costituzione per far eleggere direttamente dal popolo il presidente della repubblica. L'Akp ha tentato di modificare l’ordine del giorno di oggi, sostituendo la votazione per il presidente con quella sulla modifica costituzionale, ma è stato stoppato dalla presidenza del parlamento. Della riforma costituzionale si parlerà la prossima settimana. Le elezioni anticipate sono state fissate per il 22 luglio. È probabile che con una legge forcaiola che mette lo sbarramento del 10 per cento vinceranno di nuovo gli islamisti seguiti dai kemalisti (che si chiamano socialdemocratici, ma tutti quelli che lo dicono si mettono a ridere), gli altri fuori. È per evitare questo esito che i militari hanno portato in piazza milioni di persone in tutta la Turchia, oltre un milione solo a Istanbul. Ieri si sono svolte altre tre manifestazioni patria e bandiera a Manisa, Canakkale e Marmaris contro il “rischio islamico”. L'islam, diceva Ataturk che sventola con ossessione da tanti palazzi pubblici e privati, è “un cadavere putrefatto che allunga le braccia sulla Turchia”.

La sinistra è frantumata, piuttosto settaria e fatica a costruire un cartello di forze per superare il 10 per cento. Un bravo e malizioso giornalista mi fa notare che in turco “verso sinistra” si dice “sòla”. Alla romana. La destra ( Anavatan e Dyp) si è fusa in un partito che si sarebbe voluto chiamare Partito democratico. Diritto negato, così si chiamava il partito del premier ucciso dopo il golpe del '60. Anche i kemalisti di Chp e il partitino fondato dall'ex premier Ecevit si stanno fondendo. La destra estrema dei Lupi grigi si prepara alle i elezioni, oltre che ammazzare armeni, kurdi e cristiani.

“Né chiusi in moschea né chiusi in caserma”. Lo slogan circola sottovoce a Istanbul. Avvocati, giornalisti, medici, artisti, scrittori, associazioni per la difesa dei diritti umani, dei detenuti politici (5mila kurdi e 2mila di sinistra), dei baraccati, sindacati, lanciano segnali. Molti sono convinti che i “due nemici” della società civile abbiano fin troppi interessi in comune. Per esempio sono entrambi liberisti e amici del Fmi. Poi, i militari fanno crescere le scuole islamiche e rendono obbligatori i corsi di religione per diffondere la paura che legittima la mano pesante. E qui non si parla di botte come il primo maggio ma di colpi di stato. Passeggiando sulla Isticlal Caddesi, la via dello struscio della capitale, si scopre che i negozi di parrucche fanno affari d'oro. Accanto ai vecchi acquirenti ce ne sono di nuovi: donne giovani che per entrare all'università devono togliere il velo. Con la parrucca nascondono i loro veri capelli, la coscienza islamica è contenta e i kemalisti pure.

L'Europa è lontana e distratta. Anche chi vedeva oltre il Bosforo una via d'uscita comincia a perdere la speranza.