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La costituzione irachena è stata approvata. Finalmente. Non poteva che essere così. Indipendentemente dai voti. Il piano americano va avanti verso le prossime elezioni legislative del 15 dicembre, incurante dei continui bagni di sangue quotidiani che non risparmiano gli iracheni nemmeno durante il Ramadan.
E che riguardano anche gli americani: il numero dei soldati uccisi ha raggiunto ufficialmente i 2.000, anche se non è un mistero per nessuno che il numero reale è molto più alto. Bush può permettersi di sacrificare i marine - anche se gli effetti cominciano a farsi sentire anche negli Stati uniti - ma non può compromettere la sua tabella di marcia. E così la Casa bianca ieri ha potuto parlare di «un giorno storico» per l'Iraq. E storico lo sarà sicuramente: basta guardare la cartina dell'Iraq che illustra i risultati del referendum per scoprire che la spartizione del paese su basi etnico-confessionali è diventata realtà. Al centro risalta il triangolo sunnita con la sua valanga di no, circondato al nord dai kurdi e al sud dagli sciiti che invece hanno approvato a stragrande maggioranza la costituzione. Una realtà drammatica. C'è poco da esultare, se ne accorgeranno anche i governanti di Baghdad.
La costituzione è stata approvata con il 78 per cento dei sì, ha detto la commissione elettorale. Dopo essersi soffermata a lungo prima di annunciare i risultati, a lungo contestati, della provincia di Ninive, determinante per far pendere la bilancia da una parte o dall'altra. Alla fine alla provincia di Mosul abitata da kurdi e arabi sono stati attribuiti i 55 per cento dei no, 11 punti in meno di quei due terzi richiesti per respingere il testo costituzionale. Secondo la legge di transizione infatti oltre alla maggioranza dei votanti, anche una maggioranza di due terzi in tre province avrebbe potuto bocciare la costituzione.
L'emendamento - una concessione fatta a quel tempo dal proconsole Paul Bremer ai kurdi - avrebbe alla fine potuto favorire i sunniti, che hanno boicottato le elezioni del 30 gennaio e sono stati esclusi dalla elaborazione del testo costituzionale. Così non è stato e forse non poteva essere. Anche se i no hanno raggiunto il 96,9 per cento dei votanti nella provincia di Anbar - quella di Falluja e Ramadi - e l'81,75 per cento in quella di Salahuddin (Tikrit, patria di Saddam). A Ninive si è lasciato, per così dire con una terminologia poco amata, l'«onore delle armi». Che in questo caso ha purtroppo un significato molto reale. Il risultato del 15 ottobre insieme alla libanizzazione (il territorio è già controllato da milizie religiose e kurde) porterà anche altri bagni di sangue. Il triangolo sunnita sarà sempre più emarginato, ma la costituzione sarà applicata, nonostante le promesse di emendamenti. Rimandati a dopo le elezioni di dicembre.
La costituzione non rappresenta solo la sconfitta dei sunniti contrari a un federalismo - peraltro basato, almeno negli auspici, sulla spartizione del petrolio tra kurdi e sciiti - ma anche dei laici e, soprattutto, delle donne che vedranno i loro diritti sacrificati dalla priorità attribuita alla legge islamica. A nulla sono valse le loro proteste. E nemmeno il no sunnita basta a riscattarle. Anche perché i fondamentalisti non conoscono spartizione. L'identità del paese - una volta laico - diventa islamica, mentre viene declassata l'appartenenza araba (che non è dei kurdi).
Sicuramente un «giorno storico» per l'Iraq. O no?
(giuliana sgrena)
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