Beirut, il paradiso perduto
...Vado a casa e scorro nel mio archivio cercando le vecchie foto dell'invasione israeliana del 1982. Trovo altre foto, molte foto di bambini morti e ponti distrutti. «Israele minaccia di bombardare Beirut», dice un titolo. E ancora: «Israele reagisce», «Guerra in Libano», «Beirut sotto attacco», «Massacro a Sabra e Chatila». Sì, come dimentichiamo in fretta queste tragedie.
data: 24 Luglio 2006
autore: di Robert Fisk

PERCHÉ A BEIRUT? La devastazione di quella che oggi si chiama Beirut
fu tale che l'Imperatore Giustiniano fece giungere da Costantinopoli
un certo quantitativo d'oro per risarcire le famiglie sopravvissute.
Ci sono città che sembrano condannate
per l'eternità. Quando nell'undicesimo secolo i Crociati diretti a
Gerusalemme giunsero a Beirut, uccisero ogni uomo, donna e bambino
che si trovasse nella città. Nella prima Guerra Mondiale, la Beirut
ottomana visse una paurosa carestia: le forze armate turche avevano
requisito tutti i cereali, nel contempo le potenze alleate avevano
posto il blocco sull'intera linea costiera.
Una signora che era vissuta a Beirut nel 1916 mi raccontava come le
capitasse di «passare accanto a donne e bambini che giacevano
esangui sul marciapiedi, gli occhi chiusi, i volti emaciati. Era
comune imbattersi in persone che frugavano nella spazzatura alla
ricerca di bucce d'arancia, ossa scarnificate o altri rifiuti, per
poi avventarvisi sopra con voracità... ».
Come mai questo ripetersi dei fatti, a Beirut? Per trent'anni ho
visto questo luogo morire, risorgere, per poi morire di nuovo; i
suoi condomini sforacchiati dai proiettili tanto da somigliare a
merletti e i suoi abitanti a massacrarsi vicendevolmente.
Ho vissuto qui 15 anni di guerra civile, con il suo tributo di 150
mila vite umane, e due invasioni israeliane nonché anni di
bombardamenti da parte di Israele che hanno fatto altre 20 mila
vittime. Ho visto morti senza braccia, senza gambe, senza testa;
vittime di arma bianca, di bombe, corpi spiaccicati contro i muri
delle case. Ciò nonostante questo è un popolo buono, beneducato,
dall'animo pulito, la cui generosità è motivo di stupore per lo
straniero, la cui gentilezza di modi imbarazza noi occidentali, e la
cui sofferenza quasi sempre ignoriamo.
Eppure cosa diciamo oggi di questo tra i più crudeli attacchi alla
città e al suo circondario, mentre gli israeliani lo costringono a
fuggire dalle loro case, bombardano i ponti, interrompono le vie di
rifornimento alimentare, li privano di acqua ed elettricità? Diciamo
che sono stati loro a dare il via a questa guerra, e mettiamo sullo
stesso piano le loro spaventose perdite ­ 240 in tutto il Libano, la
notte scorsa ­ con i 24 morti d'Israele, come se le cifre fossero
pari.
Peggio ancora, lasciamo i libanesi al loro destino, come fossero
appestati, preoccupandoci soltanto di mettere in salvo i
preziosi «stranieri»; e ripetiamo fino alla noia che la risposta di
Israele alla cattura dei due militati israeliani da parte degli
Hezbollah è «sproporzionata».
Ho attraversato ieri a piedi il centro deserto di Beirut, che mi
ricordava come non mai la scena di un film, un luogo di sogno troppo
bello per durare, una sorta di araba fenice nata dalle ceneri di una
guerra civile, che ostentasse un piumaggio dai colori così vividi da
abbagliare chi la guardasse. La ricostruzione di questa parte della
città, che ricordava da vicino la Dresda dell'immediato dopoguerra,
la si deve a Rafiq Hariri, il premier libanese assassinato il 14
febbraio dello scorso anno qualche centinaio di metri più in là.
La carcassa prodotta da quello scoppio, orrendo precursore di questa
guerra che per mano israeliana sta distruggendo quella preziosa
eredità, è ancora lì, in riva al Mediterraneo, in attesa che un
ennesimo ispettore Onu indaghi sull'assassinio, quello stesso
ispettore che da tempo ha abbandonato la città assediata per
rifugiarsi a Cipro. Mi sono seduto sul marciapiedi davanti
all'Étoile, il ristorante ormai deserto che vantava le più gustose
lumache di Beirut, e ho guardato la guardia marciare come sempre
avanti e indietro dinanzi al palazzo di costruzione francese che
ospita ciò che rimane della democrazia libanese. Sono tanti i
palazzi eretti dai francesi ai tempi del loro mandato, ed erano
stati finemente restaurati, con i loro portoni arabeggianti
impreziosii da colonne romane dell'antica Via Maxima, portate alla
luce poco più in là. Hariri amava questo luogo e, un giorno che
aveva invitato qui Chirac per una birra, si accorse di me seduto ad
un tavolino. «Ah, Robert, vieni qui», disse con voce tonante. Poi
volgendosi a Chirac con fare di gatto che sta per divorare un
canarino, proseguì «Jacques, ti voglio presentare al reporter che ha
detto non sarei riuscito a ricostruire Beirut!»
E ora la demoliscono ancora una volta. L'aeroporto internazionale di
Beirut, intestato al Martire Rafiq Hariri, ha subito tre attacchi da
parte degli israeliani, le sue strutture, i suoi negozi hanno
tremato sotto i colpi dei missili piombati sulle piste e sui
depositi carburanti. La splendida autostrada transnazionale fatta
costruire da Hariri è stata interrotta dalle bombe israeliane. Gran
parte dei suoi viadotti sono andati distrutti.
Sono i quartieri poveri di Haret Hreik, di Ghobeiri e Shiyah ad
essere rasi al suolo, cancellati, polverizzati, costringendo un
quarto di milione di musulmani sciiti a cercare rifugio in scuole e
parcheggi abbandonati qua e là nella città. Qui effettivamente c'era
il quartier generale degli Hezbollah, un'altra di quelle «centrali
del terrorismo mondiale» che l'Occidente continua ad individuare in
terra musulmana. Qui viveva Sayed Hassan Nasrallah, il leader del
Partito di Dio, un uomo senza pace, caustico, calcolatore; oltre a
molti tra i principali strateghi militari Hezbollah. Tra questi,
senz'altro coloro che organizzarono nel corso dei mesi la cattura
dei due militari israeliani mercoledì scorso.
Ma, meritavano le decine di migliaia di poveri che qui vivono, un
tale castigo collettivo? Quale significato può assumere questo atto
di distruzione? E come ne veniamo fuori noi?
In un palazzo moderno della Beirut ancora intonsa incontro per puro
caso un noto personaggio di spicco degli Hezbollah ­ il collo della
camicia bianca sbottonato, l'abito scuro, scarpe lucide. «Noi
andremo avanti, se necessario, per giorni, per settimane, per mesi,
o...» sottolineando l'orrenda tempistica con le dita della mano. «Mi
creda, abbiamo in serbo ancora più grosse sorprese per Israele;
assai più grosse, vedrà. Poi ci riprenderemo i nostri prigionieri,
in cambio soltanto di qualche piccola concessione». Me ne esco
stordito, come se fossi stato colpito al capo.
Quanto ai poveracci senza nome fuggiti dalle macerie del misero
quartiere di Haret Hreik raso al suolo, ne ho visti a centinaia
seduti sotto gli alberi, distesi sui prati intorno ad una antica
fontana donata alla città di Beirut dal sultano ottomano Abdul-
Hamid. Come finiscono gli imperi...
In lontananza, sul Mediterraneo, si vedevano attraverso la nebbia e
il fumo due elicotteri della USS Iwo Jima dirigersi alla volta del
rifugio-bunker dell'ambasciata americana ad Awkar, da cui avrebbero
evacuato cittadini dell'«Impero Americano». «Impero Americano» che
non ha speso una parola per aiutare quella povera gente stesa nel
parco, per offrire loro cibo o assistenza medica.
Ed ecco levarsi un denso fumo che si estende su tutta la città: è
l'incendio dei terminal petroliferi, dei palazzi in fiamme che
sparge intorno un cocktail di esalazioni sulfuree che né porte né
finestre riescono a fermare. Lo sento al mio risveglio, la mattina.
Metà della popolazione tossisce e intanto respira la propria
distruzione e conta i propri morti.
La rabbia che dovrebbe ribollire in ogni essere umano dovrebbe
produrre un livello tale di sofferenza da rispecchiare il pensiero
del massimo poeta e mistico libanese, Khalil Gibran, che scriveva a
proposito del mezzo milione di libanesi, per lo più abitanti di
Beirut, morti durante la grande fame del 1916:
La mia gente e morta di fame, e chi
Non è perito di inedia
È stato squarciato dalla spada.
Sono morti di fame
Nel paese dove abbondano latte e miele.
Sono morti perché vipere
e prole di vipere hanno sputato veleno
là dove i Sacri Cedri
e le rose, e i gelsomini emanano i loro profumo.
La spada continua a tagliarsi un varco attraverso Beirut. Quando lo
scorso weekend un pezzo di aereo ­ forse l'estremità di un'ala di un
F-16 colpito da un missile, sebbene gli israeliani lo neghino ­ ha
attraversato il cielo sopra la periferia orientale, sono corso a
vedere dov'era caduto: ho trovato un autista quasi decapitato nella
sua auto e tre soldati libanesi dell'unità logistica dell'esercito.
Militari non combattenti del Kfar Chim, forti e coraggiosi,
impegnati a riparare linee elettriche e condutture idriche perché
Beirut potesse continuare a vivere.
Uno di loro lo conoscevo.«Salve, Robert; fai presto, perché penso
che gli israeliani bombarderanno di nuovo. Nel frattempo ti faremo
vedere tutto quello che possiamo». Mi hanno fatto attraversare la
linea di fuoco per mostrarmi la devastazione tutt'intorno, e intanto
mi facevano da scudo con le loro persone.
Qualche ora più tardi, gli israeliani si fecero effettivamente
sentire una volta di più, proprio mentre i soldati dell'unità
logistica se ne stavano andando a dormire; e bombardarono le caserme
uccidendo 10 di loro, tra cui quei gentilissimi tre giovani che mi
avevano protetto a Kfar Chim.
Perché? Ma un'unità logistica, uomini il cui unico compito era
quello di riparare linee elettriche e condutture dell'acqua? Poi, il
lampo... Beirut deve soccombere! Deve morire per mancanza di
elettricità, ora che la centrale dei Jiyeh è in fiamme. Non si deve
consentire che Beirut sopravviva. Ecco perché quei poveracci son
dovuti morire.
Quella di Beirut è gente dura, che non si commuove facilmente. Ma la
scorsa settimana molti furono sconvolti da una fotografia pubblicata
sui giornali: una bambina gettata per terra come un fiore appassito.
Era in un campo vicino a Ter Harfa.
Vado a casa e scorro nel mio archivio cercando le vecchie foto
dell'invasione israeliana del 1982. Trovo altre foto, molte foto di
bambini morti e ponti distrutti. «Israele minaccia di bombardare
Beirut», dice un titolo. E ancora: «Israele reagisce», «Guerra in
Libano», «Beirut sotto attacco», «Massacro a Sabra e Chatila».
Sì, come dimentichiamo in fretta queste tragedie.