Red Shirts a Bangkok
Red Shirts a Bangkok. ... tutto fermo e spento, danni per milionate al giorno!!! Fa un effetto surreale, tantissimi uomini, donne, bambini, giovani e anziani, accampati su stuoie con tende improvvisate, sotto le insegne di Louis Vuitton e Prada!!!
data: 12 Maggio 2010
autore: Daniela Pantaloni
fonte: esperienza personale


L’impiegato dell’albergo, al nostro arrivo, ci porge una mappa di Bangkok e disegna un quadrilatero con la biro, poco distante da dove ci troviamo: entro quell’area è pericoloso, non avvicinatevi…
Proviamo a camminare in quella direzione (in realtà le distanze sono notevoli, città enorme, oltre 8 milioni di abitanti) e dopo poco cominciamo a vedere rotoli e matasse di filo spinato (di tipo “israeliano”, robusto e micidiale), poi gruppi di soldati col fucile in mano e poliziotti in assetto anti-sommossa, del tutto simili a quelli delle nostre parti… Solo che fa un caldo inimmaginabile, chi non è di turno se ne sta semi spogliato su amache o stuoie a leggere o bere, e in generale non hanno un aspetto particolarmente ostile, se gli si chiede il permesso di fotografarli sorridono, acconsentono, a volte si mettono in posa o addirittura chiedono di fare foto ricordo con turista! Arriviamo nei pressi della stazione Skytrain di Sala Daeng e scorgiamo le prime barricate: sono strane, sembrano improvvisate ma si rivelano assai efficaci: colonne e mucchi di pneumatici intrecciati e sorretti con canne di bambù appuntite rivolte verso l’esterno e sormontate da filo spinato, di cui sembrano disporre con altrettanta facilità dei militari. E sopra, piantate tante bandiere rosse che sventolano…
Cerchiamo un varco, incontriamo un gruppo di ragazzi con caschi neri e fazzoletti rossi che si affannano a regolare il traffico e nel contempo controllano chi entra e chi esce… Ci fanno passare con grandi sorrisi, si lasciano fotografare volentieri, solo si coprono il volto per non essere riconoscibili (dejà vu!) e poi cominciamo a camminare dentro l’accampamento dei Red Shirts, che hanno occupato il cuore pulsante della City di Bkk, includendo grattacieli, banche, negozi stratosferici, grandi hotel… tutto fermo e spento, danni per milionate al giorno!!! Fa un effetto surreale, tantissimi uomini, donne, bambini, giovani e anziani, accampati su stuoie con tende improvvisate, sotto le insegne di Louis Vuitton e Prada!!! Sono veramente tanti, camminiamo per almeno un’ora e mezza prima di arrivare alla fine dell’accampamento, anche se spesso ci fermiamo a fotografare… Sono contenti che qualcuno si interessi alla loro lotta, non capiamo nulla della lingua, servono sorrisi e occhiate per comunicare, ma ogni tanto qualcuno parla inglese e ci spiega. I cartelloni ironizzano talvolta “… qui vivono pericolosi terroristi…” su una tenda che ospita bambini e madri affettuose, altre volte invitano a non credere alle bugie del governo, ma sono soprattutto i cartelloni con le foto quel che attira di più l’attenzione: immagini di scontri, di fucili che sparano proiettili veri, non di gomma, e dei loro effetti su corpi devastati e privi di vita… Sono le foto di quel che è successo il 10 aprile, quando le Red Shirts si erano accampate in un’altra parte della città, vicino alla zona turistica di Kao San dove si affacciano centinaia di negozietti e mercatini per turisti che offrono di tutto, purchè taroccato… E dove l’esercito non ha esitato ad inoltrarsi persino coi carri armati quando hanno deciso di colpire con la repressione pesante un movimento che stava acquisendo crescenti consensi tra la popolazione della città… Alla fine si è parlato di 25 morti, 5 fra i militari e gli altri fra i civili, ma chi ha sparato veramente, dicono, erano i cecchini appostati su tetti e balconi, gente appartenente alle forze speciali, che sparava ad altezza d’uomo mentre sembrava, dai filmati, che le forze dell’”ordine” sparassero in aria… Difficile capire bene la dinamica dei fatti, abbiamo preso dei DVD che forse consentono di leggere meglio quel che è accaduto, ma certo le foto sono già molto significative, impossibile non pensare a Genova…
I volti delle persone che incontriamo: sembrano di colorito più scuro delle persone che si vedono abitualmente in città, fuori dalle barricate; in effetti una signora ci spiega in inglese che sono per lo più contadini provenienti dalle zone nord e orientali della Thailandia, quelli che hanno visto ridursi gli spazi di sopravvivenza da parte di un governo come l’attuale, frutto di uno degli innumerevoli colpi di stato che hanno costellato la storia del paese dal 1932, quando era stata abolita la monarchia assoluta e una costituzione per la prima volta aveva regolato la vita politica e civile.
Una sera abbiamo incontrato un ragazzo italiano che parla un po’ la lingua thai e sta facendo una tesi di dottorato in antropologia culturale sulla rete dei trasporti di Bkk, con riferimento ai motorini che sono gli unici mezzi di trasporto in grado di spostarsi efficacemente in una città spesso paralizzata da un traffico infernale. Ci ha spiegato un bel po’ di cose su questa lotta, per noi altrimenti incomprensibile, avendo partecipato direttamente ad alcune fasi poiché i possessori di motorini appartengono alle fasce meno ricche della città e inevitabilmente si sono per primi alleati con le red shirts consentendo loro una grande mobilità in occasione del trasferimento della loro occupazione da Kao San a Sala Daeng…
I media italiani e occidentali hanno sempre insistito nel descrivere i red shirts come truppe di fedeli al deposto leader Taksin Shinawatra, il quale si trova in esilio all’estero con l’accusa di corruzioni e furti vari, essendo uno tra i più ricchi del paese, proprietario di reti televisive, insomma il Berluska locale. Implicitamente viene delegittimata quindi l’autenticità di un movimento popolare, sottintendendo che chi partecipa a questa lotta viene pagato… Ma non si capisce allora il clima di umana solidarietà e fratellanza che si respira all’interno del campo, la voglia di lottare per il proprio futuro, per la difesa dei propri diritti, la voglia di comunicare l’importanza di queste giornate e nel contempo la gioia di aver vissuto un’esperienza comune di scambio, di lavoro volontario, di fornitura gratuita di cibo e acqua (anche a noi sono stati dati, mentre era in corso la distribuzione per tutti…), il fatto che sempre, durante il giorno, si avvicendino oratori ai microfoni amplificati per tutto il campo e la gente li ascolti attentamente…
Il ragazzo italiano spiega che il deposto leader Taksin aveva adottato una politica populista che però teneva conto anche delle esigenze dei lavoratori delle campagne e della provincia, non solo degli interessi della borghesia cittadina che realizza ingenti profitti sul turismo (la prima voce nel PIL tailandese); ad esempio, aveva garantito a tutti l’accesso alle cure mediche tramite pagamento di un ticket di 30 Bat (circa 70 centesimi di euro), che se non è un sistema sanitario gratuito, gli si avvicina…
Inoltre aveva liberalizzato il servizio “mototaxi” per cui chiunque abbia un motorino e due caschi (anche no…) può trasportare chi desidera spostarsi più in fretta di quanto il traffico non consenta alle auto; ecco perché tanti coi motorini sono solidali con i red shirts…
Senza contare che questo leader, con tutte le riserve che si possono immaginare, era andato al governo vincendo le elezioni, mentre l’attuale è stato messo al potere da un colpo di stato militare.
I “protesters” ci hanno dato numerosi libretti scritti in thai e in inglese, nei quali si spiegano i punti essenziali della loro lotta, che sostanzialmente mira al ripristino di libertà democratiche elementari, non si propone un rovesciamento del sistema politico ed economico ma solo il rispetto dei diritti umani fondamentali, della costituzione democratica di cui reclamano il ripristino. I leader del movimento si proclamano non violenti, ripudiano le pratiche di ricorso alle armi, non riconoscono al proprio interno quel gruppi che propagandano la lotta armata, dichiarano che chi non si adegua alle loro regole non può pretendere di rappresentare il movimento Red Shirts… E tuttavia gli scontri ci sono stati, le foto parlano chiaro, quando si muove una massa così ingente di popolazione non si può controllare tutto, la sensazione che rimane dopo aver visitato l’accampamento resta quella di un grande movimento di persone determinate a lottare per difendersi e veder rispettate le proprie esigenze, insomma una lotta di popolo, con tutto il calore e la solidarietà che scaturiscono dal contatto con loro.

Daniela Pantaloni
12 maggio 2010


Postato da DanielaRob