Lotta alla guerra, resistenza sociale
Ma se i signori della guerra globale continuano a far vittime anche nei significati delle parole, difficilmente saranno in grado di trovare nei rimasugli dell’élite locale facce presentabili....
data: 05 Giugno 2004
autore: gruppo di compagni Torino
resistenza sociale Per il quattro giugno, a Roma contro bush, in molti hanno sperato in un flop del movimento. Il governo, ovviamente, che ha creato un clima di paura e intimidazioni per fare il vuoto intorno a chi resiste alla sua politica sociale e di guerra. Ma anche l’ulivo si è semplicemente tirato fuori e non solo per non “non offrire pretesti” in clima elettorale. Nonostante questo a Roma, e in un giorno feriale, eravamo davvero in tanti, fin dal mattino con blocchi stradali e cortei per i quartieri, e poi tantissimi il pomeriggio. Il vuoto, in realtà, si è creato intorno al torturatore-“liberatore”, che ha dovuto rinunciare al bagno di folla non per “ragioni di sicurezza”, ma semplicemente perché la folla per lui non c’era. Chi c’era era contro. Soprattutto giovani, attivisti convinti della necessità dell’azione diretta, e il “popolo della pace” più radicale, che scende in piazza anche quando tutti glielo “sconsigliano”. Un risultato che fa risaltare un’autorganizzazione di fatto che molto meno di altre volte ha potuto usare rifondazione, social fori, associazionismo, cgil ecc. come “strutture di servizio” per il movimento.

Chi è venuto a Roma ha dimostrato coi fatti di non sentirsi affatto orfano della “Politica”. Cerca la sua strada, ribadisce la sua autonomia come dato ogni volta da conquistare e approfondire, da discutere e da allargare. Questo movimento è a tutt’oggi, nella sua dimensione globale in costruzione, l’unico soggetto -soggetto di soggetti- potenzialmente del tutto asimmetrico alla guerra permanente e all’ordine neoliberista che la sottende. Transito, non già punto finale. Nulla di più, ma anche nulla di meno (e può essere un elemento di riflessione per chi ancora non ha ben deciso se starci pienamente dentro e come). A cose fatte hanno un bel dire governo, media e “opposizione”, ognuno a modo suo, che la piazza si è dimostrata “responsabile”. Buon viso a cattivo gioco, per lor signori. Non ci toglieranno certo il senso di una nostra vittoria: che sta nell’essere scesi in piazza in tanti così come volevamo, nel modo determinato non da questo o quello, ma dall’intelligenza collettiva del movimento, con le azioni il mattino e un grande corteo di massa il pomeriggio.

Risposta concreta alla situazione concreta (non una ricetta valida sempre e comunque) per ribadire il nostro esserci in modo fattivo senza cadere in rituali stanchi e scontati. La polizia ci ha “lasciato stare”? Già, ma perché? La risposta sta nel numero di chi a Roma c’era nonostante quel clima. Sta nell’aver saputo creare, in tutto il percorso contro la guerra, quel consenso più largo che, allo stato delle cose e viste le difficoltà del governo (che non sono cadute dal cielo né dall’opposizione…), non ha permesso neanche questa volta al berluska di agire diversamente. (Non sono tutti e solo nostri i “meriti”, va bene, ma non togliamoci quelli che abbiamo.) E ora? Che fare di queste energie e della tenuta di un’opposizione senza se e ma alla guerra con una capacità/possibilità di interloquire con uno spettro più ampio della società? In Iraq la situazione si va definendo verso un (finto) intervento onu che legittima l’occupazione usa del paese come “transizione alla democrazia” e fa rientrare, in cambio, l’Europa almeno in parte nella gestione della “stabilizzazione”. Il “trasferimento di poteri agli iracheni” è la foglia di fico per il permanere delle truppe occupanti… su invito del “governo iracheno”.

Ma se i signori della guerra globale continuano a far vittime anche nei significati delle parole, difficilmente saranno in grado di trovare nei rimasugli dell’élite locale facce presentabili per il popolo iracheno che, direttamente o indirettamente, sostiene la/le resistenze. Quello che rischia di passare, che già sta passando, è però il modello neo-liberista di una società scomposta e ricomposta ad hoc per essere sussunta direttamente sotto i flussi del capitale globale, senza neanche più le intermediazioni di uno straccio di borghesia nazionale degna di questo nome, a macchie di leopardo lungo le linee di inclusione (delle ricchezze locali) e di esclusione (della stragrande parte della popolazione, delle infrastrutture sociali ecc.) che determinano come risultati strutturali il caos e la balcanizzazione da “governare” con la guerra, preventiva e permanente. La pervasività di questo modello, la mancanza di reali alternative ad esso nel quadro della globalizzazione, spiega anche perché l’Europa rientra in gioco. E lo fa non -come qualcuno anche in buona fede pensava o sperava- per tracciare un percorso in qualche modo alternativo della globalizzazione, ma per ricontrattare ruolo e, parzialmente, forme all’interno dell’unico modello possibile di occupazione.

L’alternativa da molti ventilata tra unilateralismo e multilateralismo a ben vedere non è reale: la potenza egemone impone di volta in volta il terreno più “avanzato” del dominio globale, per forza di cose unilaterale, nell’interesse dell’intero capitale transnazionale, come condizione di possibilità anche dei (reali) contrasti al suo interno. La partita si gioca o lì dentro -il che spiega perché anche per il nostro centro-sinistra l’alleanza con gli usa è irrinunciabile- o decisamente contro l’ordine globale, per un altro mondo (non: un altro modo) possibile. Ma quella pervasività, fatta di guerra e mercato, non resta limitata a qualche area del Sud. Si fa sentire, con altri risvolti, anche qui con l’attacco ai diritti e alle condizioni, con la precarizzazione, con il clima di guerra agli spazi comuni e alle libertà residue. E’ su questo terreno che va approfondita la risposta e vanno utilizzate le energie accumulate dalle mobilitazioni contro la guerra.
Che, anche solo per la composizione dei partecipanti, hanno sempre alluso, insieme, ad una lotta contro la precarizzazione dell’intera esistenza che oggi non è più possibile condurre (solo) nel singolo posto di lavoro, nel singolo settore, come semplice difesa dell'esistente, che si tratti di salario, welfare, riproduzione sociale o diritti. Battaglia per il reddito sociale, o di esistenza o come lo si vuol chiamare, lotta per i diritti e, in questo, intersecazione con soggetti e mobilitazioni che, da Scanzano a Melfi…, hanno risentito positivamente del movimento pur senza aver intrecciato rapporti diretti con esso: la precarizzazione, come condizione e problema trasversale a soggetti “vecchi” e nuovi, e soprattutto ai giovani, ha iniziato negli ultimi mesi a mostrarsi in “pubblico” e a rendersi riconoscibile a se stessa come condizione su cui iniziare a costruire un tessuto di comunicazione e condivisione di esperienze, lotte, obiettivi. Un lavoro tutto da svolgere, da inventare anche, con nuove coordinate, per unire e radicare lotta alla guerra e resistenza sociale.


Alcuni compagni/e di Torino