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Autopsia della guerra, i film di Cannes, da Jean-Luc Godard a Yervant Gianikian, da Samuel Fuller a Oshii Mamoru e Kusturica, hanno vivisezionato l'orrore e restituito senso politico alle immagini di tortura aggiornate fino all'ultimo shock. Per tutti, Michael Moore - in nome dell'America perduta - ha catalizzato il lavoro del cinema mondiale, il lavorio di fotogrammi brucianti, lo sguardo estatico sulla catastrofe - anno zero del visibile - con il suo Fahrenheit 9/11. Che, giustamente, ha vinto la palma d'oro. Film uguale e contrario a quello prodotto dalla sequenza interminabile degli scatti in posa di Abu Ghraib, chiuso definitivamente dall'«happy end» a cura del soldato Sabrina Harman, iconografia anni `50 da pubblicità pop, sorriso radioso e dito puntato sull'ultimo modello di iracheno congelato.
Nessun'altra immagine ci dirà di più della vendetta di sesso, di razza e di civiltà, dell'annientamento del nemico, morto o vivo, del suicidio dell'Occidente che si è inflitto un'umiliazione più grande di quella subita dai prigionieri. Ma il discorso non è chiuso, lo sono le fotografie delle vittime, lo è lo sguardo che le fissa e trova una via d'uscita facile nell'anti-americanismo come rimozione di sé. L'effetto autoritario delle foto irachene è nell'annichilimento dello sguardo, nel feticismo della violenza, nella riproduzione del disgusto a rischio assuefazione. Nel rassicurare chi guarda della propria innocenza. Ci vogliono altre immagini.
Ci vuole Michael Moore. «Perché le immagini siano vera informazione, è necessario che siano diverse dalla guerra» scrive su Libération il filosofo francese Jean Baudrillard in questi giorni di Cannes davanti allo schermo di Fahrenheit 9/11, che ha sollevato una platea internazionale nell'applauso più lungo del festival. Il regista americano ha liberato le immagini dalla propaganda del deja vu - il contrario di quello che gli rimprovano i suoi detrattori - le ha rese vive. Michael Moore ha mostrato il fuori-campo di ogni inquadratura già conosciuta, e ridato flagranza alle forme opache e rituali del conflitto. Finalmente torniamo ad essere attori nel kolossal di guerra. Coinvolti nel metodo di reclutamento dei teen-ager poveri del mid-west, nelle lacrime dei deputati neri abbandonati dal Congresso, nello sguardo vitreo di Bush all'asilo di Miami l'11 settembre, faccia a faccia di fronte all'imbarazzo dei deputati ai quali in stato di grazia burlesque Moore sollecita l'invio dei figli in Iraq.
Film di montaggio e d'inchiesta, Fahrenheit 9/11 decostruisce la macchina del terrore della Casa Bianca, effetti speciali sulla paura dell'Altro come condizione di dominio di corpi e anime. Opera sofisticata che dà contesto al fermo-immagine, svela, commuove, diverte in un gioco dell'assurdo/reale, è un percorso nell'emozione come esperienza politica. Mobilita lo spettatore, lo allena alla lotta, lo interroga come il capitano Henderson dei marines, «disertore» «perché non tornerò a uccidere delle persone inermi in questa guerra sbagliata». Questa è anche l'America, che con tutte le forze i supporter di George W. Bush e Osama bin Laden cercano di cancellare.
Il documentario non ha ancora una distribuzione in Usa dopo il rifiuto della produzione, Disney, di mandarlo in sala prima di novembre. Hanno ragione gli excutives del paese delle meraviglie bushiane, Fahrenheit 9/11 è una bomba intelligente. Così il nostro amico americano dovrà inventarsi qualcuno dei suoi trucchi iperbolici per mostrare quello che i media statunitensi censurano, qualcosa che supera in potenza il ringhiare dei cani di Abu Ghraib: la possibilità di ribellarsi. Persino vincendo a Cannes.
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