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La fabbrica del falso: il caso israeliano Dossier ISM-Italia 2008/03 – 1° edizione 12 ottobre 2008
L’occupazione israeliana del REGGIO PARMA FESTIVAL
Indice 1. Premessa 2. Qualche strumento per capire 3. Le perle del RPF 4. Daniel Barenboim 5. Come funziona la fabbrica del falso 6. L’immaginazione ad “usum delphini”
Allegati 1. Non c’è nessuna ragione per celebrare "i 60 anni di Israele" 2. Il programma del RPF dal 23 al 30 ottobre 2008 3. L'immaginazione letteraria aiuta le pubbliche relazioni di Shiri Lev-Ari, Ha’aretz 06/08/2007 4. L’influenza dell’Occupazione sulla cultura israeliana - Intervista ad Aharon Shabtai 5. Sul contratto tra gli intellettuali israeliani e il loro ministero degli esteri di Yitzhak Laor 6. On Israel by Daniel Barenboim, Jerusalem, May 9 2004
“Verrà il tempo in cui i responsabili dei crimini contro l’umanità che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese, e altri conflitti in questo passaggio d’epoca, saranno chiamati a rispondere davanti ai tribunali degli uomini o della storia, accompagnati dai loro complici e da quanti in Occidente hanno scelto il silenzio, la viltà e l’opportunismo.”
ISM- Italia Torino, 12 ottobre 2008 1. Premessa
Le iniziative “culturali” promosse dal governo israeliano in molti paesi per i 60 anni della costituzione dello Stato di Israele sono state numerosissime. Le ragioni per le quali lo Stato di Israele si è mosso come si è mosso, sono spiegate nel dossier ISM-Italia 2008/2 “La fabbrica del falso: il caso israeliano - La militarizzazione della cultura”, vedi http://www.lacaverna.it/public/collaboratori/PHPismit01.htm. oppure http://www.forumpalestina.org/news/2008/Ottobre08/13-10-08FabbricaDelFalso.htm.
In sintesi vale per il Reggio Parma Festival 2008 con il suo “Progetto Israele / 60°, quanto già scritto in occasione della Fiera del Libro 2008 dove l’ospite d’onore è stato lo Stato di Israele: "La decisione dei responsabili della Fiera del libro di invitare lo stato di Israele come ospite d'onore non ha nulla a che vedere con la cultura. Non è solo una palese violazione del principio della autonomia della cultura. Non è solo un atto di servilismo politico per permettere a Israele la propaganda più strumentale. Segna un passo emblematico in direzione della militarizzazione della cultura.” 2. Qualche strumento per capire
In allegato 3 è possibile leggere “L'immaginazione letteraria aiuta le pubbliche relazioni” di Shiri Lev-Ari, Ha’aretz 06/08/2007, un intervista a Dan Orian, capo del Dipartimento per la letteratura presso la Divisione per gli affari culturali e scientifici (DCSA) del ministero degli esteri israeliano. In allegato 4 una intervista a Aharon Shabtai, “L’influenza dell’Occupazione sulla cultura israeliana”. In allegato 5 Yitzhak Laor parla del contratto che gli scrittori e gli artisti devono firmare quando vanno all’estero su commissione governativa.
Per Dan Orian: "la cooperazione tra scrittori israeliani e il ministero degli esteri è basata su un interesse reciproco: gli scrittori e i poeti cercano all'estero la massima visibilità per i loro lavori e il ministero degli esteri vuole usarli per presentare il volto sano e attraente d'Israele". ….."La cultura è uno strumento magnifico per aiutare la carretta a correre liscia." ….."L'idea è quella di mostrare che Israele è molto di più della battaglia tra israeliani e palestinesi su un pezzo di terra. …. Noi siamo percepiti come aggressivi, come quelli che impongono le chiusure sui Territori, e improvvisamente appare un'autrice che parla delle relazioni all'interno della famiglia e il cui modo di scrivere è veramente non politico. Questo può cambiare l'intera percezione della società israeliana" . ….."Diamo aiuto per la traduzione della letteratura israeliana in lingue straniere, circa 2.000 dollari per traduzione". ….."Mandiamo all'estero una media di 120 scrittori all'anno e generalmente paghiamo il loro biglietto aereo".
Per Aharon Shabtai: “In Israele oggi, al contrario, è convinzione corrente che le questioni culturali come la poesia siano fini a se stesse, esistano in una sfera a parte che non ha niente a che fare con gli argomenti in discussione, e specialmente con dichiarazioni politiche. Si considera volgare e grezzo tutto quanto riguarda la politica. Letteratura e cultura non hanno nulla a che fare con l’etica civile. È una cultura di idiotai, in cui ognuno agisce per se stesso e tutti i problemi finiscono sulle spalle dell’individuo diventando traumi di un ego gonfiato e concentrato su se stesso. L’arte privatizzata che tratta la vita degli “idiotai” diventa un ramo della psicologia, questo è accaduto anche negli Stati Uniti, quando invece specialmente durante la guerra del Vietnam c’era una poesia impegnata per la pace. Ma nel volgere di pochi anni, dopo che l’amministrazione Johnson fondò il National Endowment for the Arts, la poesia si è trasformata in workshops di scrittura nei campus universitari. Anche in Israele si incoraggiano i workshops di scrittura. Essi costituiscono una nicchia economica fiorente per fare terapia con l’arte, per aiutare le persone ad adattarsi. La psicologia è diventata una ideologia. Tutti i traumi di una società caratterizzata dall’omicidio politico e dallo sfruttamento vengono interiorizzati e riemergono come problemi dell’individuo isolato in una massa nazionalistica. Tutto si riduce ad una terapia. L’arte come psicoterapia è al servizio di una ideologia in cui tutti sono individui senza uno spazio politico (una agora): senza uno spazio dove i problemi personali che per loro stessa natura sono politici, raggiungano come tali la coscienza per trovare la vera soluzione. Senza uno spazio politico l’arte è come il pongo che si dà ai malati mentali e ai bambini - perché coloro che non hanno alcuna responsabilità rispetto allo spazio politico sono schiavi e bambini. Tutto ciò che riguarda il politico appartiene ai cittadini, cioè agli adulti. Oggi arte e letteratura mantengono in un asilo infantile quelli che non vogliono, o non possono, crescere.”
…. “Gli scrittori della sinistra soft non danno un contenuto politico alla letteratura, anzi al contrario, invece di spingere a decidere o ad agire sublimano in cultura ciò che è politico. Nelle loro mani l’Occupazione diventa la psicomachia dell’anima bella, tormentata, di Israele. Sono riusciti a farne un clichè del discorso culturale israeliano. Persino Ariel Sharon ed Ehud Olmert hanno detto di essere contro l’Occupazione. È stata normalizzata. È diventata parte della cultura, materiale per una infinita autoflagellazione narcisistica, soggetto per film, conferenze, dottorati e carriere accademiche. In questo modo l’Occupazione è stata espunta dal campo della lotta per essere compressa in un asilo infantile psicoterapeutico. Infine si raggiunge il punto in cui l’Occupazione diventa grafomania. La gente non ne può più di sentirne parlare. E’ questo il motivo per cui da Oslo in poi nessuna grande letteratura si è sviluppata in questo paese, dove si sono prodotte soltanto cose mediocri che contribuiscono ad una vita sociale gretta, che ricicla “l’esperienza israeliana” impantanata nella sua fissazione. Perché quello della letteratura è un compito etico e politico. E uso il termine politico nel senso greco classico. Ciò che mette alla prova la letteratura è la misura in cui essa coopera o meno con il regime nel costruire il consenso. La cultura è un laboratorio ideologico che usa le narrazioni condivise per creare un quadro della realtà; inventa definizioni e divisioni (ebraico/arabo, per esempio) che forniscono una identità all’individuo. Ciò che distingue i grandi scrittori e i grandi poeti è il fatto che loro creano la capacità di resistere e offrono un ethos alternativo. In tempi d’emergenza questi scrittori si pongono direttamente in relazione con la politica. La resistenza è l’essenza della vita. Ognuno percepisce la forza di gravità, l’inerzia e la resistenza, quando si muove in avanti o agisce come individuo. D'altronde la pressione, aperta e occulta a fare “il bravo ragazzo”, al conformismo, è enorme. Il vero poeta ha il coraggio e il discernimento per creare la resistenza, in senso etico ampio, precisamente là dove si preme sull’individuo perché si conformi alla norma.”
E infine Yitzhak Laor riporta alcune parti del contratto che scrittori e artisti israeliani devono firmare per andare all'estero su commissione governativa: "Il service provider è consapevole che l'obiettivo di affidargli servizi è di promuovere gli interessi politici dello Stato di Israele tramite la cultura e l'arte, incluso il contribuire a creare un'immagine positiva di Israele." 3. Le perle del RPF Le perle che elenchiamo sono tutte derivate da informazioni presenti nel sito del RPF (www.reggioparmafestival.com) e/o nel programma del mese di ottobre (allegato 2).
Perla n. 1 Il colore del logo (arancione o giù di lì) è stato modificato: “ha assunto il colore azzurro in onore delle celebrazioni per il 60° Anniversario della Fondazione dello Stato di Israele”. Una singolare vocazione a fare da tappetini.
Perla n. 2 “Ci sono eventi che per ampiezza ed eccellenza del programma in cui si articolano può risultare riduttivo chiamare festival, specie se sottendono un'idea che va oltre la semplice esibizione o performance. Il Reggio Parma Festival è uno di questi.” Così suona l’incipit della presentazione della manifestazione! E allora, forza, troviamogli il vero nome! Una fabbrica del falso attraverso l’uso strumentale della cultura organica al potere, per sua natura acritica e falsa!
Perla n. 3 “L’edizione di quest’anno è intitolata PROGETTO ISRAELE ed è dedicata al 60° anniversario della Fondazione dello Stato d’Israele dando respiro e centralità ad una identità artistica, quella israeliana, vibrante e dai contorni netti come il suo paesaggio scolpito dal sole. Un’identità che riflette il dinamismo etnico (sic!!!), e sociale di un popolo e di una zona crocevia per antonomasia e che trova un equivalente non casuale nell’area emiliana dove, da sempre, uomini e culture si sono incrociati lungo la Via Francigena.” Dinamismo etnico o pulizia etnica? “Vibrante e dai contorni netti” l’identità artistica israeliana? Esagerare humanum est?
Perla n. 4 “Già dieci anni fa Teatro Festival Parma, in una delle sue rare edizioni a tema, fece conoscere quel fenomeno ancora poco indagato della diffusione e innervamento della cultura ebraica nel mondo. Luogo dunque in cui oggi convivono, spesso faticosamente, culture diverse e tradizioni antiche e antichissime, teatro di forte spiritualità e di forti contrasti, Israele è divenuto ”laboratorio” di una creatività che anticipa il nostro futuro multiculturale.” “Spesso faticosamente”!!! Sarà un eufemismo o una iperbole impazzita? Forse un laboratorio di creatività delle nuove armi di distruzione di massa (vedi “disappearing palestine – israel’s experiments in human despair” di Jonathan Cook, Zed Books 2008).
Perla n. 5 «In Israele con i miei orchestrali mi sono spinto in zone di confine, dove una grande orchestra filarmonica normalmente non può arrivare - racconta Zubin Mehta nell’autobiografia intitolata La partitura della mia vita - . Fra queste imprese ci fu un concerto che abbiamo tenuto nel gennaio 1982 sul confine fra il Libano ed Israele, in mezzo ad un campo di tabacco. Schermi solari in dotazione all’esercito definivano il perimetro del palco improvvisato che ospitò in quest’occasione i musicisti». Ineffabile lo Zubin Metha, in questa sineddoche indebita: 1982 = massacro di Sabra e Chatila.
Perla n. 6 “Reggio Emilia e Parma, quindi, promettono di recare i profumi, le tinte, i suoni e il sentire espressivo di una cultura e di un popolo dalla storia profonda e complessa come le sue radici, intrisa di miti e tradizioni che, a contatto con il presente, maturano ed evolvono.” Gabriele, il D’Annunzio, si rivolta nella tomba di fronte a questo prosare immaginifico e fasullo.
Perla n. 7 “Kol, in ebraico voci, vuole rappresentare una tra le più ricche società multiculturali del pianeta, un paese contraddistinto da diversità e da contrasti religiosi, etnici e geografici: Israele. La voce, uno dei simboli di questo luogo complesso, rispecchia tramite i cantanti, elementi della realtà, della vita e della sacralità delle diverse culture che lo popolano.” Gabriele, il D’Annunzio, continua a rivoltarsi nella tomba per i motivi di cui sopra. Godetevi quel sublime “contrasti religiosi, etnici e geografici” e l’afflato della “sacralità delle diverse culture che lo popolano”.
Perla n. 8 A firma di Carmelo Rifici si può leggere: “Ancora oggi ci si chiede come fu possibile, per uno stato giovane e ancora in fase di costruzione come quello di Israele di riuscire, in soli sei giorni, a sconfiggere l’intelligente e avanzato esercito arabo. Questa è la domanda che mi sono posto per tentare di comprendere il sentimento di tensione che pervade il testo di Yehoshua, o meglio, i sentimenti di sgomento e rassegnazione provati dal popolo ebraico durante quelle ore cruciali. La paura dei personaggi si mescola di continuo col senso di stupore dello stesso autore di fronte ad una schiacciante e inattesa vittoria di Israele, vittoria dal carattere quasi divino come diranno in seguito i partiti di destra, i quali riusciranno a sfruttare a loro vantaggio proprio questa ambigua vittoria, appropriandosi della Giudea, della Samaria, di Gaza, della penisola del Sinai e l'altopiano del Golan, degli Stretti di Tiran, e riunificando Gerusalemme. Il tema che sottostà a tutto il testo credo che sia proprio questo: il senso di stupore. L’angoscia per l’imminente conflitto con un eventuale sterminio. La percezione che di lì a poco, l’intero mondo sarebbe cambiato”. Yehoshua, che con Oz e Grossman forma il più famoso trio letterario del mondo (secondo Tom Segev, giornalista e storico israeliano, scrivono i loro comunicati pacifisti come se sedessero nell’ufficio legale del Ministero degli Esteri israeliano), meriterebbe un trattamento particolare. Ha dichiarato di essere il profeta del Muro dell’Apartheid e della distruzione della centrale elettrica di Gaza. Sarà uno scrittore, ma certamente e soprattutto è un “razzista immorale”, l’aggettivo in questo caso è un debito pleonasmo. Al regista Carmelo Rifici, autore di questa singolare ricostruzione della guerra dei sei giorni, suggeriamo di documentarsi un po’ meglio. Non ha imparato nulla dal rigore di Luca Ronconi? Doveva essere proprio intelligente e avanzato l’esercito arabo se sono bastati sei giorni a sconfiggerlo!
Perla n. 9 “Al centro del pensiero e dell'opera di Yehoshua si trova la questione del rapporto tra popoli diversi, che hanno religioni e culture differenti. I suoi personaggi sperimentano in forme a volte drammatiche, spesso tormentate, la difficoltà di costruire relazioni umane autentiche che non si lascino incasellare nel pregiudizio o nell'intolleranza.” Un altro capolavoro di oscurità evasiva e/o di oscura elusione.
Perla n. 10 “Un testo duro, deciso, politicamente scorretto. Una requisitoria sulla guerra in Jugoslavia, che potrebbe riguardare però qualsiasi guerra del nostro tempo, qualsiasi scontro armato in cui venga meno la chiarezza dei fronti, in cui le motivazioni profonde sconfinino nella sfera più intima e in cui le ideologie siano solo paraventi per azioni governate dalla legge del taglione.” Jugoslavia come Israele/Palestina o viceversa? Dire e non dire, questo è il problema! Non sarebbe stata più pertinente una requisitoria sul genocidio in corso nella striscia di Gaza dove 1.500.000 palestinesi sono rinchiusi in un campo di concentramento a cielo aperto?
Perla n. 11 “Il regista Ilan Ronen, nonché attuale direttore artistico di Habimah, è convinto che nel suo tormentato e complesso Paese il teatro non possa non confrontarsi con le preoccupazioni più reali e profonde di chi lo vede.” Però! Solo un confronto con le preoccupazioni? E la realtà di un conflitto secolare? Non vi pare un luogo banale, versione minore del luogo comune?
Perla n. 12 “Il testo è scritto in collaborazione con attori arabi ed israeliani catturando con grande humor la follia di ogni giorno che si vive da una parte e dall’altra del muro. Costringe il pubblico a prendere posizione. In Third Generation analizza il nodo gordiano della Memoria che unisce il popolo tedesco, israeliano e palestinese analizzando concetti come “memoria”, “colpa”, “rifiuto”, “colpevoli e vittime”, che giocano un ruolo importante nella storia dell’identità israeliana, tedesca e palestinese e nei rapporti fra questi paesi.” Siamo alle liasons dangereuses! Al cinismo paradossale: i palestinesi legati ai tedeschi da un nodo gordiano attraverso gli israeliani!
Perla n. 13 “La Israel Philarmonic Orchestra fu fondata nel 1936 dal violinista ebreo-polacco Bronislaw Huberman che, preavvertendo l’Olocausto, riuscì a convincere settantacinque musicisti ebrei, tutte prime parti di alcune grandi orchestre europee a creare - sulle dune di Tel-Aviv – quel che fu chiamata la “materializzazione della cultura sionista in madre patria”. Per il concerto d’apertura, alla Levant Fair Hall fu invitato Arturo Toscanini, il quale abbandonò New York e la sua celebre NBC Orchestra per il concerto inaugurale del 26 dicembre 1936. “Lo faccio per l’umanità.” Disse Toscanini, che tenne così a battesimo la nuova orchestra, allora chiamata ‘Palestine Orchestra’. Dalla nascita dello Stato di Israele, avvenuto esattamente sessant’anni fa, l’orchestra cambiò nome diventando la “Israel Philharmonic Orchestra” (IPO) e trasformandosi in una parte fondamentale della nuova nazione ebraica.” Toscanini predecessore di Barenboim? Quella “Palestine Orchestra” che si trasforma in “Israel Philharmonic Orchestra” è un lapsus che dice molto di più delle sistematiche omissioni che caratterizzano il Progetto Israele / 60° del RPF.
4. Daniel Barenboin “No di Barenboim alla festa per Israele. “60 anni di sofferenza palestinese” Tratto da "la Repubblica", 28 marzo 2008 “Daniel Barenboim non parteciperà alle celebrazioni per i 60 anni dalla fondazione di Israele. Il celebre direttore d'orchestra israelo-argentino, che a gennaio ottenne la cittadinanza onoraria palestinese, non prenderà parte alle manifestazione del 14 maggio perché, ha spiegato, “i 60 anni dell'indipendenza israeliana rappresentano anche i 60 anni di sofferenza del popolo che era qui prima (i palestinesi)”. Nella conferenza stampa in cui esponeva il suo pensiero, Barenboim, sottolinea il sito web dell'Yediot Aharonot, ha usato l'espressione araba al-Naqba (la catastrofe) per indicare la nascita dello Stato ebraico. Nato a Buenos Aires e cresciuto in Israele, Barenboim dirigerà stasera un'orchestra di giovani musicisti israeliani e palestinesi, la West-eastern Diwan orchestra, formata negli anni scorsi con l'intellettuale palestinese-americano Edward Said. Si tratta di una prima assoluta per l'ensemble a Gerusalemme dove suoneranno in pubblico pezzi di Mozart e Mendelsson. Criticato dalla destra per aver eseguito per prima in Israele brani di Wagner, il compositore preferito di Adolf Hitler, Barenboim ha battezzato l'evento “Concerto per due popoli”, “contro l'ignoranza e la mancanza di curiosità” di entrambe le parti in conflitto.” “Concerto per due popoli”, Barenboim evoca uno stato laico e democratico per due popoli?
Nel ricevere nel 2004 il Wolf Price Daniel Barenboim accettò il premio con il discorso in allegato 6.
5. Come funziona la fabbrica del falso Uno stato razzista (secondo Gideon Levy, giornalista israeliano), fascista (secondo Baruch Kimmerling, sociologo israeliano), di apartheid (secondo Danny Rubinstein, giornalista israeliano) la cui nascita è stata preceduta, accompagnata e seguita dalla pulizia etnica della Palestina (vedi “La pulizia etnica della Palestina” di Ilan Pappè, storico israeliano, Fazi editore 2008) utilizza la cultura per presentare un “volto sano e attraente”, cioè per nascondere i crimini contro l’umanità commessi in passato, quelli che commette quotidianamente e quelli che si prepara a compiere, come il troppe volte annunciato attacco all’Iran.
In Italia ha tenuto banco l’invito dello Stato di Israele come ospite d’onore della Fiera del Libro di Torino, in Francia l’invito, sempre come ospite d’onore, al Salone del Libro di Parigi. Le contestazioni non sono mancate come adesione all’appello palestinese “60 anni di espropriazione dei Palestinesi! Non c’è nessuna ragione per celebrare "i 60 anni di Israele"!” (allegato 1). Altrettanto emblematica è l’iniziativa del Reggio Parma Festival (RPF), il Progetto Israele/60°, iniziato con un concerto diretto da Zubin Mehta il 14 aprile e che si concluderà con il Meeting Europeo dell’Attore in programma dal 23 al 30 ottobre (in allegato 2 il programma) in perfetta (e non sospetta!) sintonia con le altre iniziative ricordate. Vale per questa iniziativa quello che abbiamo scritto per la Fiera del Libro. Un atto di servilismo bieco, di subordinazione maldestra e cieca verso lo Stato di Israele.
Un festival che si trasforma in una fabbrica del falso con la verità mutilata, dimenticata, rimossa, capovolta, elusa e imbellettata attraverso un linguaggio a una dimensione, tronfio e elusivo, e l’uso cinico di eufemismi, di iperboli più o meno impazzite, di tautologie, nonsensi e lapsus clamorosi (La fabbrica del falso di Vladimiro GIacchè, Deriveapprodi 2008).
Come gli avvenimenti di questi giorni sui mercati finanziari ci insegnano le bolle finiscono prima o poi per scoppiare. Scoppierà anche quella della borsa delle menzogne israeliane e di quanti, in particolare nel mondo occidentale, si sono prestati, come il Reggio Parma Festival, a farsene portavoce.
In questi giorni la città di Acco è sconvolta da disordini e nelle strade risuona il grido “Morte agli arabi”. Ci torna alla mente una poesia di Aharon Shabtai:
MENTRE SI MARCIAVA Due giorni fa a Rafah nove arabi sono stati uccisi, ieri sei sono stati uccisi a Hebron e oggi, appena due. L'anno scorso mentre si marciava da Shenkin Street un uomo in motocicletta ci gridò: "Morte agli arabi!" All'angolo della Labor, davanti al Bezalet Market, accanto alla macelleria Braun, e all'angolo di Bograshov: "Morte agli arabi!" Un anno intero questa poesia è rimasta sul marciapiede lungo la King George Street, e oggi la raccolgo e compongo il suo verso finale: "Vita agli arabi!"
6. L’immaginazione ad “usum delphini”
L’immaginazione al potere si disse in un maggio lontano. Qui siamo al suo contrario, anche l’immaginazione deve farsi e si fa organica al potere. Zdanov, Roderigo di Castiglia, Mario Alicata, si potrebbero fare riferimenti anche più pesanti. Come non concordare con i giudizi di Aharon Shabtai? Come non concordare con Baruch Kimmerling, sociologo israeliano, che ha scritto sul “complesso culturale-militare-industriale israeliano” e sul “militarismo civico” israeliano : “Nel corso del tempo, quantità sempre maggiori di risorse umane e materiali sono state mobilitate, accumulate e investite direttamente per fare fronte al conflitto. Un aspetto della risposta di Israele allo stato endemico di guerra è la predisposizione di una grande varietà di istituzioni e organizzazioni specificamente create per occuparsene, per esempio le forze armate, il sistema della riserva, insediamenti, industrie militari, ricerca e sviluppo in ambito bellico. Altre istituzioni teoricamente dedicate ad altro - la famiglia, il sistema educativo, le istituzioni religiose, i movimenti giovanili, l'assorbimento dell'immigrazione, la cultura e le comunicazioni di massa - sono state più volte mobilitate, adattate e trasformate per gestire i problemi che nascevano dal conflitto.” Come non concordare con quanto ha scritto Yitzhak Laor in una lettera pubblicata dal Manifesto nel maggio 2007: “Cara amica, il nostro problema qui, in quanto israeliani contro l'occupazione, è un problema concreto con i nostri vicini concreti, quelli che tornano a casa dopo avere prestato servizio ai blocchi stradali e avere trattato esseri umani come animali: diventano fascisti attraverso la pratica - ossia attraverso il servizio militare - e solo poi fascisti ideologicamente. … Cara amica, non possiamo dipendere dagli europei, nonostante pochi coraggiosi. Guarda, i nostri soldati sono tornati a casa e dai loro scarponi il sangue cola in salotto. Imparano presto nella vita a ignorare le lacrime delle madri. Prima di compiere vent'anni sono già crudeli come cacciatori di teschi. Lo ammetto: dovevo scrivere questo pezzo per il Manifesto, ma mi sono rivolto a te, perché non riesco più a rivolgermi agli europei direttamente, chiedendo loro di pensare ai palestinesi rinchiusi come animali nei loro ghetti, al vento e alla pioggia. E gli anni passano.”
Con la complicità di artisti e di intellettuali, israeliani e italiani, il Progetto Israele/60° oscura il conflitto, la guerra, l’occupazione permanente della Palestina, le deportazioni, gli 11.000 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, le torture, le esecuzioni mirate, la distruzione di case e di infrastrutture sociali, lo sradicamento degli ulivi, il furto dell’acqua, la riduzione alla miseria di tutto un popolo, l’assedio, il coprifuoco, Gaza ridotta a un immenso lager a cielo aperto, il Muro dell’Apartheid, un genocidio che non ha paragoni per durata e per crudeltà, tutti crimini contro l’umanità secondo il diritto internazionale.
L’immaginazione ad “usum delphini”, l’arte al servizio del potere, è semplicemente propaganda e manipolazione, cinismo, ipocrisia e menzogna.
Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel (PACBI)
www.PACBI.org P.O. Box 1701 Ramallah, Palestine Info@BoycottIsrael.ps
all.1 60 anni di espropriazione dei Palestinesi!
Non c’è nessuna ragione per celebrare "i 60 anni di Israele"!
“Anche dopo cinquanta anni di vita come esule Palestinese mi sento ancora sgomento per il modo in cui Israele e i suoi sostenitori continuano a negare il fatto che è passato mezzo secolo senza che Israele abbia restituito, riconosciuto o ammesso i diritti umani dei palestinesi e, come i fatti mostrano senza alcun dubbio, senza che questa sospensione dei diritti sia conseguenza delle politiche ufficiali di Israele. ... la Nakba palestinese viene caratterizzata come un evento quasi fittizio ... causato da nessuno in particolare.”
Edward Said, a commento, nel 1998, delle celebrazioni negli USA de “i 50 anni di Israele”
La creazione dello stato di Israele quasi 60 anni fa ha espropriato e cacciato centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro case e dalle loro terre. Con le loro vite pacifiche rovinate, la società frammentata, le proprietà saccheggiate e la speranza per la libertà e per uno stato distrutta, i profughi palestinesi hanno mantenuto il loro sogno di tornare e i palestinesi dovunque nutrono la loro aspirazione alla libertà, a una vita dignitosa e a tornare di nuovo insieme.
Non c’è nessuna ragione per celebrare "i 60 anni di Israele"! Israele da 60 anni è uno stato che nega ai profughi palestinesi i loro diritti riconosciuti dalle Nazioni Unite semplicemente perché sono “non-ebrei.” Israele occupa ancora illegalmente terre palestinesi e altre terre arabe, in violazione di numerose risoluzioni dell’ONU. Continua in modo persistente e brutale a violare il diritto internazionale e a calpestare diritti umani fondamentali con l’impunità assicurata dal generoso sostegno economico, diplomatico e politico degli USA e dell’Europa. Continua a trattare i palestinesi suoi cittadini con una discriminazione istituzionalizzata.
In breve, celebrare “i 60 anni di Israele” equivale a danzare sulle tombe palestinesi sparando a tutto volume la musica dell’espropriazione continua e dell’ingiustizia dalle molte facce.
Non c’è nessuna ragione per celebrare “i 60 anni di Israele"! Ma vi sono miriadi di ragioni per riflettere, impegnarsi e lavorare per la pace e la giustizia.
traduzione a cura di ISM-Italia Torino, 14 gennaio 2008 all. 2 Comune di Parma Ministero per i Beni e le Attività Culturali Regione Emilia-Romagna Provincia di Parma Reggio Parma Festival Fondazione Monte di Parma
in collaborazione con Ambasciata di Israele in Italia, Associazione Israele 60, Ministero degli Affari Esteri di Israele
TEATRO FESTIVAL PARMA Meeting Europeo dell’Attore XXVI edizione Parma, Teatro Due 23-30 ottobre 2008
Yuval Avital KOLOT opera icono-sonora per voci, strumenti, elettronica e video ideatore, compositore e direttore musicale Yuval Avital produzione AGON/Magà progetto realizzato con Reggio Parma Festival, Teatro Festival Parma, I Teatri di Reggio Emilia, Rec, I Pomeriggi Musicali, Teatro Dal Verme Milano con il contributo di Associazione Israele 60, Fondazione Cariplo, Comune di Milano - Cultura, Fastweb in collaborazione con Comunità Ebraica di Parma con il patrocinio del Comune di Milano - Relazioni Internazionali ringraziamento speciale Ambasciata d’Israele 23 ottobre 2008 ore 21.00
Kol, in ebraico voci, vuole rappresentare una tra le più ricche società multiculturali del pianeta, un paese contraddistinto da diversità e da contrasti religiosi, etnici e geografici: Israele. La voce, uno dei simboli di questo luogo complesso, rispecchia tramite i cantanti, elementi della realtà, della vita e della sacralità delle diverse culture che lo popolano. Le voci si fondono ai materiali multimediali elaborati dai videoartisti e dagli esecutori al live electronics. Montando ed elaborando suoni ed immagini, gli artisti disegnano mondi ed atmosfere che combinandosi con il canto e la musica strumentale collegano la tradizione alla realtà contemporanea, l’oriente all’occidente, la semplicità alla complessità. Yuval Avital, nato a Gerusalemme nel 1977, è compositore e direttore di progetti musicali e multimediali, chitarrista solista di musica classica e contemporanea. I suoi lavori coinvolgono una grande varietà di stili e generi, combinano diverse tradizioni ed epoche, uniscono nuovo ed antico, semplice e complesso. Le sue opere sono state eseguite in giro per il mondo: da Parigi a Pechino, da Israele all’Italia, dove ha fondato e dirige Magà, un progetto in residenza ad AGON, centro di produzione e ricerca per le nuove tecnologie applicate alle performing arts con base a Milano.
Fondazione Teatro Due UNA NOTTE DI MAGGIO di Abraham B.Yehoshua traduzione Alessandra Shomroni adattamento Edoardo Erba con Elisabetta Pozzi (Tirza), Claudia Giannotti (Rachel Sarid), Sergio Romano (Avinoam Sarid), Michele de’ Marchi (Amikam), Massimiliano Sbarsi (Dr. Assaf), Mariangela Granelli (Naomi), Noemi Condorelli (Noa) scene e costumi Margherita Baldoni luci Luca Bronzo regia Carmelo Rifici 24 ottobre 2008 ore 21.00 - 25 ottobre 2008 ore 20.00
Considerata la migliore opera teatrale di Yehoshua, Una notte di maggio è ambientata all’interno di una vecchia villa del quartiere di Rehavia, a Gerusalemme, in un appartamento situato nel seminterrato in cui si ritrovano i membri della famiglia Sarid. È la notte del 23 maggio 1967, vigilia della Guerra dei sei giorni, e l’angoscia e il timore per l’imminente conflitto, la possibile sconfitta e un eventuale sterminio, per la distruzione e la morte incombente, esasperano gli animi dei protagonisti facendo riaffiorare malesseri esistenziali e conflitti sopiti. Nell’arco di una sola notte, tra le sette di sera e le sei del mattino seguente, in un clima di continua tensione, non priva tuttavia di sfumature ironiche, si consuma il dramma della famiglia, fino al suo sgretolamento.
Ancora oggi ci si chiede come fu possibile, per uno stato giovane e ancora in fase di costruzione come quello di Israele di riuscire, in soli sei giorni, a sconfiggere l’intelligente e avanzato esercito arabo. Questa è la domanda che mi sono posto per tentare di comprendere il sentimento di tensione che pervade il testo di Yehoshua, o meglio, i sentimenti di sgomento e rassegnazione provati dal popolo ebraico durante quelle ore cruciali. La paura dei personaggi si mescola di continuo col senso di stupore dello stesso autore di fronte ad una schiacciante e inattesa vittoria di Israele, vittoria dal carattere quasi divino come diranno in seguito i partiti di destra, i quali riusciranno a sfruttare a loro vantaggio proprio questa ambigua vittoria, appropriandosi della Giudea, della Samaria, di Gaza, della penisola del Sinai e l'altopiano del Golan, degli Stretti di Tiran, e riunificando Gerusalemme. Il tema che sottostà a tutto il testo credo che sia proprio questo: il senso di stupore. L’angoscia per l’imminente conflitto con un eventuale sterminio. La percezione che di lì a poco, l’intero mondo sarebbe cambiato. Yehoshua ci presenta il dramma di una famiglia nella quale la paura della morte incombente esaspera gli animi dei protagonisti facendo riaffiorare malesseri esistenziali e conflitti sopiti, fino allo sgretolamento del concetto stesso di famiglia. La crisi della famiglia come allegoria della guerra. Yehoshua riesce, attraverso gli occhi di una famiglia, ad approfondire il modo in cui ansie e nevrosi personali si trasferiscono su un piano collettivo, mettendo a nudo le debolezze personali ma anche i limiti della fragilità umana. Carmelo Rifici
INCONTRO CON ABRAHAM B.YEHOSHUA 24 ottobre 2008 ore 17.00
Nato a Gerusalemme nel 1936, vive ad Haifa nella cui università insegna Letteratura comparata e Letteratura ebraica. Si è laureato in Letteratura ebraica e Filosofia all'Università Ebraica di Gerusalemme, dopo aver studiato alla scuola Tikhonaim. Ha avuto incarichi come professore esterno nelle Università di Harvard, Chicago e Princeton. Ha vissuto a Parigi per quattro anni, dal 1963 al 1967 e lì ha insegnato. Inizialmente autore di racconti e opere teatrali, ha conosciuto il successo coi suoi romanzi ed attualmente è lo scrittore israeliano più noto. Cominciò a pubblicare le sue prime opere subito dopo aver concluso il servizio di leva militare, e venne poi consacrato ad essere punta di diamante del Nuovo Movimento degli scrittori israeliani (in inglese Israeli New Wave). Le sue opere sono state tradotte in 22 lingue. Al centro del pensiero e dell'opera di Yehoshua si trova la questione del rapporto tra popoli diversi, che hanno religioni e culture differenti. I suoi personaggi sperimentano in forme a volte drammatiche, spesso tormentate, la difficoltà di costruire relazioni umane autentiche che non si lascino incasellare nel pregiudizio o nell'intolleranza. Un altro tema costante nei suoi libri è l'analisi dei rapporti familiari. L'amore coniugale è oggetto di particolare analisi, in quanto non fondato su un legame di sangue e perciò tale da dover essere continuamente rimesso in gioco, giorno per giorno, nelle situazioni più diverse. Nel rappresentare situazioni a volte anche potenzialmente scabrose, la parola di Yehoshua è tuttavia semplice, comprensiva, priva di morbosità. Non a caso Yehoshua viene spesso definito il simbolo della complessità ebraica: sentimenti amorosi, religione e fede, ideologia politica e routine quotidiana, costituiscono un unicum nei suoi scritti e tutto ciò si trova sempre ben contestualizzato nella dimensione storica dello Stato d'Israele e nel mondo ebraico. Tra i romanzi più noti: L'amante (1977), Un divorzio tardivo (1982), Cinque stagioni (1987), Ritorno dall'India (1994), Viaggio alla fine del millennio (1997), La sposa liberata (2001), Il responsabile delle risorse umane (2004), Fuoco amico (2007). Per il teatro ha scritto: Una notte di maggio (1975), Possesso (1986), Bambini della notte (1992).
Habimah National Theatre of Israel (Tel Aviv) DENUDED scritto ed interpretato da Miki Peleg-Rothstein scene e costumi Nava Shtar luci Ziv Voloshin musiche Alla Abu Amara canzoni Miki Peleg-Rothstein regia Norman Issa 25 ottobre 2008 ore 18.00 - 26 ottobre 2008 ore 21.00 Spettacolo in lingua originale con sopratitoli in italiano
In un monologo intenso e commovente, Denuded racconta la storia di una bambina di sette anni che, insieme alla sorella e alla madre, sorda, dopo il divorzio voluto dal padre naturale, si trasferisce nell’appartamento del nuovo patrigno, trovato dalla madre attraverso un annuncio. Qui si consuma, inosservato, l’incubo della violenza sessuale reiterata per quattro lunghi anni, e la lenta trasformazione che questa condizione angosciosa porta nella giovane protagonista. Le straordinarie trasformazioni fisiche ed emozionali che l’attrice ottiene in scena restituiscono un’immagine straziante dell’inimmaginabile devastazione che l’abuso sessuale ed emotivo crea in un bambino. Un testo senza tempo sconvolgente per l’universale tragicità del tema trattato.
Teatro Festival Parma NEMA PROBLEMA di Laura Forti con Giampiero Judica regia Pietro Bontempo 25 e 26 ottobre 2008 ore 22.00
Un testo duro, deciso, politicamente scorretto. Una requisitoria sulla guerra in Jugoslavia, che potrebbe riguardare però qualsiasi guerra del nostro tempo, qualsiasi scontro armato in cui venga meno la chiarezza dei fronti, in cui le motivazioni profonde sconfinino nella sfera più intima e in cui le ideologie siano solo paraventi per azioni governate dalla legge del taglione. Il protagonista ricorda, anni dopo, quella fase della sua vita, in cui aveva 23 anni ed era “un bauscia”, in cui non sapeva nulla della guerra, e voleva essere come il grande fotografo Robert Capa e per un fortuito caso della vita si è trovato a combattere per la Croazia. È la musica a scandire, interrompere, forse ispirare i suoi ricordi, intrisi di sangue e di ingiustizia, di atroci disillusioni e di ferocità umana. Una musica che non poteva che provenire dal denso sospiro di un sax, e che si infiltra nel racconto, frenandolo, lasciando al protagonista e al pubblico pause per riprendere il fiato, per riprendere il filo di questa cronaca senza spiragli di umanità. Dopo aver trattato temi come l’immigrazione clandestina, il nazismo, la disgregazione della famiglia, l’inesorabile sradicamento del nostro tempo da tradizioni culturali e religiose, da riti tramandati di padre in figlio, Laura Forti ne affronta un altro di scottante attualità, basato su una storia vera, e lo fa con mano sicura, con un ritmo narrativo incalzante ed evocativo di assalti e fughe, di scontri e di lacrime sul corpo di compagni massacrati. Pluripremiata con i suoi testi precedenti, anche nel suo nuovo testo si candida ad ampi consensi.
Habimah National Theatre of Israel (Tel Aviv) WAR di Lars Noren traduzione Lizzie Oved Scheja con Rami Heuberger, Osnat Fishman, Hila Feldman, Igal Sade, Ania Bukstein scene e costumi Frida Klapholz-Avrahami luci Roni Cohen regia Ilan Ronen 26 ottobre 2008 ore 17.00 Spettacolo in lingua originale con sopratitoli in italiano
Lars Noren è drammaturgo, scrittore e poeta svedese, considerato fra i più prolifici e significativi dai tempi di Strindberg. In War, testo in cui realismo e metafora si fondono, racconta il ritorno a casa di un soldato, divenuto cieco, creduto morto dalla famiglia. Sua moglie ora è innamorata di suo fratello che ha preso il suo posto come capofamiglia. La figlia più grande è diventata una prostituta e la più piccola, ancora bambina, stenta ad imparare a muovere i primi passi. Cieco, non vede che suo fratello si trova in casa ed insiste nel tentare di recuperare la sua vecchia posizione di marito e padre. Il conflitto che si è lasciato alle spalle è ora rimpiazzato da una guerra personale altrettanto devastante. L’Habimah National Theatre di Tel Aviv è dal 1958 il teatro nazionale di Israele. Il regista Ilan Ronen, nonché attuale direttore artistico di Habimah, è convinto che nel suo tormentato e complesso Paese il teatro non possa non confrontarsi con le preoccupazioni più reali e profonde di chi lo vede.
Gesher Theatre (Jaffa, Tel Aviv) MOMIK tratto da “Vedi alla voce amore” di David Grossman adattamento Yevgeny Arye e Lena Laskina con Amnon Wolf, Shay Melamud, Ruth Heilovsky, Leonid Kanevsky, Natalya Voitulevich-Manor, Alexander Senderovich, Yevgeny Terletzky, Klim Kamenko, Boris Achanov, Victor Sokolov arrangiamento musicale e suono Michael Vaisburd scene Michael Kramenko luci Bueno Avi Iona (Bambi) costumi Rakefet Levy testo in lingua ebraica Ben Bar-Shavit assistente alla regia Lena Kreindlin regia Yevgeny Arye 28 ottobre 2008 ore 21.00 - 29 ottobre 2008 ore 20.00 Spettacolo in lingua originale con sopratitoli in italiano
I genitori di Momik sono ebrei polacchi sopravvissuti all’Olocausto. Momik è un bambino di nove anni cresciuto nella Gerusalemme degli anni’50 in un’atmosfera di silenzio segreto e di malcelata paura. I grandi si rifiutano di rispondere alle sue domande a proposito della loro vita nell’Europa nazista che nessuno nomina indicandola con un generico “laggiù”. Così Momik inventa una terra immaginaria “laggiù” dove la sua famiglia viveva felicemente prima della Guerra. Chiunque lo circondi viene da “laggiù” e tutti costoro serbano ricordi dolorosi della “Bestia Nazista” che li ha torturati e ha ucciso le loro famiglie. Momik decide così di rievocare quell’incubo per riuscire ad esorcizzarlo. Momik, episodio di Vedi alla voce amore di David Grossman, è stato scritto vent’anni fa e da allora tradotto in più di dieci lingue. Il libro racconta la storia dei superstiti dell’Olocausto vista da un bambino di nove anni, un membro della cosiddetta seconda generazione nata dagli immigrati in Israele dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Produzione Habimah National Theatre (Tel Aviv), Schaubühne Lehniner Platz (Berlino) THIRD GENERATION Work in progress testo Amit Epstein, Irina Szodruch con Judith Strößenreuter, Karsten Dahlem, Patrick Güldenberg, Niels Bormann Rawda, Muhammad Dabdoub, Rabie Khoury, Yousef Sweid, Orit Nahmias, Ayelet Robinson, Ishai Golan, Roi Miller video Erez Galonska video Editing Tiki Harel opera realizzata su commissione di Theater der Welt 2008 in coproduzione con Bundeszentrale für politiche Bildung, Mitteldeutsche Zeitung, Teatro Festival Parma, Goethe Institut Tel Aviv in collaborazione con Fondazione Teatro Due di Parma un ringraziamento particolare a Eran Baniel regia Yael Ronen 29 ottobre 2008 ore 22.00 - 30 ottobre ore 21.00 Al termine dello spettacolo segue dibattito Spettacolo in inglese, ebraico, arabo e tedesco con sopratitoli in italiano
Yael Ronen è una delle più importanti e coraggiose registe israeliane, portavoce delle giovani generazioni. Third Generation rappresenta la prima tappa di un progetto scritto e realizzato insieme. Il testo è scritto in collaborazione con attori arabi ed israeliani catturando con grande humor la follia di ogni giorno che si vive da una parte e dall’altra del muro. Costringe il pubblico a prendere posizione. In Third Generation analizza il nodo gordiano della Memoria che unisce il popolo tedesco, israeliano e palestinese analizzando concetti come “memoria”, “colpa”, “rifiuto”, “colpevoli e vittime”, che giocano un ruolo importante nella storia dell’identità israeliana, tedesca e palestinese e nei rapporti fra questi paesi.
Fondazione Teatro Due IL TEATROGIORNALE di Roberto Cavosi con Roberto Abbati, Alessandro Averone, Paolo Bocelli, Federica Bognetti, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Paola De Crescenzo, Luca Giordana, Tania Rocchetta, Antonio Tintis, Nanni Tormen, Marcello Vazzoler al pianoforte Alessandro Sgobbio dal 24 al 30 ottobre alle ore 19.15
Sulla base di una notizia di attualità, l’autore e drammaturgo Roberto Cavosi ogni giorno servirà un copione che alla sera verrà presentato come una piccola pièce originale ed estemporanea dagli attori dell’ensemble di Teatro Due. Un modo di osservare la ‘nostra realtà’ attraverso strumenti di indagine solitamente inconsueti per un approfondimento così ravvicinato; un curioso abbinamento fra giornalismo e teatro ispirato a piccoli o grandi fatti d’attualità.
Fondazione Teatro Due L’ISTRUTTORIA di Peter Weiss traduzione Giorgio Zampa con Roberto Abbati, Paolo Bocelli, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Gigi Dall’Aglio, Giuseppe L’Abbadessa, Milena Metitieri, Tania Rocchetta musiche Alessandro Nidi esecuzione Davide Carmarino costumi Nica Magnani luci Claudio Coloretti regia Gigi Dall’Aglio 27 ottobre 2008 ore 21.00
Dopo il grande successo ottenuto a Tel Aviv, ospite di Habimah National Theatre, torna a Parma L’Istruttoria, appuntamento rituale con la memoria che Fondazione Teatro Due ripropone ogni anno dal 1984. Un giudice, un difensore, un procuratore, diciotto accusati e nove testimoni anonimi sono i personaggi di quest’opera in undici canti che, come un Inferno laico e contemporaneo, trascende la rappresentazione del processo e acquista la liricità di una tragedia greca. Una sorta di viaggio agli inferi, non solo nel tempo ma anche nello spazio, e in cui i personaggi, bloccati tra forma e vita, tentano con l’azione di dipingere “l’istante eterno” della storia e del ricordo. Atto di denuncia contro i crimini nazisti, L’Istruttoria venne scritto da Peter Weiss dopo aver assistito allo storico processo che si svolse a Francoforte dal 1963 al 1965 contro un gruppo di SS e di funzionari del lager di Auschwitz. Le 183 giornate del processo in cui vennero ascoltati 409 testimoni, 248 dei quali scelti tra i 1500 sopravvissuti, rappresentarono il primo tentativo da parte della Repubblica Federale Tedesca di far fronte alla questione delle responsabilità individuali, dirette, imputabili ad esecutori di ogni grado attivi nei recinti del lager di Auschwitz.
Teatro Festival Parma ANTISEMITISMO E MUSICA PERSEGUITATA: HITLER, MUSSOLINI E LEGGI RAZZIALI TEDESCHE (1935) ED ITALIANE (1938) Presentazione multimediale (collage di testi, immagini, filmati) di Gottfried Wagner con brani per pianoforte, eseguiti da Orazio Sciortino musiche di Felix Mendelssohn, Richard Wagner/Liszt, Arnold Schoenberg, Erwin Schulhoff (prima parte), Mario Castelnuovo-Tedesco, Aldo Finzi ed altri compositori italiani perseguitati (seconda parte) 4 novembre 2008 ore 19.00
In una sorta di conferenza concerto, realizzata unendo musica e altri eterogenei materiali documentari, Gottfried Wagner, enfant terrible della famiglia del grande Richard, ripercorre la storia dell’antisemitismo e delle musiche dei compositori perseguitati. Questo originale esperimento è frutto delle ricerche che Wagner ha fatto confluire nel suo libro Da Norimberga a Roma. La novità di questo testo non è solo nel confronto tra la legislazione antisemita in Germania e in Italia con l’annessa prassi persecutoria che porta ad Auschwitz per i nazisti e alla collaborazione degli italiani con i nazisti nella “caccia all’ebreo” all’interno della Rsi dopo l’8 settembre del ’43. L’originalità della ricerca sta soprattutto nel rintracciare il punto di partenza sia del razzismo italo-tedesco, sia la continuità nel tempo della discriminazione razziale nella Germania guglielmina-hiltleriana e nell’Italia giolittiana e poi fascista. Allegato 3 L'immaginazione letteraria aiuta le pubbliche relazioni di Shiri Lev-Ari, Ha’aretz 06/08/2007
Negli ultimi tre anni la letteratura israeliana è fiorita all’estero e ha stretto buone relazioni pubbliche. Scrittori hanno viaggiato, sono rientrati in patria, hanno vinto premi e i loro lavori sono stati tradotti in molte lingue. Una delle persone maggiormente responsabili di tutto ciò è Dan Orian, che fino alla settimana scorsa lavorava come capo del Dipartimento per la letteratura presso la Divisione per gli affari culturali e scientifici (DCSA) del ministero degli esteri. Dopo aver completato il suo servizio in quella posizione, ha assunto il suo nuovo incarico di console presso l’ambasciata israeliana di Copenhagen. La cooperazione tra scrittori israeliani e il ministero degli esteri è basata su un interesse reciproco: gli scrittori e i poeti cercano all’estero la massima visibilità per i loro lavori e il ministero degli esteri vuole usarli per presentare il volto sano e attraente d’Israele. “Qui ci sono scrittori magnifici che sanno anche come parlare e che hanno qualcosa da dire, e per me va benissimo che abbiano opinioni politiche differenti dalla posizione ufficiale d’Israele” dice Orian. “Non c’è dubbio che David Grossman o Sami Michael siano molto a sinistra nella mappa politica. Il messaggio che viene trasmesso è che siamo un paese pluralistico nel quale a ognuno è data la possibilità di esprimere le proprie opinioni. Amos Oz partecipa in Grecia a un evento per lanciare “A tale of love and darkness” e 1.500 persone vi partecipano”, cita come esempio Orian. “Yehudit Rotem, Aharon Appelfeld, Ronny Someck appaiono all’estero e ottengono una risonanza incredibile. Queste sono le cose che restano, alla fine”. Orian vede la letteratura israeliana come parte dello sforzo di pubbliche relazioni prodotto da Israele. “La cultura è uno strumento magnifico per aiutare la carretta a correre liscio”. Orian sarà sostituito entro due mesi da Sylvia Berladski, e molte persone sperano che lei continui il successo del Dipartimento. Orian, 41 anni, sposato e padre di tre figli, è nato e cresciuto a Gerusalemme. Nell’esercito ha fatto parte dell’intelligence e poi si è laureato in studi slavi all’Università ebraica. Per cinque anni è stato attacché culturale a Mosca e tre anni fa è approdato al DCSA, che considerava l’anello meno prestigioso del ministero degli esteri. “All’inizio non volevo quell’incarico - racconta -. Volevo un posto da diplomatico, ma col senno di poi quella posizione si è dimostrata non solo importante, ma della massima influenza. Quando vai a parlare con qualcuno del futuro della Striscia di Gaza o del percorso della barriera di separazione, risulta molto importante ciò che questa persona ha nella mente riguardo a Israele. E alle volte, se ha letto l’ultima traduzione di Grossman o Appelfeld, o è stato a un concerto di una filarmonica israeliana presso il teatro Gesher, la conversazione prende una piega totalmente differente”. Il Dipartimento di letteratura presso il DCSA opera attraverso diversi canali: finanzia in parte o completamente i viaggi all’estero degli scrittori o dei poeti israeliani, abitualmente dopo la pubblicazione di uno dei loro libri; aiuta ad ospitare scrittori ospiti e fornisce assistenza finanziaria per tradurre lavori in altre lingue. Pare che alcuni scrittori viaggino molto e altri meno. Come fa il ministero a scegliere quali aiutare? “Generalmente mandiamo (all’estero) gli scrittori in prossimità dell’uscita di un loro libro tradotto in lingua straniera” dice Orian. “Spesso ci arrivano richieste da una casa editrice estera, da un festival o da una fiera del libro che vuole invitare certi scrittori. Sono sicuro che ci siamo dimenticati di qualcuno”. “A volte ci sono progetti speciali” aggiunge Orian. “Per esempio, abbiamo mandato tre scrittrici alla Settimana del libro di Singapore: Savyon Liebrecht, Noga Algom e Alona Frankel. Due volte all’anno, in primavera e autunno, una delegazione di scrittori israeliani si reca negli Stati Uniti. Quest’autunno toccherà a Michal Govrin e Sami Michael. Michael sarà onorato da un grande evento a Stanford”. In quale misura la letteratura esportata dal ministero degli esteri deve essere in linea col consenso politico israeliano? “L’idea è quella di mostrare che Israele è molto di più della battaglia tra israeliani e palestinesi su un pezzo di terra. Quando Zeruya Shalev va in Germania, c’è gente anche fuori all’auditorium per ascoltarla. Noi siamo percepiti come aggressivi, come quelli che impongono le chiusure sui Territori, e improvvisamente appare un’autrice che parla delle relazioni all’interno della famiglia e il cui modo di scrivere è veramente non politico. Questo può cambiare l’intera percezione della società israeliana”. “Due mesi fa Sami Michael è andato in Romania, il giorno dopo ne è stata data notizia dalla stampa e 5.000 copie di “A trumpet in the Wadi” sono state vendute in pochi giorni. Agi Mishol è andato negli Stati Uniti e Raquel Chalfi è stata pubblicata sulla American Jewish Poetry. Abbiamo tra 50 e 100 scrittori e poeti che stanno dialogando col mondo”. E, nonostante questo, il budget del Dipartimento per la letteratura presso il DCSA è piuttosto piccolo: poche centinaia di migliaia di shekels all’anno. “Mandiamo all’estero una media di 120 scrittori all’anno e generalmente paghiamo il loro biglietto aereo” dice Orian. “Le spese di soggiorno sono sostenute dai loro editori all’estero. Con l’aggiunta di altri 200.000 dollari sarebbe possibile mandare all’estero altri 50 scrittori e tradurre altri 100 libri e questa sarebbe una differenza significativa”. E aggiunge: “Diamo aiuto per la traduzione della letteratura israeliana in lingue straniere, circa 2.000 dollari per traduzione. Per le traduzioni chiediamo anche aiuto a uomini d’affari che hanno interesse a contribuire a questo sforzo. Quest’anno, per esempio, siamo riusciti a raccogliere 13.000 dollari grazie ai quali sono stati tradotti in polacco sette libri israeliani. Abbiamo un progetto assieme alla casa editrice Abbasi di Haifa per tradurre i libri israeliani in arabo. Abbasi ha pubblicato Amos Oz, David Grossman e Ruth Almog in arabo”. Uno dei progetti a cui Orian ha contribuito è “Gente del mondo scrive la Bibbia”, grazie al quale cittadini di diversi paesi scrivono un capitolo della Bibbia ebraica nella loro lingua e calligrafia. Il progetto, incominciato dalla ong Bible Valley, guidata da Amos Rolnik, opera in venti paesi, e i primi sei libri (inclusi due da Singapore e Taiwan) usciranno presto. Saranno esposti nella Bible House, da costruire nella regione di Adullam vicino a Gerusalemme. Un’altra iniziativa è stata una mostra di illustrazioni da libri per bambini israeliani esposta nelle fiere del libro in giro per il mondo. Sedici grandi poster con illustrazioni colorate di Liora Grossman, Alona Frankel, Ora Eitan, Yossi Abolafia, Naama Benziman, David Polonsky, Rutu Modan, Batia Kolton e altri sono stati mostrati nei padiglioni israeliani. “La vista dei grandi poster ha attirato l’attenzione sui libri dei nostri bambini” dice Orian, che recentemente ha scritto un libro per bambini che sarà pubblicato dalla casa editrice Korim. Quali sono i suoi progetti per il futuro? “Non scarto la possibilità di tornare al DCSA” dice. “Ma voglio avere un posto diplomatico in futuro e forse guidare una legazione israeliana”. Traduzione di Michelangelo Cocco
allegato 4 L’influenza dell’Occupazione sulla cultura israeliana - Intervista di Nir Nader ad Aharon Shabtai
MEGLIO I LAMENTI DI OGGI PER LA SCONFITTA DELL’ESULTANZA TRIONFANTE DEL 1967 Aharon Shabtai ha pubblicato 18 libri di poesie in ebraico. Le sue traduzioni delle tragedie greche in ebraico, che hanno ricevuto numerosi premi, sono un punto di riferimento. In inglese sono usciti due dei suoi libri, Love and Other Poems (The Sheep Meadow Press, New York, 1997), e J’accuse (New Directions, New York, 2003). Le poesie della raccolta J’accuse, titolo che richiama l’attacco di Emile Zola all’antisemitismo durante il processo Dreyfus, trattano delle azioni israeliane durante l’Occupazione. Alcune traduzioni delle opere di Shabtai sono apparse nelle più importanti riviste di poesia in lingua inglese, di recente ha scritto Aduma per l’antologia Red. (In Italia per i tipi di Multimedia Edizioni è uscita di Shabtai nell’aprile 2008 la raccolta di poesie “Politica, nda) Come definirebbe il rapporto tra la cultura israeliana di oggi e l’occupazione? Shabtai: Israele è un paese dove le opportunità di cambiamento si stanno chiudendo una dopo l’altra. In passato Israele ha avuto l’opportunità di diventare uno stato-nazione sano stabilendo rapporti con i Palestinesi e con i paesi vicini. Ma più insiste con l’Occupazione, più fa affidamento sulla forza, più si restringono le sue opzioni politiche. La propaganda usata per giustificare la violenza dell’Occupazione ha sulla mentalità israeliana un effetto alla Orwell: un notevole intorpidimento della sensibilità etica e morale. Il discorso pubblico è modellato sulla menzogna, una specie di “nuova lingua”. E questo avviene in misura abbondante nella sfera culturale. Sotto l’egida americana Israele sta diventando una colonia, così come erano la Rhodesia o il Sud Africa sotto la Gran Bretagna, una colonia governata dagli oligarchi, dall’esercito e dallo Shin Beth. Il paese è una prigione. Contiene tre milioni e mezzo di reclusi indigeni rinchiusi in celle, campi e ghetti territoriali, mentre la politica demografica chiaramente razzista messa in pratica da Israele mira alla pulizia etnica. Questa prigione offre anche servizi speciali per i carcerieri israeliani, che vivono in una specie di bolla, tagliati fuori dalla realtà dei reclusi. Assomiglia alla Green Area di Bagdad. Qui come là ci sono campi da golf, caffé, abitazioni e istituzioni culturali per le famiglie dei comandanti. Nella colonia la conversazione di argomento politico si limita all’economia e alla sicurezza, al problema di come accumulare capitale e di come eliminare gli indigeni. Ma oggi Israele non è un monolite. E’ una società che si è distaccata dai valori sionisti di base, si è allontanata dalla solidarietà sociale ed ha abbandonato i suoi stessi cittadini. Lo abbiamo visto durante la guerra del 2006 e prima di allora nella eliminazione della rete di protezione sociale. Shabtai: Si, perché in una colonia razzista lo stato e le istituzioni sociali vengono erosi. Oggi, in un periodo di imperialismo globale la politica viene privatizzata. Gli strumenti della politica - i media, i partiti, i sindacati - la cui funzione è produrre il cambiamento, curare, ripristinare la solidarietà, sono stati svuotati di ogni contenuto e venduti ai privati. Come parte della medesima tendenza si pensa che anche la cultura e l’istruzione superiore siano cose da privatizzare. Si suppone che siano “libere dalla politica”, “oggettive”, in altre parole si suppone che procedano insieme al consenso. In Israele oggi parlare di politica e dei politici è come bestemmiare. E’ un sintomo di una società nazionalista di massa i cui eroi sono oligarchi, come Arcadi Gaydamak, e i generali, come Ariel Sharon e Ehud Barak. Gli antichi greci avevano un termine per definire il cittadino che si preoccupa soltanto dei propri interessi personali e sta alla larga dalla vita politica: idiotes. Oggi questo si addice agli israeliani. Le persone qui sono idiotai, non politai (cittadini nel vero senso della parola). Non partecipano all’organizzazione politica o alle lotte politiche di una qualche importanza. E’ rivelatore quello che uno studioso ha scritto contro la mia poesia “No, Saffo”. Mi ha accusato di svilire la grande poetessa dell’amore. Saffo ha scritto che la cosa più bella non sono gli eserciti di soldati o la cavalleria o la marina, ma la persona che ami. Si opponeva all’etica dominante del suo tempo - esemplificata nella poesia dello spartano Tirteo - per offrire ai suoi concittadini un’etica dell’eros. Nella mia poesia riprendo questo tema, offrendo (con una punta di umorismo) qualcos’altro, qualcosa che risponda al nostro tempo e ad Israele: vedere la bellezza nella solidarietà della classe operaia e nella libertà. A proposito, l’essenza di tutta la poesia greca antica è politica, è una poesia civile. La prima poesia veramente lirica è “Un montanaro saiano ………” di Archiloco, che dice senza vergognarsi come il poeta abbia gettato via il suo scudo nel mezzo della battaglia, quando il combattimento si è fatto violento. Questi versi definiscono la funzione etica e civile della poesia. Il poeta rifiuta i valori eroici accettati in favore del diritto di esercitare il discernimento e di formulare un nuovo principio (logos): il rifiuto di morire una morte senza senso è affermato come un valore giusto per un libero cittadino. In Israele oggi, al contrario, è convinzione corrente che le questioni culturali come la poesia siano fini a se stesse, esistano in una sfera a parte che non ha niente a che fare con gli argomenti in discussione, e specialmente con dichiarazioni politiche. Si considera volgare e grezzo tutto quanto riguarda la politica. Letteratura e cultura non hanno nulla a che fare con l’etica civile. È una cultura di idiotai, in cui ognuno agisce per se stesso e tutti i problemi finiscono sulle spalle dell’individuo diventando traumi di un ego gonfiato e concentrato su se stesso. L’arte privatizzata che tratta la vita degli “idiotai” diventa un ramo della psicologia, questo è accaduto anche negli Stati Uniti, quando invece specialmente durante la guerra del Vietnam c’era una poesia impegnata per la pace. Ma nel volgere di pochi anni, dopo che l’amministrazione Johnson fondò il National Endowment for the Arts, la poesia si è trasformata in workshops di scrittura nei campus universitari. Anche in Israele si incoraggiano i workshops di scrittura. Essi costituiscono una nicchia economica fiorente per fare terapia con l’arte, per aiutare le persone ad adattarsi. La psicologia è diventata una ideologia. Tutti i traumi di una società caratterizzata dall’omicidio politico e dallo sfruttamento vengono interiorizzati e riemergono come problemi dell’individuo isolato in una massa nazionalistica. Questi problemi sono sempre visti come privati, l’individuo diventa un paziente, e in questo modo accoglie come un dono la propria privatizzazione. Essi affondano in una eterna infanzia, come i giganti nell’Età dell’Argento di Esiodo, ciascuno “allevato per cento anni al fianco della propria buona madre, un idiota completo, che gioca come un bimbo a casa sua”. Tutto si riduce ad una terapia. L’arte come psicoterapia è al servizio di una ideologia in cui tutti sono individui senza uno spazio politico (una agora): senza uno spazio dove i problemi personali che per loro stessa natura sono politici, raggiungano come tali la coscienza per trovare la vera soluzione. Senza uno spazio politico l’arte è come il pongo che si dà ai malati mentali e ai bambini - perché coloro che non hanno alcuna responsabilità rispetto allo spazio politico sono schiavi e bambini. Tutto ciò che riguarda il politico appartiene ai cittadini, cioè agli adulti. Oggi arte e letteratura mantengono in un asilo infantile quelli che non vogliono, o non possono, crescere. Ma questa non è solo una generalizzazione? Dopotutto l’Occupazione è riconosciuta come il problema principale da tutta l’opinione pubblica israeliana prevalente, compresi gli scrittori dell’establishment. Lei si riferisce agli intellettuali e agli scrittori di successo, quelli che il mio amico Nimrod Kamer chiama “la sinistra soft”: Amos Oz e David Grossman, per esempio. Nel loro caso direi che ha funzionato il principio della cooptazione. L’establishment li adotta, li coopta, è il suo metodo. Su un piano generale loro si oppongono a voce alta all’Occupazione, e questa posizione dà loro credibilità quando sostengono il regime su importanti argomenti specifici. Ad esempio hanno sostenuto gli Accordi di Oslo, l’imbroglio di Camp David del luglio 2000, le misure prese contro l’Intifada e la seconda guerra del Libano. Gli scrittori della sinistra soft non danno un contenuto politico alla letteratura, anzi al contrario, invece di spingere a decidere o ad agire sublimano in cultura ciò che è politico. Nelle loro mani l’Occupazione diventa la psicomachia dell’anima bella, tormentata, di Israele. Sono riusciti a farne un clichè del discorso culturale israeliano. Persino Ariel Sharon ed Ehud Olmert hanno detto di essere contro l’Occupazione. È stata normalizzata. È diventata parte della cultura, materiale per una infinita autoflagellazione narcisistica, soggetto per film, conferenze, dottorati e carriere accademiche. In questo modo l’Occupazione è stata espunta dal campo della lotta per essere compressa in un asilo infantile psicoterapeutico. Infine si raggiunge il punto in cui l’Occupazione diventa grafomania. La gente non ne può più di sentirne parlare. E’ questo il motivo per cui da Oslo in poi nessuna grande letteratura si è sviluppata in questo paese, dove si sono prodotte soltanto cose mediocri che contribuiscono ad una vita sociale gretta, che ricicla “l’esperienza israeliana” impantanata nella sua fissazione. Perché quello della letteratura è un compito etico e politico. E uso il termine politico nel senso greco classico. Ciò che mette alla prova la letteratura è la misura in cui essa coopera o meno con il regime nel costruire il consenso. La cultura è un laboratorio ideologico che usa le narrazioni condivise per creare un quadro della realtà; inventa definizioni e divisioni (ebraico/arabo, per esempio) che forniscono una identità all’individuo. Ciò che distingue i grandi scrittori e i grandi poeti è il fatto che loro creano la capacità di resistere e offrono un ethos alternativo. In tempi d’emergenza questi scrittori si pongono direttamente in relazione con la politica. La resistenza è l’essenza della vita. Ognuno percepisce la forza di gravità, l’inerzia e la resistenza, quando si muove in avanti o agisce come individuo. D'altronde la pressione, aperta e occulta a fare “il bravo ragazzo”, al conformismo, è enorme. Il vero poeta ha il coraggio e il discernimento per creare la resistenza, in senso etico ampio, precisamente là dove si preme sull’individuo perché si conformi alla norma. È una pressione che si esercita sui suoi gusti, i suoi modelli, sulla lingua stessa che usa. Ma l’argomento di questa intervista è una situazione specifica. Noi non siamo in Olanda. Nelle condizioni barbariche attuali che ricordano quelle che una volta hanno prevalso in Germania, in Russia, in Francia e in America, agli scrittori si richiede di prendere la parola, di prendere una posizione politica chiara ed etica, di resistere. Mi dia degli esempi di qualcuno che l’ha fatto, che ha esercitato una opposizione di questo tipo. Socrate. Che si è opposto alla sua società, pronto a morire. In Atene l’imperativo morale dominante era di danneggiare il nemico e favorire l’amico. Socrate non è d’accordo. Dà la priorità a ciò che è giusto. E su questo principio sostiene che è meglio subire il male che farlo. Dopo la caduta della democrazia ateniese, i dittatori usavano mandare i cittadini ad arrestare coloro che identificavano come oppositori, o le cui proprietà volevano confiscare. Socrate ed altri quattro ricevettero l’ordine di portare loro un uomo di nome Leone. Rifiutò a rischio della propria vita. Si salvò soltanto perché nel frattempo c’era stato un cambio di regime. In seguito venne accusato di blasfemia e di corrompere i giovani e per questo fu condannato a morte. Il suo discorso al processo, la cosiddetta Apologia, è il testo politico base dell’Europa. In un modo o nell’altro, la maggior parte dei più grandi scrittori sono stati dei dissidenti. Non è un caso che scrittori, non certo radicali, come Flaubert e Baudelaire, furono portati in giudizio. In periodi di quiete l’opposizione non si manifesta. Ma in casi speciali, come l’oppressione, la violazione dei diritti umani, il fascismo, gli scrittori devono prendere posizione. Ma in Israele, come ho detto prima, si mettono subito in linea con il regime. Amos Oz, Yehoshua Sobol, A.B. Yehoshua e David Grossman hanno sostenuto la guerra in Libano, durante la quale l’aviazione ha ucciso più di mille civili, ha distrutto villaggi, ha distrutto i dintorni di Beirut. Momenti simili mettono alla prova lo scrittore e l’artista. Si possono fare molti esempi di grandi scrittori, non necessariamente di sinistra, che hanno rifiutato di cooperare con i loro regimi. All’apice del fervore patriottico in Austria ad esempio, Stefan Zweig si oppose alla Prima Guerra Mondiale. Lasciò il suo paese e dichiarò la propria solidarietà con il popolo francese. Thomas Mann si oppose ai nazisti molto prima di Auschwitz e nel 1933 andò in esilio. In seguito scrisse molto e tenne molte conferenze contro i poteri nel suo paese. In Germania i suoi libri furono bruciati. La montagna incantata descrive come un’intera società si trasforma in una società di pazienti, una clinica, come sta avvenendo oggi in Israele. Può la cultura ebraica israeliana sopravvivere a lungo in una regione che è araba, una regione che è completamente differente? Questo è senz’altro il problema principale. L’Occupazione, l’esercito e il capitalismo stanno distruggendo il paese, sia il paesaggio vero e proprio, sia il paesaggio umano che in parte è costituito da palestinesi che hanno qui le loro radici. Israele avrebbe dovuto prendere l’esempio da paesi quali il Belgio, la Svizzera, gli Stati Uniti e il Canada, stati che hanno preparato la cornice che rende possibile la convivenza dei vari gruppi. Il monumento che rappresenta meglio la cultura israeliana odierna è il muro di separazione. Esso è conficcato nella coscienza della nazione e nella letteratura ebraica. Il muro è la fissazione che la letteratura continua a riciclare. E’ una letteratura che non funziona come mezzo per creare opposizione, come mezzo per cambiare la vita. E così non c’è cambiamento nella vita, ma soltanto nello stile di vita. Tra le nubi scure che lei descrive può vedere un po’ di luce? Shabtai: Se la società ha un istinto di auto-conservazione allora il cambiamento avverrà. Ci sarà una rivoluzione. Perché, vede, tutto oggi congiura contro i giovani. Non hanno un futuro. A Gerusalemme, durante le recenti manifestazioni studentesche, i giovani hanno cominciato a invocare la rivoluzione e i passanti hanno attraversato la strada per unirsi a loro. Questo è un segno di cambiamento. E prima o poi avverrà. A questo proposito anche il fallimento che Israele ha registrato nella seconda guerra del Libano è un segno incoraggiante. Può sembrare strano, ma le grida di dolore che si sentono oggi per la sconfitta sono preferibili all’esultanza trionfale del 1967. In una società in cui sfruttamento e povertà sono in crescita il militarismo israeliano è destinato a fallire. La rivolta di oggi non è ancora a un livello politico perché ancora limitate sono coscienza e solidarietà. Ci sono alcune eccezioni - ad esempio il gruppo dei giovani poeti che hanno fondato il periodico Ma’ayan [La Fonte Perenne - nota dell’intervistatore]. Il tenore delle loro azioni ricorda movimenti artistici radicali come i Dadaisti. Si sono opposti alla Guerra del Libano, e mostrano una grande considerazione sia per gli Arabi sia per gli Ebrei. Ma per il momento la maggior parte dei giovani non pongono affatto alcuna minaccia all’establishment. Sciovinismo e odio per gli Arabi rendono ancora possibile lo sfruttamento dei giovani e dei poveri. Come scrittore mi vedo come uno che lavora all’interno di un sistema. La poesia non è una corrispondenza privata. Viene creata all’interno di un sistema che è in relazione ad altri sistemi E’ soltanto così che la poesia trova una funzione e un posto nella sfera pubblica. All’interno dei sistemi politici e culturali è in corso un dibattito, una riflessione è in corso e una lotta è in corso per il cambiamento e il rinnovamento. Nella situazione presente il sistema politico e quello culturale non funzionano. Non si ingranano le marce. Il loro vuoto, la loro futilità ti cacciano fuori. O sei un bravo bambino che se ne sta buono nella clinica con tutti gli altri, oppure diventi un dissidente che agisce da una posizione ai margini. Traduzione di Gabriella Bernieri e Carmela Ieroianni, Milano novembre 2007
allegato 5 Sul contratto tra gli intellettuali israeliani e il loro ministero degli esteri di Yitzhak Laor, Haaretz, 27 luglio 2008, (Titolo originale: “Putting out a contract on art”) traduzione a cura di ISM-Italia
Alcuni anni fa fui invitato a un festival di poesia a Barcellona. Ero felice. Dopo aver tradotto i miei poemi in due lingue – in catalano e castigliano – li inviai con cura via fax e controllai tutto quello che potevo controllare. Poi, durante il dialogo via-fax, l’accordo fu cancellato e l’invito ritirato – per ragioni di budget, mi dissero. Fui turbato da tutto questo fino a che arrivò, dal Festival di Sydney, l’invito successivo. Allora io già conoscevo i trucchi e, dopo l’eccitazione all’altro estremo della linea, io dissi che non era sicuro che il ministero avrebbe "contribuito alle mie spese," usando il linguaggio educato di quelli che gestiscono gli affari culturali dello stato, cioè del sistema internazionale di "schnorr" (scrocco) di cui Israele riesce a beneficiare, specialmente nei periodi di crisi dei budget delle istituzioni culturali. Gli organizzatori di Sydney mi dissero di stare tranquillo, perchè l’anno prima il mio amico Ronny Someck, che parla molto di pace e coesistenza, era stato lì e il suo biglietto era stato pagato dal ministero degli esteri israeliano, così dissi loro di fare un tentativo. Perchè no? Dopotutto, il denaro sarebbe venuto fuori dalle mie tasse. Così iniziammo le procedure, e alla fine, dopo numerose e-mail e conversazioni telefoniche, il dialogo con Sydney si andò esaurendo e poi, naturalmente, arrivò la cancellazione. So che possono sempre smentire; che il fondamento del potere di un governo è il fatto che è difficile metterlo con le spalle al muro. Nessuna discussione seria sulla "accettazione”, anche in Israele nei decenni recenti, può limitarsi solo a ciò che accade nel triangolo senza significato "scrittore-recensione-lettore", come se questa relazione mistica fosse valida ovunque. Anche l’Istituto per la Traduzione della Letteratura Ebraica, con la sua migliore traduttrice dall’ebraico in inglese, Dalya Bilu, e la sua staff dedicata, non può in pratica contribuire al successo delle sue traduzioni senza tournée all’estero degli scrittori che traduce. Gli editori all’estero sanno queste cose molto meglio dei festival artistici, che nella loro innocenza pensano che la Divisione per gli Affari Culturali e Scientifici del ministero degli esteri sia l’equivalente del Goethe Institute, o dell’Istituto Dante Alighieri o dell’Alliance Francaise. Ma non è questo il caso. Segue il testo del contratto che autori e artisti firmano con il ministero degli esteri in cambio dei fondi per la componente più importante nella loro carriera internazionale: i loro viaggi per eventi culturali e letterari, inclusi i festival di cinema, teatro e danza. Il contratto (che risale al 2007) mi è stato inviato via email da qualcuno che preferisce rimanere anonimo. Le abbreviazioni nel corpo del testo sono utilizzate per risparmiare al lettore il verboso linguaggio legale. "Contratto Tra lo Stato di Israele, tramite il Ministero degli Esteri, Divisione per gli Affari Culturali e Scientifici, a cura del direttore della divisione DCSA e del ragioniere del Ministero (in seguito, 'il Ministero'), da una parte, e il Sig./Signora/Società/Organizzazione ... (in seguito, 'the service provider'), dall’altra." Subito nella introduzione, il contratto stabilisce: "The service provider si impegna a indicare il nome del Ministero e/o della rappresentanza israeliana, nei paesi successivamente indicati, in ogni publicazione relativa ai servizi da lui forniti, in Israele e all’estero. Egli deve anche impegnarsi a fornire al Ministero un rapporto dettagliato della fornitura di servizi da parte sua, inclusi esempi e prove, come stabilito nel sottoparagrafo C, (in seguito, 'i servizi')." Ora che la relazione tra il governo israeliano e gli artisti che manda all’estero è stata definita, il contratto prosegue: "Premesso che il Ministero è interessato ad acquisire dal service provider i seguenti servizi culturali/artistici/educativi/scientifici .... "Il service provider con la presente dichiara di avere l’esperienza, la competenza, i titoli e le conoscenze per eseguire i servizi." Ora arriva la parte principale: "Egli è interessato a fornire servizi al Ministero." (Il service provider deve essere dotato, naturalmente, di tutti i documenti legali, in modo che lo stato non si troverà a pagare qualcuno che sta ingannando le autorità preposte alla tassazione dei redditi, per esempio, o il segretario delle Organizzazioni Nonprofit.)” Paragrafo 5: "In considerazione della fornitura di servizi da parte del service provider come definito nel contratto, e nel rispetto delle leggi, il Ministero pagherà al service provider la somma (in seguito - 'il corrispettivo') di …. [questa cifra varia, in funzione del contratto], per le voci seguenti. Il corrispettivo sarà pagato dal Ministero, in parte direttamente al service provider, e in parte direttamente a terze parti [queste includono le organizzazioni estere che hanno fatto gli inviti, come festival cinematografici e editori], come specificato di seguito: "A. L’acquisto di biglietti aerei di classe turistica per il service provider, da parte del Ministero, tramite una agenzia viaggi scelta dal Ministero; in alternativa, con l’approvazione preventiva del Ministero, il rimborso delle spese per l’acquisto dei biglietti aerei da parte del service provider, a fronte della presentazione di ricevute adeguate. "B. Il rimborso delle spese di vitto e alloggio, fino alla somma di …. NIS/$US/euro, secondo le procedure del Ministero e a fronte di ricevute. "C. Il cachet dell’artista, nella misura di ….. NIS/$US/euro, IVA inclusa. "D. Il rimborso per viaggi di terra, fino alla somma di ….. NIS/$US/euro, a fronte di ricevute conformi. "E. L’imballaggio e la spedizione via aerea o mare (incluso/non incluso il trasporto a terra) del bagaglio del service provider, richiesto per la fornitura del servizio, tramite una compagnia di spedizioni scelta dal Ministero; alternativamente, con l’approvazione preventiva del Ministero, il rimborso di spese effettuate per quanto detto dal service provider, fino alla somma di ……NIS/$US/euro. (Questa clausola si applica agli artisti, alle compagnie teatrali e alle squadre sportive sponsorizzate dal ministero degli esteri). "F. Rimborso di spese, o pagamento a terze parti, per pubblicità, pubbliche relazioni e pubblicazioni relative alla fornitura dei servizio al Ministero da parte del service provider, a fronte di ricevute e fino alla somma di ….. NIS/$US/euro." E’ importante capire che questa procedura richiede una notevole flessibilità di budget. L’ambasciata e l’attachè culturale determinano il valore di ogni artista e la grandezza di un audience favorevole che possono attrarre con l’autore X o l’autore Y. Questo determina il valore dell’hotel, dei voli, e naturalmente del cachet pagato per la presentazione, un altro aspetto di quel budget. Un contratto è una lettura noiosa, così io salto al paragrafo 12 e al nocciolo della questione: "Il service provider si impegna ad agire lealmente, responsabilmente e con il massimo impegno per assicurare al Ministero servizi del più alto livello professionale. Il service provider è consapevole che l’obiettivo di affidargli servizi è di promuovere gli interessi politici dello Stato di Israele tramite la cultura e l’arte, incluso il contribuire a creare un’immagine positiva di Israele." Per nascondere quanto sopra – dopo tutto, cultura è "cultura", senza interventi, senza meccanismi, senza macchine per la traduzione sponsorizzate dallo stato – il paragrafo 13 sottolinea: "Il service provider non presenterà se stesso come agente, emissario e/o rappresentante del Ministero." Il paragrafo 15 contiene anche un avvertimento: "Il Ministero è autorizzato a porre termine a questo contratto, o a parte di esso, immediatamente e a discrezione unica del Ministero, se il service provider non fornisce al Ministero i servizi e/o non adempie agli obblighi previsti in questo contratto e/o non adempie ai suoi obblighi con piena soddisfazione del Ministero, e/o fornisce i servizi in modo non adeguato e/o devia dal programma e/o se il Ministero non ha bisogno dei servizi del service provider per qualsiasi ragione e/o per ragioni di budget, organizzative o di sicurezza e/o politiche, e il service provider non farà reclami, domande o azioni legali basate sull’annullamento del contratto da parte del Ministero."
Ne segue, non è necessario sottolinearlo, che gli artisti presenteranno la nostra democrazia in completa libertà.
allegato 6 On Israel by DANIEL BARENBOIM The Nation May 24, 2004
On May 9 in Jerusalem, conductor Daniel Barenboim was awarded the prestigious Wolf Prize, established to honor outstanding artists and scientists who have worked "in the interest of mankind and friendly relations among people." Exemplifying these qualities in his own life, Barenboim was a friend of and collaborator with the late Palestinian intellectual and Nation contributor Edward Said. Barenhoim's acceptance speech before the Knesset prompted Israeli politicians to denounce him for his criticism of Israel's policies toward the Palestinians as well as for his willingness to perform the work of Richard Wagner, regarded by many Holocaust survivors as having inspired Hitler. We reproduce his speech below. --The Editors
I would like to express my deep gratitude to the Wolf Foundation for the great honor that is being bestowed upon me today. This recognition is for me not only an honor but also a source of inspiration for additional creative activity.
It was in 1952, four years after the Declaration of Israel's Independence, that I, as a 10-year-old boy, came to Israel with my parents from Argentina.The Declaration of Independence was a source of inspiration to believe in ideals that transformed us from Jews to Israelis. This remarkable document expressed the commitment: "The state of Israel will devote itself to the development of this country for the benefit of all its people. It will be founded on the principles of freedom, justice and peace, guided by the visions of the prophets of Israel. It will grant full equal, social and political rights to all its citizens regardless of differences of religious faith, race or sex. It will ensure freedom of religion, conscience, language, education and culture."
The founding fathers of the State of Israel who signed the declaration also committed themselves and us: "To pursue peace and good relations with all neighboring states and people."
I am asking today with deep sorrow: Can we, despite all our achievements, ignore the intolerable gap between what the Declaration of Independence promised and what was fulfilled, the gap between the idea and the realities of Israel? Does the condition of occupation and domination over another people fit the Declaration of Independence? Is there any sense in the independence of one at the expense of the fundamental rights of the other? Can the Jewish people, whose history is a record of continued suffering and relentless persecution, allow themselves to be indifferent to the rights and suffering of a neighboring people? Can the State of Israel allow itself an unrealistic dream of an ideological end to the conflict instead of pursuing a pragmatic, humanitarian one based on social justice?
I believe that despite all the objective and subjective difficulties, the future of Israel and its position in the family of enlightened nations will depend on our ability to realize the promise of the founding fathers as they canonized it in the Declaration of Independence. I have always believed that there is no military solution to the Jewish-Arab conflict, neither a moral nor a strategic one, and since a solution is therefore inevitable, I ask myself: Why wait? It is for this very reason that I founded with my late friend Edward Said a workshop for young musicians from all the countries of the Middle East, Jews and Arabs.
Despite the fact that as an art, music cannot compromise its principles, and politics, on the other hand, is the art of compromise, when politics transcends the limits of the present existence and ascends to the higher sphere of the possible, it can be joined there by music. Music is the art of the imaginary par excellence, an art free of all limits imposed by words, an art that touches the depth of human existence, an art of sounds that crosses all borders. As such, music can take the feelings and imagination of Israelis and Palestinians to new, unimaginable spheres. I therefore decided to donate the monies of the prize to music education projects in Israel and in Ramallah. Thank you.
Postato da Alfredo
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