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Perso l'amico, Bush si ritrova sempre più solo Usa: da finti mediatori ad alleati automatici Il cambio della posizione americana sul conflitto Israele-Palestina da Clinton a Bush. Il sogno del «nuovo Medio Oriente», gia impantanato nell'inferno iracheno, sempre più in crisi con la drammatica uscita di scena di Sharon
STEFANO CHIARINI
Il mini summit alla Casa bianca con il quale due giorni fa il presidente Bush ha riunito per discutere la situazione irachena e più in generale quella mediorientale, sette ex sottosegretari di stato, compresi Colin Powell e Madaleine Albright e altrettanti segretari alla difesa delle precedenti amministrazioni, indica senza dubbio le grandi difficoltà di fronte alle quali si trova la politica mediorientale dell'amministrazione Bush nel momento in cui la scomparsa di Sharon rischia di assestare un nuovo grave colpo alla strategia americana. Con il premier israeliano è uscito di scena l'uomo che, con il ritiro da Gaza - in realtà primo passo verso la definitiva annessione ad Israele di gran parte della West Bank - ha comunque costituito l'unico successo dell'Amministrazione Bush nella regione. Alla vigilia delle elezioni di medio-termine e di fronte al disastro iracheno, Bush, aveva estremo bisogno di una qualche nuova iniziativa mediorentale. E il vecchio «falco» israeliano l'aveva già in tasca. Ariel Sharon, prima di essere colpito da ictus, aveva presentato alla Casa Bianca un nuovo piano con il quale intendeva porre fine ad ogni «ambiguità costruttiva» americana e archiviare del tutto non solo le risoluzioni dell'Onu, i diritti del popolo palestinese, il diritto internazionale, le sentenze della corte dell'Aja contro il muro, ma persino la stessa, ambigua, «road map». I punti fondamentali del piano presentato da Sharon a Bush negli ultimi giorni, secondo la stampa israeliana, sarebbero stati: nessuna trattativa con l'autorità palestinese finché continuerà ogni forma di resistenza, un trattato di pace negoziato tra Israele e Usa, con Washington a rappresentare i palestinesi, il completamento del muro, l'annessione ad Israele di oltre la metà della West Bank, lo spezzettamento in tante enclave delle aree palestinesi che dovrebbero costituire uno «stato temporaneo», il riconoscimento dell'annessione di Gerusalemme est e del Golan, la negazione di ogni diritto per i profughi palestinesi. Il tutto sarebbe stato portato avanti con una serie di ridislocazioni «unilaterali» nella West Bank dell'esercito israeliano e con annessioni successive anch'esse «unilaterali».
Il piano è sostenuto dai neocon più radicali ma non convince il Dipartimento di Stato, vorrebbe tener maggior conto del quadro internazionale, degli «arabi filo-Usa», necessari per uscire dalla palude irachena, e degli europei essenziali per un coinvolgimento della Nato in Medioriente e quindi favorevole ad un mantenimento della, ancor ambigua, «road map». Quest'ultima (promossa dal «Quartetto», Usa, Russia, Onu, Unione Europea), pur con mille ambiguità, formalmente è ancora basata su una parziale interpretazione della risoluzione 242 -«inammissibilità dell'acquisizione di territori con la forza» «ritiro di Israele dai territori occupati». L'adozione del piano Sharon da parte della Casa Bianca - con la realizzazione dell'obiettivo di annettere allo stato ebraico «il massimo di territori con il minimo di arabi» - scioglierebbe così anche quell'ultimo velo di ambiguità che ha permesso alle successive amministrazioni americane di presentarsi come «mediatori» nel conflitto mediorentale perseguendo in realtà una politica di accettazione della colonizzazione israeliana della Palestina.
Ambiguità una volta reale ma ridotta da Bush ad un semplice velo. Soprattutto se paragonata alla presa di posizione dell'allora presidente Lindon Johnson secondo il quale, nel 1968, l'ampiezza del ritiro israeliano non «deve in nessun caso riflettere il peso della conquista» o alla dura presa di posizione del presidente Carter che nel 1978 impose ad Israele di ritirarsi dal Libano ma anche, in qualche modo, anche al blocco delle garanzie Usa sul prestito per oltre dieci miliardi di dollari per l'assorbimento degli ebrei russi minacciato da Bush padre per costringere Yitzhak Shamir a partecipare alla Conferenza di Madrid dell'ottobre del 1991. Per anni gli Usa hanno chiesto al leader palestinese Yasser Arafat di accettare la risoluzione 242 (che non riconosce il diritto palestinese all'autodeterminazione) come premessa per un processo negoziale basato sul principio «pace contro territori» e tale condizione venne ufficialmente accettata nel 1988 con la rinuncia palestinese al 78% della Palestina storica. Una decisione legata ad una lettera di assicurazioni Usa nella quale si parlava di uno stato palestinese sovrano nell'insieme dei territori occupati e di una divisione di Gerusalemme tra i due popoli. Il riconoscimento di Israele poi ribadito di nuovo nel 1991 e con l'accordo di Oslo del 1993. Da quel momento però la stessa amministrazione Clinton, cambiò il tono dei suoi interventi passando da una promessa fatta alle due parti di tener conto dei loro interessi ad un'assicurazione ad Israele che l'entità di un futuro ritiro sarebbe stata decisa esclusivamente dallo stato ebraico. I «territori occupati» sono diventati così «territori contesi» tra le due parti. Un'impostazione che non poteva non portare al clamoroso fallimento delle trattative di Camp David del 2000 quando Arafat rifiutò di firmare la rinuncia definitiva ad una pace «giusta» e ad una pur parziale «autodeteminazione» palestinese. La parola «occupazione» scomparve così dai discorsi ufficiali dell'Amministrazione Clinton. Salvo rimaneva comunque il principio di una trattativa tra i rappresentanti dei due popoli. Con l'Amministrazione Bush anche questa è scomparsa: Yasser Arafat è stato confinato per oltre 4 anni nel suo ufficio e a Washington è prevalsa la comoda tesi israeliana della mancanza di un «interlocutore» palestinese e della precedenza su ogni cosa della lotta al terrorismo, includendo in questa categoria anche la legittima resistenza palestinese. La necessità di una soluzione «giusta» della questione palestinese come premessa per arrivare ad un Medioriente di pace è stata così eliminata dall'agenda diplomatica. Al suo posto il «nuovo» medioriente di Bush e Sharon con le sue occupazioni, pulizie etniche e guerre senza fine.
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