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Venti di guerra si concentrano in Iran, sempre più schiacciato dai vicini Afghanistan e Iraq, dove si continua a morire ma oramai nel giogo degli americani, quasi terribile presagio al decadimento come possedimento coloniale. Atmosfera tesissima in un paese che sembra giunto alla resa dei conti, con gli americani appostati sui confini ed un compatto fronte interno di protesta. In un mese, infatti, ripetuti sono stati i tentativi da parte del popolo studentesco, conscio della potenza degli strumenti della comunicazione globale, di far sentire, dalle strade di Teheran a tutto il mondo, il proprio desiderio di libertà e di giustizia. L’impero è barcollato, le autorità hanno ripristinato l’ordine con immane fatica, sono stati eseguiti numerosissimi fermi. E’ pure giunto quel temutissimo 9 luglio, il quarto anniversario del tentato e mancato rovesciamento del ’99, che poteva rappresentare la svolta decisiva per le sorti di questa terra martoriata. Il malcontento dilaga, seppure la compatta fazione degli oltranzisti continui a manifestare tutta la sua potenza e ferocia. La situazione è delicata, oltrechè complessa. Il passato 9 luglio non ha segnato la rivolta risolutiva, che, invece, molti osservatori davano quasi per scontata, ma ha chiarito ulteriormente alla comunità internazionale come una larga fetta della popolazione sia ormai insofferente dell’asfissiante teocrazia che del governo ufficiale che si chiama riformista. Grazie alla mediazione dei rappresentanti dei comitati studenteschi si era riusciti a scendere a patti affinché quella giornata fosse indolore; tuttavia, alla notizia dell’arresto di alcuni militanti, molti scontri violenti, con le forze dell’ordine che con i fedelissimi degli ayatollah, non si sono proprio potuti evitare. Le autorità, infatti, si sono sentite minacciate, una volta venute a conoscenza della redazione di una lettera da inviare al segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, da parte dei gruppi studenteschi di primo piano ed hanno immediatamente reagito operando una altra serie di arresti. Nessun sommossa risolutiva, ma ripercussioni importanti e altrettanto drammatiche. Il fatto più grave, la morte della giornalista irano-canadese Zehra Kazemi, in prima linea per la documentazione delle proteste delle ultime settimane, causata dalle percosse a lei arrecate dalla polizia, ennesima tragica testimonianza della violenta repressione ai danni della stampa alternativa. Quest’episodio che riprova la mostruosità del regime islamico e che fortunatamente ha già avuto un’ampia rilevanza internazionale con il Canada intento ad indagare approfonditamente, non deve però oscurare i duri attacchi che ha dovuto incassare anche il governo ufficiale, presieduto dal presunto riformatore Khatami. Gran parte della popolazione, infatti, sarà stanca dei pretazzi ma anche di quelli che si fanno belli promettendo una distensione politica e riforme libertarie. L’ultimo governo di Khatami ha promesso molto illudendo la gente che si potesse finalmente imboccare la strada della democrazia, ma i risultati conseguiti, sino ad ora, sono stati del tutto insufficienti: chi comanda, di fatto, sono ancora i preti guidati dall’ayatollah Khamenei, fedele successore del defunto Khomeini, guardiano della rivoluzione islamica e interprete unico dei principi sacri della dottrina. L’Iran si autoproclama repubblica ed effettivamente le istituzioni per salvaguardare i diritti dei cittadini esisterebbero, ma l’autorità dei teocrati è cosi illimitata da poter scavalcare tutti e tutto e da permettersi di fare il bello ed il cattivo tempo. Una situazione davvero ingarbugliata e difficile da interpretare. Anche perché, lo stesso presidente Khatami, dopo la secca ed umiliante delegittimazione popolare, ha provato a riscattarsi attaccando duramente il regime, all’indomani dell’uccisione della reporter Kazemi: chiedendo piena luce sull’episodio, accusando la teocrazia di essere un’unica cosa con la magistratura e di avvalersi di una polizia, parallela a quella ufficiale, con la licenza d’uccidere. Dal canto loro, i pretazzi hanno provato a difendersi, non solamente con la repressione violenta, ma identificando nello storico nemico statunitense, esperto in rapidi golpe militari, la causa dei loro ultimissimi problemi, di aver fomentato i tumulti popolari. Addirittura, si è saputo che le autorità iraniane, in occasione della ricorrenza del 9 luglio, si sono premuniti oscurando, tramite sofisticate procedure tecnologiche, i messaggi provenienti dai network satellitari statunitensi incitanti la gente locale alla lotta per la liberazione. Fatto sta, comunque, che si devono rifare i conti pure con gli States. E pensare che dopo la scomparsa di Khomeini, le due parti avevano provato a tornare al dialogo, a disgelare i rapporti, con gli stessi americani che si erano serviti, in alcune circostanze, dell’aiuto iraniano per la loro avanzata in Medio Oriente. L’Iran, in occasione dell’ultima guerra su suolo iracheno, si era dichiarato neutrale tollerando silenziosamente le invasioni statunitensi del proprio spazio aereo se non territoriale. Adesso, invece, gli yankee si sono avvicinati troppo e, facendo forza sul malcontento popolare finalmente manifesto, potrebbero da un momento all’altro superare i confini per portare a compimento la loro opera di riordinamento del M.O. Del resto, le giustificazioni politiche e morali per un eventuale e repentino sconfinamento abbonderebbero anche in questo caso: la tirannia governativa da cui derivano i ripetuti crimini denunciati da “Amnesty International”, con il regime che spesso non consente nemmeno l’accesso all’ispettore della Nazioni Unite, l’accusa di preparare armi nucleari, oltre al dilagante malcontento popolare. Anche l’Iran, infatti, appartiene a quella tremenda e ormai famosissima lista dei “paesi canaglia” che costituiscono il cosiddetto “asse del male”. La vecchia teocrazia trema, eppure è così difficile immaginare un nuovo Iran dopo oltre vent’anni di khomeinismo. Negli ultimi vent’anni, appunto, l’Iran ha voluto isolarsi diventando un sistema chiuso, una scelta estrema che non può sicuramente durare a lungo ma che, sinora, è costata infernali sofferenze, se non la stessa vita, a migliaia di persone. L’eredità di Khomeini è troppo pesante. Con gli organi d’informazione imbavagliati- in questi anni sono stati chiusi centinaia di testate che non si allineavano al potere- e una popolazione costretta al severo rispetto della legge islamica, i leader religiosi hanno sempre conservato un potere assoluto, ogni tipo di privilegio e ricchezza, ai danni di una popolazione che viveva di stenti, e senza preoccuparsi certo di concedere qualche spiraglio riformista nonostante la pressione della comunità internazionale che si faceva sempre più forte. Una situazione che ha origine nell’ormai lontano 16 gennaio 1979, con la cacciata di re Pahlavi e la contemporanea ascesa dell’ayatollah Khomeini, il quale si ritaglierà ben presto il ruolo di nemico numero uno dell’Occidente e dell’occidentalismo. Pahlavi (la cui dinastia prende le redini del paese sin dal 1925) regnò con la forza e con la violenza facendo uccidere mille persone nell’ultima sommossa popolare, ma, appoggiato dagli americani, provò la via della modernizzazione. Con Khomeini, che rappresenta l’incredibile e, a tratti, inquietante, per la vocazione al martirio, potenza religiosa sciita, l’Iran si richiude in se stesso: si trattò di una vera e propria restaurazione religiosa che detta severe regole in ogni aspetto della vita sociale, le donne devono ritornare a portare il velo, ma soprattutto ci si accanisce su ogni moda, atteggiamento riconducibile all’occidentalismo, la vita di un musulmano, insomma, non può essere sporcata dall’edonismo occidentale, gli USA verranno identificati ben presto ne il “Grande Satana” che induce in mille tentazioni. Khomeini non c’è più, ma i suoi eredi non hanno tradito il suo ortodossismo oppressivo. E così siamo costretti a denunciare ancora l’immobilismo di questa teocrazia che non è capace di, o meglio, non vuole guardare ai cambiamenti del mondo, decisa, ottusamente e con ogni mezzo, anche il più spregiudicato, a far rispettare i propri privilegi e a conservare la sottomissione della popolazione in base alla dura legge islamica. Da qui le torture, le condanne sommarie, i prigionieri di coscienza, le esecuzioni di chi ha provato a liberare l’informazione, ad alzare la voce senza più ubbidire, registrate e denunciate regolarmente da Amnesty International, un sistema economico che, nonostante i dannati giacimenti petroliferi (la cui esportazione di barili ammonta all’85% delle esportazioni totali), non regge l’impressionante crescita demografica. Già vent’anni dopo l’insediamento di Khomeini, esattamente il 9 luglio 1999, come accennato, si levò una forte ed estesa protesta che sembrava dovesse segnare una svolta nella vita del paese, ma le autorità fecero ancora in tempo a fermarla. Adesso ci si riprova. La “Rivoluzione Islamica”, in questo arco di tempo, è riuscita ad unire il popolo grazie all’antiamericanismo e con la guerra all’odiatissimo Iraq, ma adesso i danni che ha provocato sono diventati troppo evidenti, agli occhi di una società sorprendentemente giovane, con un’età media che supera di poco i diciotto e che ha sete di libertà. Le università, nonostante fossero strettamente controllate dal regime, hanno dato vita ad una classe di intellettuali libera che ha ispirato queste prime nuove proteste e che comunque ha dosato saggiamente gli strumenti della violenza e della rivolta dato che l’arma più efficace deve essere rappresentata dalla costante denuncia a tutto il mondo dei soprusi prodotti dalla rivoluzione islamica. Sembra proprio l’ora della svolta, nel ’99 il primo grande scossone, mai prima nessuno aveva osato mettere in dubbio così clamorosamente la centralità dell’ayatollah, nelle ultime settimane altre mosse importanti, inoltre con l’intervento statunitense tutto il Medio Oriente è in pieno subbuglio, il regime iraniano pare più che ma indebolito. Difficile che quest’ultimo, per calmare la situazione e non offrire pretesti d’intervento agli USA, decida improvvisamente di aprire alle riforme. E pensare che gli americani avevano involontariamente favorito l’Iran bombardando di recente gli appostamenti sul confine dei Mujaheddin- e Khalq, Mujaheddin del Popolo, strenui oppositori del regime iraniano, ma legati alle truppe irachene e considerati da Washington una formazione terroristica. Anzi, l’intero conflitto in Iraq poteva far comodo alla teocrazia khomeinista a fronte dei rapporti sempre estremamente difficili con Saddam Hussein e della notevole influenza politica della vasta comunità sciita (per intendersi, quella predominante in Iran, in contrapposizione ai sunniti) in quelle terre. Vantaggi, tuttavia, apparenti, perché sentirsi le truppe a stelle strisce così vicine fa davvero paura. Gli States, simbolo dell’Occidente consumista e materialista, maledetta ossessione per il regime, nonostante il noto scandalo “Irangate” che, nel 1987, vide implicati l’allora presidente americano Ronald Reagan e il suo vice George Bush accusati di esportare armi illegalmente nella patria del khomeinismo, non rispettando il veto posto dal Congresso, per finanziare, mediante gli ingenti ricavi ottenuti, i guerriglieri Contras in Nicaragua, altro punto caldo della severa politica estera americana. Qualche mese fa l’ex presidente iraniano Rafsanjani, uno dei leader politici che maggiormente si è adoperato per smussare le punte più estreme dell’ideologismo khomeinista allo scopo di recuperare il dialogo con la comunità internazionale, ha provato a mettersi nuovamente in gioco per tenere ancora “buoni” i minacciosi States, proponendo addirittura un referendum popolare sul riallacciamento dei rapporti con questi. Ma anche a Rafsanjani solo pochi continuano a dare ascolto. Rafsanjani, pur apprezzato per la sua arte diplomatica, i sanguinari teocrati guidati da Khamenei e lo stesso presidente riformista Khatami, comunque vicino alla scadenza del suo mandato e che ha fatto il suo tempo, sembrano tutti aver esaurito il loro potere persuasivo. Eppoi, non sono solo gli USA a esercitare una fortissima pressione, bensì l’intera comunità internazionale preoccupata dallo sviluppo nucleare dell’Iran che, per molti osservatori, mirerebbe in tal modo a tagliare drasticamente le spese per le armi convenzionali e ad aumentare contemporaneamente gli investimenti a sostegno delle estese sacche di popolazione al di sotto la soglia della sopravvivenza. Il regime, in allerta per l’instabilità mediorientale, aveva cercato di giocare nuove carte, di uscire da quell’isolamento che stava diventando, che è diventato rovinoso, stipulando un trattato commerciale proprio con l’Unione Europea e lavorando diplomaticamente per il rafforzamento dei rapporti con il Caucaso: l’Europa, di fronte al pericolo nucleare, ha subito fatto marcia indietro, mentre Russia e soprattutto Turchia, nel gioco del riassettamento mediorientale, si sentono certo più tranquilli a concedere la propria fiducia al presidente Bush. Nel martoriato Iran è in atto una lenta, ma probabilmente inarrestabile, rivoluzione ideologica che parte dal centro della cultura, ovvero l’università- in grado in qualsiasi paese, anche il più chiuso come nel caso dell’Iran, di produrre “menti libere”- sostenuta da una popolazione incredibilmente giovane e che ha anche un nuovo martire dell’informazione libera con il nome di Zehra Kazemi. La storia ci ha ben dimostrato come il popolo studentesco rappresenti una forza sociale esplosiva, del resto la stessa rivoluzione islamica del 1979, come reazione alla crudele dittatura di re Pahlavi, costituisce uno degli esempi più calzanti in questo senso, sebbene nessuno poteva immaginarsi di aver contribuito ad innescare un processo di restaurazione religiosa così severo e repressivo che poi ha condotto allo stato attuale. Il movimento studentesco di oggi non è l’espressione di particolari correnti politiche o paradigmi ideologici, in totale opposizione alla destra ultraconservatrice, deluso dall’ala riformista, non certo filo americano, è semplicemente spinto dal desiderio di cambiamento con cui probabilmente riuscirà a coinvolgere il resto della popolazione largamente disillusa e disagiata. Gaetano Farina
Postato da Gaetano
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