"FIGLI DEL GHETTO": L'INTRODUZIONE E LA COPERTINA
Data: , 27 novembre @ 23:51:19 CET
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L'introduzione del volume "Figli del Ghetto" di Nando Sigona
(Nonluoghi Libere Edizioni, dicembre 2002, p. 156, 11 euro)

Il 18 e 19 giugno '99 bruciavano i campi rom di Scampia. Una serie di raid incendiari condotti da squadre di giovani in motorino tra gli applausi e le urla di incitamento di parte degli abitanti del quartiere mettevano in fuga centinaia di persone. Auto cariche di ogni genere di roba abbandonavano Napoli.

La città per la prima volta dopo più di dieci anni scopriva l'esistenza dei campi rom. Quello tra i campi e la città è un rapporto complesso, ambiguo, dove le parti, i cittadini - italiani, napoletani, Rom, stranieri, eccetera - non si incontrano, si ignorano, al massimo si sbirciano da dietro le finestre dei palazzi delle periferie devastate e dei centri storici. Il potere politico, soprattutto quello locale, piuttosto che tentare la costruzione di città aperte, dove tutti abbiano diritto a esserci, preferisce fomentare e gestire, con cinica lucidità, diffidenza e paura.

A Napoli succedono tante cose, ma solo a poche è concesso il rango di fatti. Le quattro cronache che scandiscono il ritmo di questo testo, e che forniscono. l'occasione e lo spunto per affrontare alcuni dei nodi del rapporto tra italiani e Rom, hanno goduto di di-versi livelli di notorietà. Una - gli incendi dei campi rom del giugno '99 - per qualche tempo è stata al centro dell'attenzione dei mass media e del dibattito cittadino; le altre, invece, sono notizie passate ai margini, sempre e solo nella cronaca locale. Da queste quattro scene prendono spunto le analisi proposte. Quattro cronache minori, periferiche, marginali, attraverso cui guardare alla città.

Il trattamento riservato ai Rom, ai profughi, agli immigrati - e una categoria non esclude l'altra, come la vicenda dei Rom sfollati dal Kossovo dimostra - è una lente di ingrandimento attraverso cui osservare la capacità dei luoghi di trasformarsi, di accogliere. Ciò che emerge dalle storie di questo libro è, al contrario, chiusura, segregazione e incapacità di ascolto. La coltre di pregiudizi che avvolge i Rom trova la sua espressione architettonica nelle politiche abitative elaborate da comuni e regioni d'Italia. L'istituzionalizzazione dello zingaro - come del povero, del malato, o del detenuto - all'interno di spazi totali 1 quali sono o diventano i campi nomadi, produce da parte degli "internati" una risposta che necessariamente si struttura e prende forma dentro gli spazi loro concessi. Parlare dei campi come di spazi totali e totalizzanti significa molte cose. Le dinamiche interne a questi luoghi, le modalità di accesso ai servizi e ai diritti, la stessa possibilità di comunicazione, sempre e comunque mediata, con l'esterno sono elementi oggettivi e facilmente osservabili all'interno dei campi e incidono profondamente su possibilità e aspettative dei residenti.

Il campo non è solo uno strumento di controllo (cosa che sicuramente è), ma anche il mezzo attraverso il quale si crea un target group. Si accentrano i ser-vizi, si costruisce un'utenza speciale e dedicata per cui, paradossalmente, alla fine l'essere Rom coincide con il vivere nel campo. E solo in questo luogo, in quanto residente, il Rom ha accesso ai servizi e all'assistenza. E dire che non più di un terzo dei Rom e Sinti vivono nei campi. Ma è solo su questa minoranza che si fonda l'immagine di tutti.

Come emerge nel testo, non si tratta di sola immagine. Visto che le definizioni le diamo noi (il discorso vale per gli zingari, per i nomadi e entro certo limiti anche per i Rom) decidiamo noi chi sono i veri zingari. Pare lecito allora porsi una domanda, forse pro-vocatoria: ma lo zingaro, il nomade, il Rom sono la stessa persona? Si tratta solo di etichette diverse appiccicate alla stessa realtà? Forse no. La definizione è parte della prescrizione e del sistema di razionalizzazione e categorizzazione degli individui e delle collettività. Ognuna di quelle etichette comprende un insieme variabile di attributi ed elementi chesolo parzialmente si sovrappongono.

Dentro le etichette etniche, nella retorica della di-fesa delle differenze culturali in Italia si mettono cose che hanno ben poco a che fare con la cultura. Basta guardare un po' fuori dal proprio steccato, ma anche semplicemente di lato, per vedere che, ad esempio, quelli che noi chiamiamo campi nomadi sono né più né meno che baraccopoli, favelas o shanty town. Non che i Rom o chiunque vi abiti non ci metta il suo, le personalizzi e quindi in qualche modo le modelli su un'insieme di conoscenze e saperi che costituiscono la sua identità culturale, etnica eccetera, ma tra questo e dire che gli agglomerati di catapecchie senza cessi e luce e acqua sono una manifestazione della cultura rom, ce ne passa.

Mi sembrano molto efficaci in proposito le parole di Carolina Tuozzi: "Rinunciare alla classificazione dei gruppi ha oggi un'importanza estrema, perché consentirebbe la formazione di rappresentazioni sociali della diversità non incastrate in categorie etn-camente o culturalmente rigide, per porre come primo e unico soggetto di attenzione gli individui concreti che, soggettivamente e consapevolmente, possano scegliere e costruire la propria identità senza doversi imbalsamare in categorie prestabilite" (Angrisani, Marone, Tuozzi, 2002: 132-133).

C'è una specie di formula di rito che si sente ripetere da amministratori locali, leader politici, mass media. Due parole che sono sufficienti a riassumere i termini della questione: problema zingari. Bastano loro a sintetizzare l'ambiguità e l'ambivalenza delle politiche italiane. Risolvere i problemi dei Rom, risolvere il problema che i Rom rappresentano. In ogni caso c'è di mezzo un problema, qualcosa che indica la non normalità di una situazione o condizione. Come si vedrà nelle pagine successive, molti sono i soggetti che partecipano, in vari ruoli, a definire il cosiddetto "problema zingari". Ci sono quelli che hanno il compito di dare e diffondere definizioni, quelli che le usano, quelli che le subiscono, ci sono quelli che agiscono in buona fede e quelli che invece sfruttano per fini politici le paure irrazionali e razionali delle persone, infine ci sono i buoni e i buoni per mestiere. A tutti loro è diretto questo lavoro, un tentativo di fare un po' di chiarezza, di mettere insieme elementi che di solito vengono tenuti separati. L'oggetto di questo libro non sono i Rom, ma il nostro modo di interagire con loro; l'uso strumentale che facciamo di categorie quali nomadismo e stanzialità; i campi e il loro obbrobrio architettonico e umano.

I campi li facciamo noi, i nostri architetti, ingegneri, geometri, assessori, e sono una rappresentazione architettonica di come noi vediamo loro, gli zingari. Rappresentazione, certo, ma non priva di conseguenze per chi la subisce e vi cresce dentro. Parlare di campi non ha senso se non in rapporto al territorio in cui esistono. I campi non sono fuori dal mon-do, come non lo sono i Rom. Nei campi entra la camorra, entra la droga, entra la guerra, entrano volon-tari e funzionari comunali, qualche volta anche un cardinale o un sindaco. Ma tutto è filtrato. Tutto passa attraverso i cancelli e le recinzioni. La domanda che mi pongo nel testo è: evadere è possibile? Ma da che cosa? Dai campi, dalle etichette imposte, dalla qualifica di "zingaro"? Immediatamente altre domande saltano fuori. Chi dovrebbe evadere? E poi perché? Quali sono le alternative che il nostro paese offre? Forse trovare un lavoro come "mediatore culturale", sentirsi fare tante promesse, non ricevere un quattrino per un anno e alla fine trovarsi su una pagina di giornale, descritto come uno degli zingari ubriachi che si sparano a vicenda come succede nei Balcani?

Qualcuno romanticamente si ostina a chiamare i Rom "figli del vento", ma è del ghetto che sono figli. Ed è meglio dirlo, visto che la descrizione, soprattutto se a farla è chi detiene il potere e la cultura, è già parte della prescrizione.





Articolo pubblicato da Nonluoghi Libere Edizioni
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