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L'introduzione del volume "Figli del Ghetto" di Nando Sigona
(Nonluoghi Libere Edizioni, dicembre 2002, p. 156, 11 euro)
Il 18 e 19 giugno '99 bruciavano i campi rom di
Scampia. Una serie di raid incendiari condotti da
squadre di giovani in motorino tra gli applausi e le
urla di incitamento di parte degli abitanti del quartiere
mettevano in fuga centinaia di persone. Auto cariche
di ogni genere di roba abbandonavano Napoli.
La città per la prima volta dopo più di dieci anni
scopriva l'esistenza dei campi rom. Quello tra i campi
e la città è un rapporto complesso, ambiguo, dove
le parti, i cittadini - italiani, napoletani, Rom, stranieri,
eccetera - non si incontrano, si ignorano, al
massimo si sbirciano da dietro le finestre dei palazzi
delle periferie devastate e dei centri storici. Il potere
politico, soprattutto quello locale, piuttosto che tentare
la costruzione di città aperte, dove tutti abbiano
diritto a esserci, preferisce fomentare e gestire, con
cinica lucidità, diffidenza e paura.
A Napoli succedono tante cose, ma solo a poche è
concesso il rango di fatti. Le quattro cronache che
scandiscono il ritmo di questo testo, e che forniscono.
l'occasione e lo spunto per affrontare alcuni dei nodi
del rapporto tra italiani e Rom, hanno goduto di di-versi
livelli di notorietà. Una - gli incendi dei campi
rom del giugno '99 - per qualche tempo è stata al
centro dell'attenzione dei mass media e del dibattito
cittadino; le altre, invece, sono notizie passate ai margini,
sempre e solo nella cronaca locale. Da queste
quattro scene prendono spunto le analisi proposte.
Quattro cronache minori, periferiche, marginali, attraverso
cui guardare alla città.
Il trattamento riservato ai Rom, ai profughi, agli
immigrati - e una categoria non esclude l'altra, come
la vicenda dei Rom sfollati dal Kossovo dimostra - è
una lente di ingrandimento attraverso cui osservare
la capacità dei luoghi di trasformarsi, di accogliere.
Ciò che emerge dalle storie di questo libro è, al contrario,
chiusura, segregazione e incapacità di ascolto.
La coltre di pregiudizi che avvolge i Rom trova la
sua espressione architettonica nelle politiche abitative
elaborate da comuni e regioni d'Italia. L'istituzionalizzazione
dello zingaro - come del povero, del malato,
o del detenuto - all'interno di spazi totali 1 quali
sono o diventano i campi nomadi, produce da parte
degli "internati" una risposta che necessariamente si
struttura e prende forma dentro gli spazi loro concessi.
Parlare dei campi come di spazi totali e totalizzanti
significa molte cose. Le dinamiche interne a
questi luoghi, le modalità di accesso ai servizi e ai diritti, la stessa possibilità di comunicazione, sempre e comunque mediata, con l'esterno sono elementi oggettivi
e facilmente osservabili all'interno dei campi e
incidono profondamente su possibilità e aspettative
dei residenti.
Il campo non è solo uno strumento di controllo
(cosa che sicuramente è), ma anche il mezzo attraverso
il quale si crea un target group. Si accentrano i ser-vizi,
si costruisce un'utenza speciale e dedicata per
cui, paradossalmente, alla fine l'essere Rom coincide
con il vivere nel campo. E solo in questo luogo, in
quanto residente, il Rom ha accesso ai servizi e all'assistenza.
E dire che non più di un terzo dei Rom e Sinti
vivono nei campi. Ma è solo su questa minoranza
che si fonda l'immagine di tutti.
Come emerge nel testo, non si tratta di sola immagine.
Visto che le definizioni le diamo noi (il discorso
vale per gli zingari, per i nomadi e entro certo limiti
anche per i Rom) decidiamo noi chi sono i veri zingari.
Pare lecito allora porsi una domanda, forse pro-vocatoria:
ma lo zingaro, il nomade, il Rom sono la
stessa persona? Si tratta solo di etichette diverse appiccicate
alla stessa realtà? Forse no. La definizione è
parte della prescrizione e del sistema di razionalizzazione
e categorizzazione degli individui e delle collettività.
Ognuna di quelle etichette comprende un
insieme variabile di attributi ed elementi chesolo
parzialmente si sovrappongono.
Dentro le etichette etniche, nella retorica della di-fesa
delle differenze culturali in Italia si mettono cose
che hanno ben poco a che fare con la cultura. Basta
guardare un po' fuori dal proprio steccato, ma anche
semplicemente di lato, per vedere che, ad esempio,
quelli che noi chiamiamo campi nomadi sono né più
né meno che baraccopoli, favelas o shanty town. Non
che i Rom o chiunque vi abiti non ci metta il suo, le
personalizzi e quindi in qualche modo le modelli su
un'insieme di conoscenze e saperi che costituiscono
la sua identità culturale, etnica eccetera, ma tra questo
e dire che gli agglomerati di catapecchie senza cessi
e luce e acqua sono una manifestazione della cultura
rom, ce ne passa.
Mi sembrano molto efficaci in proposito le parole
di Carolina Tuozzi: "Rinunciare alla classificazione
dei gruppi ha oggi un'importanza estrema, perché
consentirebbe la formazione di rappresentazioni sociali
della diversità non incastrate in categorie etn-camente
o culturalmente rigide, per porre come primo
e unico soggetto di attenzione gli individui concreti
che, soggettivamente e consapevolmente, possano
scegliere e costruire la propria identità senza
doversi imbalsamare in categorie prestabilite" (Angrisani,
Marone, Tuozzi, 2002: 132-133).
C'è una specie di formula di rito che si sente ripetere
da amministratori locali, leader politici, mass
media. Due parole che sono sufficienti a riassumere i
termini della questione: problema zingari. Bastano
loro a sintetizzare l'ambiguità e l'ambivalenza delle
politiche italiane. Risolvere i problemi dei Rom, risolvere
il problema che i Rom rappresentano. In ogni caso
c'è di mezzo un problema, qualcosa che indica la
non normalità di una situazione o condizione.
Come si vedrà nelle pagine successive, molti sono
i soggetti che partecipano, in vari ruoli, a definire il
cosiddetto "problema zingari". Ci sono quelli che
hanno il compito di dare e diffondere definizioni,
quelli che le usano, quelli che le subiscono, ci sono
quelli che agiscono in buona fede e quelli che invece
sfruttano per fini politici le paure irrazionali e razionali
delle persone, infine ci sono i buoni e i buoni per
mestiere. A tutti loro è diretto questo lavoro, un tentativo
di fare un po' di chiarezza, di mettere insieme
elementi che di solito vengono tenuti separati.
L'oggetto di questo libro non sono i Rom, ma il
nostro modo di interagire con loro; l'uso strumentale
che facciamo di categorie quali nomadismo e stanzialità; i campi e il loro obbrobrio architettonico e umano.
I campi li facciamo noi, i nostri architetti, ingegneri,
geometri, assessori, e sono una rappresentazione
architettonica di come noi vediamo loro, gli
zingari.
Rappresentazione, certo, ma non priva di conseguenze
per chi la subisce e vi cresce dentro. Parlare
di campi non ha senso se non in rapporto al territorio
in cui esistono. I campi non sono fuori dal mon-do,
come non lo sono i Rom. Nei campi entra la camorra,
entra la droga, entra la guerra, entrano volon-tari
e funzionari comunali, qualche volta anche un
cardinale o un sindaco. Ma tutto è filtrato. Tutto passa
attraverso i cancelli e le recinzioni.
La domanda che mi pongo nel testo è: evadere è
possibile? Ma da che cosa? Dai campi, dalle etichette
imposte, dalla qualifica di "zingaro"? Immediatamente
altre domande saltano fuori. Chi dovrebbe evadere?
E poi perché? Quali sono le alternative che il
nostro paese offre? Forse trovare un lavoro come
"mediatore culturale", sentirsi fare tante promesse,
non ricevere un quattrino per un anno e alla fine trovarsi
su una pagina di giornale, descritto come uno
degli zingari ubriachi che si sparano a vicenda come
succede nei Balcani?
Qualcuno romanticamente si ostina a chiamare i
Rom "figli del vento", ma è del ghetto che sono figli.
Ed è meglio dirlo, visto che la descrizione, soprattutto
se a farla è chi detiene il potere e la cultura, è già
parte della prescrizione.