Il movimento boccia governo e Ulivo
Per i pacifisti «rimane il divario tra governanti e governati». Plauso a quelli che hanno votato la mozione del Prc
data: 20 Febbraio 2003
autore: ANGELO MASTRANDREA
fonte: il manifesto
Gli effetti del 15 Per il comitato «Fermiamo la guerra» il corteo di sabato ha comunque influito su governo e centrosinistra. Ma «le piazze avevano chiesto ben altro»

L'«unità di crisi» del movimento è in una saletta dell'hotel Nazionale, di fianco a Montecitorio, dove fin dal primo pomeriggio esponenti del comitato «Fermiamo la guerra» e alcuni parlamentari che fanno la spola con le aule della Camera (tranne il verde Paolo Cento, squalificato fino al 28 febbraio) si riuniscono per ascoltare il dibattito da una radiolina collegata a un microfono che fa da amplificatore e poi discuterne per giungere a una posizione comune che media tra chi (Disobbedienti, Cobas, Prc) ritiene che con il voto di ieri sia stato compiuto un ulteriore passo verso la guerra, e chi (Rete Lilliput, Sinistra giovanile, Cgil, con sfumature diverse) pensa invece che sia stato fatto un piccolo passo avanti e che la campagna di pressione sui parlamentari debba continuare. Nessuna divergenza invece nelle critiche all'atteggiamento del governo, che «non ha modificato la scelta fondamentale di partecipazione alla guerra», anche se «la manifestazione del 15 lo ha però costretto ad aggrapparsi alle decisioni del Consiglio europeo che allunga i tempi delle ispezioni Onu, ma non esclude la guerra come ultima ratio». Dunque, nessuno sconto alla maggioranza di governo, anzi la mobilitazione continua negli stessi termini di prima, cioè con un no secco alla guerra «senza se e senza ma» e con l'obiettivo immutato di impedire la partecipazione dell'Italia al conflitto, con o senza l'Onu.

Nel documento finale, critiche anche all'atteggiamento del centrosinistra, a cui viene rimproverato un eccesso di «politicismo», ma verso il quale viene mantenuto un atteggiamento di dialogo. «Ci aspettavamo che lo schieramento che ha votato contro la guerra riuscisse a presentarsi unito e senza ambiguità, come a piazza san Giovanni sono riusciti a fare movimenti molto diversi che hanno trovato una unità più forte delle differenze», scrive il comitato. Invece non è andata così: da una parte una mozione unitaria del centrosinistra che solo parzialmente ha recepito i contenuti della manifestazione del 15, dall'altra quella del Prc, votata anche dal correntone Ds, nonché da Verdi e Pdci, che ha ricalcato la piattaforma dei movimenti contro la guerra. Divergenti le opinioni soprattutto sulla mozione «unitaria» dell'opposizione, anche se le critiche prevalgono sulle cautele. «E' parziale e insufficiente, anche perché prende posizione su una fase pre-guerra e non dice nulla sul conflitto», sostiene Gianfranco Benzi della Cgil. Per cui, finché la guerra non scoppia, «non ci sono divergenze». Poi si vedrà. «Nella mozione dell'Ulivo ci sono parole importanti, ora vediamo come andare avanti», dice Riccardo Troisi della Rete Lilliput.

Molto più critico l'atteggiamento dei Disobbedienti, che si dicono «insoddisfatti e preoccupati», perché «la situazione oggi si aggrava». Mentre il responsabile esteri di Rifondazione Gennaro Migliore accusa l'Ulivo di «timidezza e incoerenza». E ancora, Piero Bernocchi dei Cobas parla di «equilibrismo inconcepibile in una situazione così drammatica. Non pretendevamo che presentassero un documento come quello del corteo di sabato, ma volevamo una posizione netta». «Deludente» la mozione dell'Ulivo anche per Vittorio Agnoletto, perché «dopo la partecipazione alla manifestazione del 15 febbraio ci saremmo aspettati una maggiore coerenza. La mozione del centrosinistra invece non cita esplicitamente il rifiuto alla concessione delle basi militari, dello spazio aereo e delle infrastrutture alle forze americane. Non si esplicita il rifiuto fin da ora della guerra qualora l'Onu dovesse cedere alle pressioni statunitensi».

Fabio Alberti di Un ponte per se la prende invece con i singoli parlamentari: «molti deputati e senatori di maggioranza erano contro la guerra, ma nessuno ha avuto il coraggio di dirlo». Anche se il documento finale riconosce la convergenza di «parlamentari di forze politiche diverse su un voto che risponde al vincolo di coerenza richiesto dal movimento», segnatamente da tutti coloro che hanno votato la mozione del Prc. In generale, però, «rimangono prevalenti ancora una volta le logiche di schieramento e la separatezza della politica dalla società civile», e «il quadro generale resta pericoloso, ambiguo e ambivalente».Per questo la mobilitazione continuerà. Come? «Incontreremo di nuovo i gruppi parlamentari e faremo ancora appello ai parlamentari perché votino contro la guerra.

Chiederemo di essere ricevuti dalle ambasciate dei paesi che siedono nel consiglio di sicurezza dell'Onu, in vista del 14 marzo. Facciamo appello alla mobilitazione permanente contro la guerra. Difendiamo l'articolo 11 della Costituzione». E ancora, l'8 marzo è prevista una manifestazione davanti alla base Usa di Camp Darby, mentre l'1 e 2 marzo i movimenti europei si incontreranno a Londra per preparare manifestazioni davanti alle basi in tutta Europa. Lunedì, intanto, il direttivo della Cgil discuterà della proposta di sciopero generale in caso di scoppio dei bombardamenti, poi il giorno dopo incontrerà i sindacati di base. Mentre ieri mattina Emergency, Libera, Rete Lilliput e Tavola della pace hanno inviato al presidente della repubblica, al presidente del consiglio, ai presidenti di camera e senato e ai capigruppo di tutti i partiti le 500 mila firme raccolte con la campagna «fuori l'Italia dalla guerra», affinché il parlamento tenga conto «anche di tutti i cittadini che hanno espresso parere contrario» al conflitto.