No alla guerra "senza se e senza ma" – No all’occupazione militare
contributo al dibattito nel movimento su guerra, terrorismo, violenza.
data: 09 Dicembre 2003
autore: Cannavò, Maestri, Mometti, Muhlbauer
fonte: baronews
La ripresa dell’iniziativa contro la guerra – dopo il Forum Sociale
europeo di Parigi e le manifestazioni del 22 novembre in Italia – per
quanto ancora da sviluppare, ci sembra l’occasione per intervenire in un
dibattito che si è aperto dentro il movimento contro la guerra, con un
contributo alla discussione che vuole entrare nel merito di alcuni nodi
emersi in questo dibattito, evidentemente cruciali per far crescere la
consapevolezza e l’analisi critica del movimento.

1 – La fine immediata dell’occupazione militare dell’Iraq e il ritiro
delle truppe straniere che partecipano a tale occupazione rimangono gli
obiettivi primari del movimento contro la guerra in questa fase.
Questo obiettivo è la conseguenza diretta della nostra opposizione alla
guerra (“senza se e senza ma”) – perché l’occupazione militare, in Iraq
come in Afghanistan, è la forma concreta e attuale con cui viene
combattuta in quei territori la “guerra infinita” – ben definita dal
movimento come “guerra globale permanente”.
Così come la guerra globale non è la “risposta” – per quanto
“sbagliata” – al terrorismo, ma persegue obiettivi e strategie proprie, in Iraq
l’occupazione militare non è la risposta ad una situazione
caratterizzata da una generica violenza o dal caos: l’occupazione militare è parte
principale del problema – causa scatenante della violenza oggi diffusa
in tutto il territorio iracheno.
In Iraq la dittatura di Saddam Hussein, tre sanguinose guerre (contro
l’Iran negli anni ’80 e poi le due guerre chiamate “del Golfo” – con i
bombardamenti contro la popolazione civile) e oltre dodici anni di
embargo voluti e ferocemente messi in atto dagli stessi paesi che hanno
voluto e combattuto l’invasione del paese nella scorsa primavera (purtroppo
con il complice appoggio di quasi tutti i governi, europei in prima
fila – fossero essi di centrodestra o centrosinistra), hanno provocato una
crescente disgregazione sociale e enormi sofferenze per tutta la
popolazione irachena. Sappiamo che questa situazione di disgregazione sociale
e di potenziale conflitto tra i vari settori della società irachena –
per la quale la guerra scatenata dagli angloamericani porta la
principale responsabilità – non potrà essere risolta solamente con la fine
dell’occupazione militare, ma sappiamo anche che questa occupazione ne è
allo stesso tempo una delle cause e il principale catalizzatore della
crescente violenza armata e terroristica (che come diremo oltre, non
possiamo considerare sullo stesso piano).
La cosiddetta “comunità internazionale” ha un enorme debito nei
confronti della popolazione irachena – per quello che ha contribuito a farle
subire in questi anni: oggi questo debito si deve ripagare restituendo
immediatamente agli iracheni (attraverso le loro forze politiche,
sociali e culturali che stanno organizzandosi) la sovranità sulla costruzione
delle proprie istituzioni e la libera scelta del proprio futuro –
garantendo internazionalmente che queste scelte possano essere prese in
piena libertà e autonomia: non possiamo condividere il retropensiero di chi
chiede che sia l’Onu a svolgere una funzione analoga a quella degli
occupanti angloamericani, continuando a considerare gli iracheni infantili
o pericolosi per loro stessi, la regione o il mondo intero.
In questo senso ci sembra importante elaborare una proposta, a partire
dall’appello del movimento contro la guerra statunitense per il 20
marzo, da quello dei movimenti sociali europei del Fse e da quello italiano
elaborato a Parigi per le manifestazioni del 22 novembre e dalle “6
idee per la pace” elaborate dall’associazione “Un ponte per…”.
L’Iraq non va “posto sotto tutela” internazionale: gli iracheni vanno
sostenuti nelle loro decisioni e nella loro conquista dell’indipendenza
e libertà. Un sostegno che potrà significare anche l’invio di forze
internazionali che garantiscano una transizione non violenta e la
stabilizzazione di istituzioni indipendenti (forze alle quali non devono in
alcun modo partecipare i paesi che hanno voluto e appoggiato la guerra) ma
innanzitutto sulla base di un effettivo processo di autodeterminazione
e che dovrà vedere soprattutto l’impegno diretto delle società civili e
dei movimenti sociali di tutto il mondo (in primo luogo quelle europee
e degli Stati Uniti – per costruire un rapporto paritario e cooperativo
con quella popolazione che faccia scordare le relazioni coloniali
finora praticate dai “nostri” governi) – come già sta avvenendo d esempio
con iniziative come quella italiana del “Tavolo di Solidarietà con le
popolazioni dell’Iraq” (appoggiata esplicitamente dall’insieme del
movimento antiguerra e che non casualmente rifiuta ogni rapporto con i
militari occupanti) o quella internazionale del “Occupation Watch Center”, che
contribuisce a sviluppare un’informazione indipendente su quanto
avviene in Iraq.

Per questo pensiamo che sia ancora centrale per il movimento contro la
guerra la richiesta del ritiro delle truppe italiane dall’Iraq e che
sia una pericolosa ambiguità parlare di “modificare il senso della
missione”: la presenza delle truppe italiane è illegale, illegittima e
politicamente ingiusta, e non è nemmeno la risoluzione 1511 dell’Onu a
fornire quella presunta legittimità.

2 – In questa situazione non si sembra allora utile e positivo il
generico appello per il “cessate il fuoco” o per la “fine delle violenze”
promosso da Emergency: se siamo d’accordo a voler in ogni modo fermare la
spirale guerra/terrorismo, non pensiamo che siano di aiuto appelli da
“leggere tra le righe” – nei quali manca completamente una segnalazione
dei soggetti responsabili di quanto sta avvenendo. Cosa significa
appellarsi a “chi sta praticando e progettando attentati e guerre” – senza
mai nominare esplitamente coloro che parlano “in nome nostro”. Non si
tratta di fare una graduatoria delle violenze o delle responsabilità – ma
aiutare a comprendere come si è arrivati in questa situazione, quali
sono le strategie che i nostri “democratici” governi hanno costruito e
praticato in questi anni – in Africa, in medioriente, in Asia –
costruendo o sviluppando le condizioni per la crescita delle violenze e della
guerra.
Cancellare dagli appelli politici precise richieste politiche ci sembra
in questo momento fuorviante – una concessione ad un “pacifismo
generico” che anche coloro che hanno firmato l’appello hanno in questi anni
contribuito a superare.
Perché ci si è scordati di nominare le occupazioni militari come forma
di guerra a cui porre termine immediatamente (quindi esigendo il ritiro
delle truppe)?
Non ci convince in questo senso neanche il passaggio della lettera che
il “Glt nonviolenza” della Rete Lilliput quando afferma che “risulta
addirittura inutile insistere per un ritiro immediato delle forze armate
dell’Italia … perché la richiesta stessa alimenta risposte improntate a
valori nazionalisti e al peggior patriottismo”: è proprio per
contrastare questi falsi valori, coltivati e propagandati dal governo e da gran
parte dei media, che il movimento deve mantenere ferme le sue ragioni e
le sue proposte politiche; non per contrapporsi alle migliaia di donne
e uomini che sinceramente sono stati colpiti dalle morti di Nassiryia,
ma per continuare a rivolgerci a loro con la consapevolezza delle cause
che hanno portato a quelle morti, delle responsabilità politiche del
governo che ha voluto quella “missione” e dell’impegno di solidarietà con
il popolo iracheno che stiamo praticando (come scriveva Brecht sugli
“elmi dei vinti” , “il giorno in cui siete stati vinti… fu quel primo
giorno… quando vi siete messi sull’attenti e avete cominciato a dire si” –
forse è il momento di recuperare anche la nostra tradizione
antimilitarista per la quale “il nemico marcia sempre alla tua testa”).
Se siamo convinti – e mi sembra che su questo concordiamo – che le
forze armate italiane sono forze di occupazione militare, abbiamo il dovere
di chiedere il loro ritiro immediato.

Ci sembra in questo senso molto interessante la consapevolezza del “mai
più in nostro nome” che ha invece prodotto importanti prese di
posizione, come quella che Farid Adly ha rivolto agli intellettuali arabi e
musulmani affinché condannino e combattano con decisione le forze
terroristiche. Allo stesso modo noi dobbiamo opporci con forza alla “nostra”
tradizione coloniale e di guerra – opponendoci alle politiche di guerra
dei “nostri” governi.

3 – Il movimento ha sempre espresso con chiarezza la condanna esplicita
e decisa delle azioni terroristiche e delle reti che le programmano e
conducono: questa condanna è la conseguenza della caratteristica
fondamentale del movimento stesso, che si basa sulla crescita della
partecipazione politica e sociale di massa e il rifiuto della guerra – per questo
già nei giorni subito seguenti l’11 settembre 2001 manifestavamo (anche
a fianco dei movimenti pacifisti degli Stati uniti) “contro la guerra e
contro il terrorismo”.
La violenza terroristica è l’esatto opposto di quello che vuole e
pratica il movimento: non solo distrugge vite umane, ma si pone come
obiettivo l’espropriazione della partecipazione popolare e sociale, che invece
rimangono il solo strumento e la sola forza a disposizione del
movimento.
La condanna e la mobilitazione contro le azioni e le reti terroristiche
non possono però in alcun modo farci accettare una categoria indistinta
e opportunistica di “terrorismo” – che comprenderebbe qualsiasi forma
di rivolta o di resistenza armata (che di fronte ad un’occupazione
militare è comunque legittima, fino a quando si rivolge contro gli occupanti
e non è diretta indiscriminatamente contro i civili - qualsiasi sia il
giudizio che poi diamo sulle azioni e sulle forze che praticano questa
resistenza armata): è questa la nozione di “terrorismo” che cerca di
propagandare la stessa amministrazione Bush, sulla stessa lunghezza
d’onda di Sharon o Berlusconi, inserendo in tale categoria tutto quello che
non contrasta o non è compatibile con la sua visione unipolare e con le
sue strategie egemoniche globali: come scrive Raniero La Valle sulla
“Rivista del Manifesto” dello scorso novembre “gli impuri, i non
rassegnati, le ‘canaglie’, i terroristi, i titolari del diritto di ribellione,
evocato dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del ‘48”.

Oggi non è in corso una “guerra di civiltà” (della quale le religioni
sarebbero il fondamento) – non c’è in atto uno scontro globale tra due
soggetti “antagonisti”: al contrario è dentro il processo di
globalizzazione capitalistica, dentro le logiche di dominio globale, che nascono
le strategie di riempimento degli spazi che accomunano i “signori della
guerra” – siano essi presidenti regolarmente eletti o miliardari
sauditi arricchiti dentro le speculazioni del sistema finanziario e i
commerci globali di armi e simili. E’ in questi spazi economici, politici e
sociali, asimmetrici a un processo di globalizzazione economica che,
anch’esso, espropria miliardi di persone del proprio destino, che si
radicano e crescono quella reti terroristiche – che non sono certamente una
“rappresentanza degli oppressi e degli sfruttati” (in nome dei quali
pretendono di parlare) e nemmeno una “alternativa di sistema” – ma una
forma di quello stesso sistema che il movimento dei movimenti in tutto il
mondo sta cercando di sconfiggere sulla strada del “altro mondo
necessario”.
Il progetto di Al Qaeda è evidentemente un progetto di alcune classi
dirigenti arabe che puntano a destabilizzare interi paesi e a candidarsi
come carta di ricambio. In Arabia Saudita o in Turchia il progetto è
ben visibile.
Diverso è il caso di quelle organizzazioni che utilizzano metodi
terroristici come tragico strumento della loro battaglia politica – uno
strumento che in nessun modo possiamo ammettere e tollerare. I “kamikaze”
del 11 settembre 2001 non sono la stessa cosa degli attentatori suicidi
palestinesi – non perché questi ultimi sono in alcun modo
giustificabili”, ma perché sono il frutto avvelenato di una condizione esistenziale
di disperazione, indotta anche in quel caso da decenni di occupazione
militare e repressione quotidiana. Naturalmente vi sono soggetti politici
che sfruttano questa disperazione – ma senza comprendere questa non
potremo mai aiutare un processo di rifiuto degli attentati.
Allo stesso modo, l’attacco ai soldati italiani a Nassiryia, chiunque
sia il responsabile, non è “l’11 settembre italiano”, ma la conseguenza
tragica della partecipazione italiana all’occupazione militare
angloamericana dell’Iraq.


Il terrorismo non è però in nessun modo la “conseguenza necessaria”
delle drammatiche condizioni economiche, politiche e sociali che vivono
intere popolazioni e tantomeno il “giusto compenso” che raccolgono i
responsabili di quelle condizioni: molte sono le cause e le condizioni su
cui crescono i terrorismi – ma è chiaro che senza affrontare quelle
drammatiche condizioni e rendere quelle popolazioni nuovamente titolari
delle proprie scelte, i terrorismi non potranno essere sconfitti.
Quando scriviamo e diciamo che il movimento è il principale antidoto e
avversario del terrorismo intendiamo proprio questo – solamente
costruendo partecipazione popolare e protagonismo sociale sulla strada delle
alternative possiamo chiudere gli spazi alle politiche di guerra e
terroristiche.

4 – Dentro la crescita dell’iniziativa contro la guerra è cresciuto
anche il dibattito sulla “nonviolenza” – e allo stesso tempo le richieste
inaccettabili di “ripudiare la violenza” fatte da chi invece continua a
pensare e praticare la guerra come strumento “possibile” della
politica, con i suoi interventi militari, l’aumento delle spese militari ecc:
non è a questi personaggi, evidentemente, che siamo chiamati a
rispondere, perché non hanno alcun titolo per darci lezioni!
Il rifiuto di pratiche violente - perlopiù finalizzate
all’autorappresentazione di sé o alla costruzione di un’identità - e della separazione
tra mezzi e fini crediamo sia una caratteristica ormai diffusa e
condivisa del/nel movimento – e dobbiamo continuare a operare perché lo sia
sempre di più.
Il dibattito che dobbiamo affrontare – senza alcun timore o
atteggiamento difensivo – non può però partire da assunti ideologici (per cui la
nonviolenza sarebbe una sorta di dichiarazione di fede aprioristica) ma
nemmeno dall’idea della nonviolenza come semplice “pratica” o
metodologia.
Dobbiamo lavorare per un'alternativa di società non violenta,
riconoscibile anche nel suo percorso di formazione ma l’opposizione ai processi
di espropriazione sociale e alla violenza delle politiche di guerra può
rendere necessaria la resistenza, la disobbedienza civile, il
boicottaggio, il “sabotaggio” delle leggi ingiuste e illegittime (pensiamo alla
Bossi-Fini, ma anche alla legge 30, alle spese militari o alla presenza
di basi e depositi militari sul territorio ecc
Il problema, secondo noi, è la visuale da cui si guardano a queste
azioni e il metodo delle lotte. Siamo convinti dell'inevitabilità del
conflitto sociale, anzi della sua necessità per far avanzare una nuova
società. Ma il conflitto sociale è utile ed efficace solo se coniugato al
consenso, alla partecipazione popolare, alla democraticità delle scelte e
delle decisioni comuni. Le forme di lotta vanno individuate sulla base
di un criterio fondamentale: quanto più riescono a rafforzare la
partecipazione, il protagonismo, la consapevolezza delle proprie ragioni, la
coscienza di sé, dei propri obiettivi il coinvolgimento nelle pratiche,
l'allargamento delle lotte, tanto più sono giuste e necessarie.
Altrimenti si corrono due rischi speculari: l'avanguardismo fuori tempo
massimo, il dirigismo "machista" e muscolare oppure la subordinazione al
pensiero, e agli interessi, dominanti sempre in cerca di sterilizzazioni
ideologiche di qualsiasi tipo di conflitto.


Sperimentare nuove forme di conflitto sociale e politico, nuove
relazioni tra mobilitazione sociale e consenso, tra partecipazione e
costruzione di spazi pubblici sottratti al dominio del mercato e della violenza
– questo è il terreno di confronto e di lavoro a cui siamo chiamate/i,
tutte/i insieme.



Tutte/i insieme, al Fse di Parigi, abbiamo deciso che il 20 marzo sarà
una giornata internazionale contro la guerra e le occupazioni
militari,riprendendo la proposta del movimento contro la guerra degli Stati
Uniti. E'
molto importante costruire questa scadenza nelle forme più unitarie che
il movimento sarà capace di darsi a partire dalla riunione del Gruppo
di continuità allargato del 7 dicembre.
Ci sembra utile, però, richiamare l'attenzione sulla necessità di un
approfondimento tematico - seminariale e
assembleare - del movimento (a partire dalla proposta del tavolo
Bastaguerra) per non nascondere le differenze tra noi, ma valorizzarle e
comunicarle e costruire, così meglio, una consapevolezza comune e
l¹affermazione delle nostre ragioni condivise.


Salvatore Cannavò, Piero Maestri, Felice Mometti, Luciano Mulhbauer –
redazione “Erre”




Postato da Barbara