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Ancora blocchi dei treni diretti a Camp Darby. Oggi, il «freno alla guerra» - la chiamano così la serie di iniziativa in tutta Italia - s'è spostata a Dolo, a due passi dal capoluogo lagunare. Qui, s'erano dati appuntamento una cinquantina di «disobbedienti». Arrivati per provare a bloccare un convoglio diretto alla base ma arrivati anche per contestare il ministro Lunardi e il presidente delle ferrovie, Cimoli. Le «autorità» si erano, infatti, date appuntamento in questa piccola stazione per la cerimonia di avvio dei lavori del quadruplicamento del tratto ferroviario fra Padova e Venezia. Perché questa manifestazione? Luca Casarini, col megafono ne ha spiegato il senso: «Siamo venuti a rovinare la vetrinetta che avevano allestito Cimoli, Lunardi e Berlusconi - che non è venuto e credo sia una dimostrazione di debolezza - dietro questa immagine di nuovo, di pulito, bisogna far emergere l'immagine vera che è quella del trasporto di armi attraverso la linea ferroviaria per una guerra che provocherà l'80% di vittime civili». E ancora: «Protestiamo contro le ferrovie per questo traffico di armi, chiediamo il disarmo e chiediamo anche il governo se ne vada per aver violato tutti gli articoli della Costituzione, specialmente l'undicesimo».
Poco dopo mezzogiorno, la manifestazione si è sciolta. C'è stato solo un momento di tensione, quando i «disobbedienti» hanno provato ad entrare nella sala dove si svolgeva la cerimonia. Qualche spinta, un accenno di carica da parte degli agenti. E poi tutto è finito lì.
L'appuntamento ora è per domani, quando i pacifisti proveranno a fermare tutti i treni dal Veneto alla Toscana. E se le autorità militari scegliessero dei percorsi alternativi? Anche quest'ipotesi è stata tenuta in conto. «Anche noi abbiamo il piano "B" pronto - hanno spiegato parafrasando il sottosegretario di An, Mantovano che ha parlato di un piano segreto d'emergenza- stiamo programmando la protesta anche oltre la frontiera, abbiamo contattati in Slovenia e Croazia».
Fermare il rifornimento di armi a Camp Darby, dunque. Questo è l'obiettivo. Già, ma che tipo di armi arrivano nella base? Stamane per provare a rispondere a questa domanda, proprio a Camp Darby, si sono presentati tre onorevoli. La legge consente loro l'ingresso, anche senza preavviso. Fra loro, Paolo Cento dei verdi: «Siamo qui per rompere il muro di silenzio che avvolge questa base. Vogliamo sapere se sono transitati dentro la base i treni con l'uranio impoverito. Vogliamo che finalmente il Parlamento si riappropri del controllo sulle basi militari». Inutile aggiungere che i responsabili della base si sono rifiutati di rispondere a tutte le domande, trincerandosi dietro alle necessità della segretezza. Elettra De Iana, Rifondazione, ha aggiunto: «Pensiamo di porre un problema grandissimo che è di democrazia, trasparenza e sovranità territoriale. Io - ha detto - sto alla commissione Difesa della Camera, eppure non sappiamo nulla di queste basi. È chiaro che c'è un problema di democrazia del territorio». Per Mauro Bulgarelli - il terzo deputato, anche lui verde - «qui non solo l'articolo 11 della Costituzione è divenuto carta straccia, ma viene sistematicamente violato anche il 64, che dice che il Parlamento può riunirsi in segreto sulle questioni riservate. Sulle basi militari nessuno ha mai fatto fare una riunione, neanche segreta».
I tre parlamentari - i primi ad entrare a Camp Darby dall'inizio delle tensioni tra Usa ed Iraq - sono arrivati alla base militare accompagnati da uno striscione con la scritta «No alla guerra».
Va anche detto, comunque, che non tutte le componernti che erano in piazza il 15 febbraio sono d'accordo con la campagna «train stop». I diesse, per esempio. Propongono, invece, una grande giornata di fiaccolate per il 5 marzo. «Proponiamo a tutti coloro che credono nella pace che la giornata nella quale il Pontefice ha chiamato i credenti al digiuno e alla preghiera, diventi una grande giornata di mobilitazione con la promozione in ogni città italiana di fiaccolate per la pace. Decisivo è che la mobilitazione mantenga l'ampiezza culturale e politica fin qui conosciuta». La segreteria dei Ds denuncia il comportamento del governo - «che, a soli pochi giorni dal dibattito parlamentare, smentisce l'impegno, sancito da un voto, di attenersi alla Risoluzione del Consiglio Europeo e di operare per una linea europea comune» - ma chiede che «la nonviolenza e la legalità democratica e costituzionale come requisiti essenziali per mantenere ed allargare la grande mobilitazione per la pace e contro la guerra in Irak. Per questo riteniamo che debbano essere evitate forme di lotta, quali blocchi ferroviari, che anziché ampliare il consenso e il coinvolgimento dei cittadini rischiano di restringere il movimento in comportamenti e iniziative controproducenti».
Certo, il problema del trasferimento degli armamenti esiste: «I ds invitano il governo a fare chiarezza in Parlamento e di fronte al paese sulla natura e le finalità degli spostamenti di materiale bellico programmati, a mantenere un corretto rapporto con gli Enti Locali maggiormente interessati, ad accogliere la richiesta di incontro avanzata dalle organizzazioni sindacali».
Gli enti locali. Un loro rappresentante è Moreno Franceschini, sindaco di Cascina, stazione che è stata attraversata l'altra sera, appunto, da uno dei treni della guerra. Lui, la pensa diversamente: «Il passaggio dei treni delle armi è come una ferita», dice. «La memoria torna a 50 anni fa - continua - quando la guerra attraversò il nostro paese, e vedere circolare mezzi militari corrispondeva purtroppo ad una drammatica realtà che non vorremmo si ripetesse mai, nè vicino nè lontano da noi. Non è stato dunque un bel risveglio stamani apprendere che di primo mattino tre convogli carichi di materiali bellici hanno attraversato il nostro territorio». «Tutti i nostri sforzi - prosegue il sindaco - le nostre iniziative delle ultime settimane, degli ultimi mesi sono state dirette al mantenimento della pace. Ma di fronte a questi fatti, ci si sente impotenti. Sono altrove i centri di decisione, e le istituzioni democratiche di questo paese sono di fatto esautorate di qualsiasi potere decisionale, dove è perfino negato il diritto di sapere, di essere informati. Nessuno ci ha avvertito di questo passaggio e se fosse necessario prevedere delle forme di tutela della sicurezza pubblica. Del resto non è stato formalmente avvertito di questi trasferimenti nemmeno il Parlamento».
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