IRAK: PERCHE’ SIAMO A QUESTO PUNTO?
Il cordoglio peloso del governo non convince. La politica guerrafondaia, vassalla del governo USA, non può essere oscurata dai pretestuosi argomenti di una destra che vuole portare la guerra ovunque.
data: 13 Novembre 2003
autore: COBAS SCUOLA TORINO
Al di là del dolore e delle condoglianze alle famiglie delle vittime (tutte le vittime: il popolo iracheno come gli altri, i civili e i soldati di tutte le nazionalità colpiti), occorre riflettere sui motivi che hanno condotto alla guerra in Irak e alle missioni successive.

Per gli USA e, in subordine, per la Gran Bretagna e Israele:

A)- i pretesti per la guerra: la guerra preventiva per sconfiggere il terrorismo e la ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa, l’esportazione armata e l’instaurazione della democrazia (modello USA).

B)- i motivi politici della guerra: controllo dell’area mediorientale, controllo delle fonti energetiche, (petrolio, gas,), controllo della finanza mondiale, uso “teatrale-terroristico” della forza militare.

C)- i motivi geo-politici: la copertura armata alle politiche imperialiste statunitensi (concorrenza finanziaria, commerciale, per ora “indiretta” e non-armata, contro le altre potenze come Russia e Cina) e israeliane (annessione definitiva della maggior parte del territorio palestinese).

Per l’Italia

A) i pretesti per la guerra sotto la copertura “Umanitaria”: in aperta violazione della Costituzione si è dato a bere al parlamento e al popolo italiano che si era solo in “missione di pace”; missione non voluta e non richiesta dal popolo iracheno e non voluta dal popolo italiano. (Non vi possono essere missioni umanitarie portate coi fucili e i cannoni; Kosovo docet).

B) i motivi politici della guerra: il governo Berlusconi vassallo del folle governo Bush, in dispregio di ogni considerazione, compresa quella derivante dal buon senso, ha voluto fortemente partecipare per dimostrare l’amicizia al potente di turno ( e non al popolo americano)

C) i motivi geo-politici: di nuovo abbiamo assistito al ritorno dell’imperialismo-straccione italiano che si inserisce nella politica internazionale (ieri in Libia, Abissinia) (oggi in Kosovo, Afghanistan, Irak) per dimostrare di essere all’altezza del gruppo di paesi dominanti, il risultato sarebbe semplicemente ridicolo e farsesco se non determinasse delle vere tragedie umane.



Come riprendere il bandolo della matassa?

I governi americano e inglese, seguiti a ruota dalle destre europee, propongono a tutto il mondo di incrementare le spese di guerra, di formare eserciti professionisti sempre più agguerriti, di costruire un polo europeo della guerra più forte ed autorevole. Tutto ciò in nome della “guerra preventiva al terrorismo”. Questa fuga verso la realtà disperata non può che produrre una serie infinita di lutti e di devastazioni, creerà ulteriori lacerazioni in un mondo già sufficientemente diviso e sconvolgerà la vita di milioni di persone. Inoltre si tradurrà in un continuo salasso economico per finanziare la guerra che verrà pagato dalle classi lavoratrici con enormi sacrifici ingiustificati e ingiustificabili.

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Al contrario di quanto pensano pochi potenti accecati dal potere, nello sconquasso generale che affligge questo scorcio di secolo, solo l’Europa dei popoli (e non delle lobby finanziarie), così come i popoli del mondo possono dare una mano alla politica mondiale, diventando una forza pacifica propulsiva verso le altre popolazioni: una vera “forza” di pace, capace di sostituire la politica dei cannoni con la politica democratica, dal basso, delle esigenze reali dei popoli, con la solidarietà, con lo scambio culturale, con la trasformazione e sostituzione della logica del profitto e della conquista, in una logica della cooperazione solidale.

Occorre invertire la tendenza: basta con le spese militari, basta con chi vuole esportare modelli sociali con i cannoni, CHIEDIAMO IL RITIRO DEI MILITARI IN IRAK e la trasformazione della politica estera in politica di solidarietà e di cooperazione. Occorre bandire chi preferisce la guerra alla pace: no ai governi guerrafondai. No alla guerra.