«La gente ha scoperto una nuova capacità di reagire»
«La guerra? Credo che alla fine ci sarà perché uno come Bush va avanti anche da solo e nel modo che vuole. Per questo la situazione che stiamo vivendo mi fa paura, è molto pericolosa.
data: 18 Febbraio 2003
autore: CRISTINA PICCINO( Spike Lee: la mia N. Y)
fonte: il manifesto
«La guerra? Credo che alla fine ci sarà perché uno come Bush va avanti anche da solo e nel modo che vuole. Per questo la situazione che stiamo vivendo mi fa paura, è molto pericolosa. Al tempo stesso però è importantissimo che tanta gente si mobiliti, che esprima così la propria rabbia e la propria angoscia». Sorride appena Spike Lee. Sabato scorso c'era anche lui a Roma a gridare il suo no alla guerra, e ieri eccolo di nuovo a liberare la sua critica feroce verso Bush e verso tutti quei governi che hanno già indossato l'elmetto senza rispettare pensieri e desideri delle persone che dovrebbero rappresentare. Minuto, vestito di nero, Spike Lee non ha perduto quell'energia di trasgressione e lo sguardo lucidamente aguzzo che ha attraversato, dal primo film, ogni suo fotogramma, taglienti squarci sull'America contemporanea e su una memoria spesso volutamente offuscata. Anche La 25a ora - occasione «ufficiale» del viaggio in Italia dove esce il 18 aprile dopo l'anteprima al concorso di Berlino - parla dell'America, il set è la ferita ancora aperta - fisicamente e simbolicamente - di Ground Zero, con la dedica finale ai pompieri di Rescue 5, e quel cantiere-sempre-aperto su cui si affaccia la casa hi-tech di Francis Xavier Slaughtery, (Barry Pepper), cinico broker di borsa. Lui e il timido Jacob Elinsky (Philip Seymour Hoffman) insegnante di letteratura sedotto da ognuna delle sue allieve, sono i migliori amici del protagonista, Monty Brogan (Edward Norton), spacciatore di lusso, milionario, che ha 24 ore da godersi prima di finire in galera per sette anni. Qualcuno ha parlato - il complice russo? la meravigliosa fidanzata Naturelle (Rosario Dawson)? - e gli hanno trovato soldi e roba nel costoso divano. Fuck you New York grida pieno di rabbia quel ragazzo irlandese - come gli uomini di Gangs of New York di Scorsese - che però si è fottuto da solo quando sin da ragazzino al college vendeva - come un personaggio di Easton Ellis, all'origine di La 25a ora c'è il romanzo di David Benioff che firma anche la sceneggiatura - marjuana. Fuck you ai coreani che vendono fiori nella plastica, ai tassisti pakistani tutti terroristi, agli italiani pronti per The Sopranos, agli ebrei che trafficano diamanti sudafricani ai russi mafiosi e pure a Bin Laden. E: «no, fuck you a te Monty» che la città la odia ma la ama profondamente. Come Spike. Colonna sonora da Springsteen (The Fuse) a White Lines (Dont'Don't Do It) dj Grand Master e Melle Mel, discoteca furiosa e catartica, per fare a pezzi il morbido «sogno familiare americano». Il personaggio di Norton non ha una 25a ora, deve fare i conti con la propria storia, chè l'America si è svegliata scoprendo che esistono anche le resposnabilità e non si può sempre ricominciare oltre frontiera.

Sabato 15 lei era in corteo a Roma. Cosa l'ha colpita di più?

Trovarmi tra quei tre milioni di persone che marciavano per la pace è stata un'esperienza fantastica. La gente si sta mobilitando ovunque, è un segnale forte che la politica non può ignorare. Soprattutto dimostra che la capacità di reagire è ancora viva e che i governi spesso scelgono contro la volontà dei loro popoli. Mi è paciuto che non ci fossero invettive contro gli Stati uniti ma soltanto contro la guerra. Si è capito che gli americani non sono la stessa cosa dei loro rappresentanti politici.

Anche negli Stati uniti la protesta è forte...

Sono molti gli americani che non vogliono questa guerra, ad esempio credo che a New York sarebbero stati ancora di più in strada se fosse stato così freddo... La città sembra impazzita, continuano a spaventarci, a dire che possono esserci attentati ovunque. La gente compra maschere antigas, nastro isolante, io stesso provo ancora quel sentimento di insicurezza che ho scoperto la prima volta l'11 settembre.

Lei però dice che la guerra ci sarà lo stesso.

Il problema sono i governi. Prendiamo uno come Donald Rumsfeld, è un idiota e un guerrafondaio, ha accusato l'Europa di ragionare in modo antiquato solo perché si è opposta alla guerra. Così l'amministrazione americana dimostra ancora una volta di considerarsi il «poliziotto del mondo». Vuole imporre le proprie regole senza avere alcuna autorità morale per farlo. Può sembrare un paradosso ma sono contento che tra Rumsfeld e Bush ci sia uno come Colin Powell. E' un peccato che si sia schierato con loro e però ha anche una certa sensibilità, è un po' la voce della ragione, se fosse stato per Rumsfeld e Bush le bombe sarebbero cadute su Bagdad da un pezzo.

La scelta di far entrare l'11 settembre nel film che è stato scritto prima?

Come newyorkese ho sentito il dovere di farlo, anzi era una grossa opportunità, mi sembrava impossibile girare un film a New York senza parlare dell'11 settembre, anche perché è un evento che ha segnato radicalmente la città nel suo complesso.

Il personaggio di Edward Norton lancia un'invettiva contro le diverse anime della metropoli. Crede che oggi la diversità non abbia più spazi di convivenza?

No, anzi sono convito che la cosa più bella di New York sia questa sua diversità. Il monologo di Norton in un certo senso è una dichiarazione di amore e di odio per la città. Ed è anche un richiamo etico-morale alle scelte che ognuno compie. Nel suo caso non può che prendersela con se stesso, è il solo responsabile di quanto lo aspetta.

Il finale, che per un attimo sembra aperto, punta proprio su questo. Il protagonista non ha una 25a ora, non c'è più un sogno americano... E il suo paese?

Il momento che stiamo vivendo è cruciale e non solo per gli Usa, ci stiamo giocando il futuro del secolo. Quanto alla sequenza di fantasia, quasi onirica, in cui si mostra e si smantella il mito americano del west è forse la cosa che più mi ha attirato nella sceneggiatura di David Benioff. La storia d'America si basa su un'idea di progresso che non tiene mai conto di quanto tutto questo è stato fatto pagare ad altre persone, ad altri popoli. Non si pensa al genocidio dei nativi d'america o al fatto che le ferrovie nel paese le hanno costuite morendo di lavoro i cinesi... Il sogno di Monty evoca tutto questo, mi fa pensare a Norman Rockwell, ha la stessa forma visiva... Alla fine è costretto a tornare alla realtà, a confrontarsi con le scelte che ha fatto un po' come dovrebbero inziare a fare gli Stati uniti.