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Le chiamano «pubbliche relazioni», ma gli addetti stampa delle forze armate sono stati addestrati a manipolare sapientemente ogni informazione. La censura è continua. Lo ammettono, molto raramente, anche gli inviati aggregati alle truppe. Come nel Vietnam, la prima guerra mediatica della storia, ma con qualcosa in più: la diffusione globale. Così i civili muoiono perché «sono sulla traiettoria dei proiettili» e George W. Bush e Tony Blair stanno servendo «una nobile causa»
E'stato un gran giorno, abbiamo ucciso un sacco di gente» ha detto sabato scorso il sergente dei marines Usa Eric Schrumpf, che ha aggiunto: «Abbiamo steso qualche civile, ma che ci volete fare?». Schrumpf ha raccontato che c'erano delle donne in piedi vicino a un soldato iracheno, e una di esse è stramazzata al suolo quando lui e altri marines hanno aperto il fuoco. «Mi spiace» ha detto il sergente Schrumpf, «ma era sulla traiettoria». In questa storia, quello che mi colpisce è che 36 anni fa sentii quasi le stesse parole quando un sergente dei marines mi disse di avere ucciso una donna incinta e un bambino perché si erano «messi sulla traiettoria». Accadde in Vietnam, un altro paese invaso dalla macchina militare Usa che lasciò sul terreno due milioni di morti, e molte altre persone menomate o comunque devastate. Il presidente Reagan definì quella «una nobile causa». L'altro giorno, il presidente Bush ha definito «una nobile causa» l'invasione dell'Iraq, un'altra azione pirata e non provocata.
Negli anni successivi al Vietnam, gli americani hanno invaso molti altri paesi causando grandi sofferenze, direttamente o attraverso i loro tirapiedi; ma niente può aiutarci a capire l'attuale conflitto meglio delle loro prolungate atrocità nella guerra del Vietnam, considerata la prima «guerra mediatica».
Come l'attacco all'Iraq, l'invasione del Vietnam fu accompagnata da un disprezzo razzista verso la popolazione. I vietnamiti erano «musi gialli» e «occhi a mandorla» che non avrebbero mai combattuto e che sarebbero stati schiacciati in poche settimane. Come oggi gli iracheni, essi erano «vigliacchi» perché usavano tattiche di guerriglia e indossavano abiti civili contro un esercito invasore enormemente potente, quasi che una superpotenza rapace non dovesse essere combattuta in ogni modo possibile, come ha dimostrato la resistenza contro i francesi.
In Vietnam come in Iraq, i generali americani si aspettavano che la popolazione accogliesse a braccia aperte i «liberatori» stranieri: una aspettativa stupefacente, se si guardano le migliaia di esuli iracheni, profughi in fuga dal regime di Saddam Hussein, che si dichiarano intenzionati a tornare per difendere il loro paese.
In Vietnam come in Iraq, gli Americani sostenevano che avrebbero conquistato «il cuore e la mente» delle persone regalando loro spazzolini da denti e caramelle mentre ne uccidevano altre a sangue freddo, spesso da una distanza di sicurezza a bordo di aerei e navi. Avendo intervistato tanti veterani del Vietnam, non ho dubbi sul fatto che, quando va in guerra, l'America si porta con sé non solo una auto-rappresentazione hollywoodiana, ma lo stesso spirito violento e spesso omicida che attraversa così tanta parte della società americana. Una società profondamente divisa.
Contrariamente a quanto si crede, la maggior parte dei massacri compiuti dall'America in Vietnam non furono mostrati in tv ma tenuti segreti. Il generale Colin Powell, il segretario di stato «liberal» di Bush, ha fatto carriera rapidamente perché aveva ricevuto il compito di tenere nascosto l'infame massacro di My Lai.
Alla fine, i vietnamiti sconfissero il copione hollywoodiano e cacciarono il loro invasore, ma a un prezzo molto alto. Gli iracheni, che si battono contro due aviazioni occidentali e una Disneyworld di armi di distruzione di massa, difficilmente avranno lo stesso onore. E tuttavia anche loro non stanno rispettando il copione; e la loro resistenza, nonostante una tale disparità di forze, ha richiesto a Washington e Londra un intensificarsi della propaganda. Una propaganda diretta non a loro, ma a noi.
A differenza che in Vietnam, questa propaganda è oggi dispensata globalmente, e venduta e controllata, come un nuovo prodotto di nicchia. Richard Gaisford, un reporter della Bbc «embedded» (cioè al seguito dell'esercito, ndt), ha detto recentemente: «dobbiamo sottoporre ogni articolo al controllo [dell'esercito]. Il capitano, che è il nostro ufficiale addetto alle relazioni con i media, lo sottopone poi al colonnello, e loro lo sottopongono anche al quartier generale di brigata».
Quando dicono di non poter riferire dove si trovano né dare altre informazioni per motivi di sicurezza, i giornalisti alludono a questa rara ammissione dello stretto controllo sulle notizie giornalistiche. In effetti, il sistema di censura dei giornalisti «embedded» è più rigoroso e più scaltro di qualunque cosa imposta dall'Iraq.
David Miller, studioso dei mezzi di comunicazione di massa alla Stirling University in Scozia, chiama questo fenomeno «genio delle pubbliche relazioni». Funziona così. Una volta decisa e confezionata nel «Coalition Press Information Center» in Kuwait e nel centro stampa da un milione di dollari in Qatar, la linea ufficiale viene sottoposta alla Casa Bianca presso l'Ufficio delle comunicazioni globali. Essa viene poi limata per il pubblico britannico dallo staff dei propagandisti di Blair a Downing Street, Londra.
La verità, sopra ogni altra cosa, è ridondante. Ci sono solo notizie «buone» e notizie «cattive». Come Tim Ripley ha scritto sul giornale The Scotsman dal quartier generale del generale Frank a Doha: «E' facile capire se le notizie del giorno sono buone o cattive. Quando ci sono sviluppi positivi, gli ufficiali addetti alle relazioni con la stampa si riversano nei corridoi della sala stampa dispensando le loro veline da copioni già scritti, dichiarando che le città irachene sono state liberate e che gli aiuti umanitari stanno per essere consegnati. Se invece le truppe americane e britanniche hanno subito qualunque tipo di rovescio sul campo, si ritirano nei loro uffici per aspettare istruzioni da Londra e Washington».
Ad esempio, l'arrivo in Iraq della nave britannica Sir Gallahad con alcune miserabili centinaia di tonnellate di aiuti umanitari era una «buona» notizia, e ha ricevuto ampia diffusione. Ma non veniva detta la verità, cioè il fatto che il governo Blair continua a sostenere la scelta di Washington di negare deliberatamente aiuti umanitari per 5,4 miliardi di dollari, comprendenti latte per i bambini e medicine. Questi «aiuti» sono stati pagati dall'Iraq (con il petrolio) e approvati dal Consiglio di sicurezza dell'Onu.
Dalla storiella così commovente della Gran Bretagna che accorre in soccorso, mancava anche il fatto che le Nazioni unite, in seguito alle pressioni di Bush e Blair, sono state costrette a interrompere il loro programma di distribuzione di cibo in Iraq, che prima della guerra riusciva a malapena a impedire una carestia.
Le bugie di Bush e Blair sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq e sui suoi presunti legami con Al Qaida sono state smascherate e rigettate dalla maggioranza del popolo britannico. Da allora, Blair ha giocato la sua carta: un verdetto di colpevolezza. Forse la sua ultima risorsa propagandistica è l'invito a sostenere «i nostri ragazzi».
Il 3 settembre 1967, il Daily Mirror di Londra pubblicò una mia corrispondenza dal Vietnam sotto il titolo di copertina: «Come può la Gran Bretagna approvare una guerra così?». Il Daily Mirror di oggi pone la stessa domanda sull'invasione dell'Iraq. La differenza è che, al contrario di Blair, il primo ministro Harold Wilson negò a un presidente americano l'uso delle truppe britanniche per la sua «coalizione».
Secondo un sondaggio apparso sul Daily Mirror questa settimana, «il 78% [della popolazione britannica] pensa che le truppe britanniche non debbano essere rimandate a casa finché la guerra non sarà terminata». I sondaggi possono essere essi stessi propagandistici, quando la domanda predetermina la risposta. Ma se la domanda fosse stata: «Lei è d'accordo che le forze britanniche restino in Iraq, data l'assenza di qualunque `liberazione' e il numero crescente di vittime civili?», dubito che la percentuale sarebbe arrivata al 78%.
Esiste indubitabilmente un tradizionale sostegno per «le truppe», qualunque sia il lavoro sporco che sono state mandate a fare. Ma a Blair non dovrebbe essere consentito di manipolarlo. Le truppe britanniche possono essere meglio addestrate di quelle americane; ma questo non modifica il fatto che esse partecipano con un ruolo essenziale all'invasione criminale di un paese che non ci minacciava in alcun modo.
Addestrati alla manipolazione mediatica («pubbliche relazioni»), i portavoce militari britannici mentono con la stessa frequenza degli americani; semmai, le loro assurdità a proposito di «insubordinazioni» sono fin troppo pretestuose. La verità che non ci dicono è che l'assedio britannico di Bassora ha strangolato la popolazione civile, causando grandi sofferenze a uomini, donne e bambini innocenti nel loro paese.
Immaginate se le truppe irachene stessero facendo la stessa cosa alla città inglese di Coventry, che ha dimensioni analoghe. Immaginate l'oltraggio: la resistenza popolare, chiunque fosse al potere. Se noi occidentali non riusciamo a immaginarlo, allora siamo caduti vittime di una grande bugia che sovverte ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Se non riusciamo a metterci nei panni degli iracheni, nei panni della famiglia che piange la donna uccisa dal sergente Schrumpf, «quella che si è messa nella traiettoria», allora abbiamo veramente di che preoccuparci.
Traduzione Marina Impallomeniwww.johnpilger.comcopyright John Pilger/il manifesto
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