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Mentre scrivo, sembra venire la guerra. Questo, malgrado l'ovvia mancanza di entusiasmo che si leva nel paese [gli Stati uniti, ndt]. Le inchieste che registrano "approvazione" o "disapprovazione" calcolano soltanto numeri, non possono calarsi nella profondità del sentimento. E ci sono molti segni che indicano che il sostegno alla guerra è privo di spessore, e fragile, e ambivalente… Per questo le cifre che mostrano un'approvazione continuano a scendere senza sosta. E' probabile che questo non fermi il governo, ma almeno indica che il sostegno è debole. Di fatto, questo spiega il perché della fretta: il governo cerca di entrare in guerra prima che il sostegno scenda ancora.
Si suppone che una volta che i soldati entreranno in combattimento, il popolo statunitense si unirà intorno alla guerra. Gli schermi televisivi saranno dominati dalle immagini che mostrano l'esplosione delle "bombe intelligenti", e il segretario della Difesa assicurerà al popolo che le perdite civili si manterranno entro un margine minimo. [Siamo nell'era delle "megamorti", cosicché le cifre di perdite minori di un milione non causano preoccupazione]. Le cose sono andate così: l'unità intorno al presidente in tempo di guerra. Ma questa volta potrebbe non essere così. Il movimento contro la guerra non sembra disposto ad arrendersi di fronte all'atmosfera marziale. Le centinaia di migliaia di persone che hanno marciato a Washington, San Francisco, New York e Boston - e nelle comunità, popoli e città del paese, dalla Georgia al Montana - non si ritireranno in modo "mansueto".
Mentre il sostegno alla guerra non ha spessore, l'opposizione alla guerra va in profondità; non potrà essere smantellata facilmente, né la si potrà intimorire per farla cessare. Di fatto, i sentimenti antibellici sembrano farsi sempre più intensi. Di fronte alla domanda "Appoggia i nostri Gis [sigla che indica la fanteria generale, i soldati]", il movimento può rispondere: "Sì, appoggiamo i nostri "gis", vogliamo che vivano, che tornino a casa. E' il governo che non li appoggia. Li sta mandando alla morte, li farà ferire, avvelenare dalle nostre stesse testate all'uranio". No, le nostre perdite non saranno moltissime, ma ognuna di esse sarà lo spreco di una vita umana importante. Insisteremo sul fatto che dobbiamo dare la responsabilità al governo per ognuna di quelle morti, per ogni mutilazione, per ogni caso di malattia, per ogni caso di trauma psichico causato dallo shock della guerra.
E sebbene si blocchi l'accesso dei media alle morti e ai feriti in Iraq, sebbene la tragedia umana che accada verrà calcolata in pure cifre, con astrazioni, e non attraverso i racconti di esseri umani reali, di bambini reali, di madri e padri reali, il movimento troverà la maniera di raccontare questa storia. E quando lo farà, il popolo, - che potrebbe anche rimanere freddo di fronte alle morti "dell'altro fronte", si potrebbe svegliare quando "l'altro fronte" sia improvvisamente visto come un uomo, una donna, un bambino come i nostri - risponderà. Queste non sono fantasie, non si tratta di vane speranze. Accadde così anche negli anni del Vietnam. Per molto tempo quello che si faceva ai contadini vietnamiti rimase nascosto dalle statistiche, "il conteggio dei corpi", senza che i corpi fossero mostrati, senza volti da mostrare, senza mostrare il dolore, la paura, l'angoscia.
Ma più tardi cominciarono a passare i racconti dei soldati che tornavano, la storia del massacro di My Lai, le atrocità a cui avevano preso parte. Poi apparvero le fotografie: la piccola bruciata dal napalm che corre per un sentiero, con la pelle strappata, le madri che sostengono i bambini nelle trincee mentre i "Gis" colpiscono i loro corpi con i fucili automatici. Quando quei racconti cominciarono a venir fuori, quando si videro le immagini, il popolo statunitense non poté fare a meno di commuoversi.
La guerra "contro il comunismo" cominciò ad essere vista come una guerra contro i contadini poveri dall'altra parte del mondo. In qualsiasi momento della guerra alle porte, nessuno può dire quando, cominceranno a essere svelate le menzogne che il governo ci propina: "La morte di quella famiglia è stato un incidente", "Chiediamo scusa per la mutilazione di quel bambino", "Quello è stato un errore dei servizi di intelligence", "E' stato un errore del radar". Che ciò accada presto dipende non solo dai milioni di persone che già fanno parte del movimento contro la guerra - in maniera attiva o silenziosamente - ma anche dall'emergenza di coloro che dentro il sistema cominceranno a suonare l'allarme, cominceranno a parlare; dai giornalisti che, stanchi di essere manipolati dal governo, cominceranno a scrivere la verità. E dai soldati che dissentono, dai feriti della guerra, che non è altro che un massacro. C'è forse un'altra maniera di chiamare la catastrofe provocata dalla più potente macchina militare, che fa piovere migliaia di bombe su una potenza militare di quinta categoria, già di per sé ridotta alla povertà da due guerre e da 10 anni di sanzioni economiche?
Il movimento contro la guerra ha la responsabilità di favorire le diserzioni nella macchina bellica. Raggiunge questo scopo con il semplice fatto di esistere, con il suo esempio, con la resistenza, facendo sì che la sua voce superi i muri di controllo governativo, dirigendosi alla coscienza della gente. Quelle voci si trasformano in un coro a cui si uniscono gli statunitensi di ogni età, di ogni parte del paese. C'è una debolezza di base in tutti i governi, non importa quanto siano grandi i loro eserciti, quanto denaro abbiano, quanto controllino l'informazione che diffondono al pubblico, perché il loro potere dipende dall'obbedienza dei cittadini, dei soldati, dei servizi pubblici, dei giornalisti, degli scrittori, degli insegnanti e degli artisti.
Quando tutta questa gente comincerà a sospettare di essere stata ingannata, e ritirerà il suo consenso, il governo perderà la sua legittimità e il suo potere. Abbiamo visto in anni recenti come questo accada in tutto il mondo. Leader che sembravano onnipotenti, circondati dai loro generali, che improvvisamente si vedevano affrontati con rabbia da un popolo insorto, le centinaia di migliaia di persone nelle strade e il rifiuto dei soldati di sparare, e allora quei leader sono fuggiti in fretta verso gli aereoporti, con la valigia piena di soldi in mano. E' già cominciato il processo di delegittimazione di questo governo.
C'è un verme che sta corrodendo le viscere della sua soddisfazione, continuamente: è la certezza del popolo statunitense, sotterrata, ma in una tomba molto superficiale, pronta ad affiorare adesso che questa amministrazione ha preso il potere attraverso un colpo di stato e non per volontà popolare. Il movimento contro la guerra deve insistere perché questo non venga dimenticato. Già si vedono i primi passi per la delegittimazione del governo, sono piccoli ma significativi. La moglie del presidente ha dovuto cancellare la riunione dei poeti alla Casa bianca, perché questi si sono ribellati, perché hanno visto nella guerra una violazione ai sacri principi tenuti dai poeti in ogni tempo.
I generali che hanno condotto la Guerra del Golfo, nel 1991, parlano contro la guerra, dicono che è insensata, non necessaria, pericolosa. La Cia contraddice il presidente aggiungendo che è improbabile che Saddam Hussein usi il suo armamento, a meno che non lo si attacchi. In tutto il paese, non solo nelle metropoli come Chicago, ma in luoghi come Boesman [Montana], Des Moines [Iowa], San Luis [California], Nederland [Colorado], Tacoma [Washington], York [Pennsylvania], Santa Fe [New Mexico], Gary [Indiana], Carboro [North Carolina] - 57 città e contee in totale - che si sono pronunciate pubblicamente contro la guerra, in risposta ai loro cittadini.
Le azioni si moltiplicheranno, una volta che la guerra sarà cominciata. I rischi saranno maggiori. La gente morirà tutti i giorni. La responsabilità del movimento per la pace sarà enorme: parlare di ciò che la gente sente ma ha timore di esprimere. Dire che questa è una guerra per il petrolio, per i commerci. Tiriamo fuori di nuovo lo slogan dell'epoca del Vietnam: "La guerra serve agli affari: investi in un figlio" [nell'edizione mattutina del Boston Globe recita un incappucciato: "Profitti extra per 15 milioni investiti nel ramo militare serviranno alle società della Nuova Inghilterra"]. Così, non più sangue per il petrolio, per Bush, per Rumsfeld o Cheney o Powell. Non più sangue per l'ambizione politica, per i grandiosi disegni dell'impero.
Non dobbiamo pensare che nessuna azione sia inutile; nessuna azione nonviolenta sarà troppo estrema. Si devono moltiplicare le richieste affinché Bush sia costretto a dimettersi. Il requisito costituzionale "crimini e fatti gravi" si può applicare certamente a chi manda i ragazzi dall'altra parte del mondo a morire e a uccidere in una guerra di aggressione contro un popolo che non ci ha attaccato. Quei poeti hanno turbato Laura Bush perché portare la guerra alla sua cerimonia sarebbe stato "non adatto", perché questo attira l'attenzione: rifiutare ciò che sembra appropriato, negarsi a essere "professionali" [che di solito significa non sfuggire al ruolo in cui ti costringono i tuoi affari o la tua professione]. L'assurdo di questa guerra è tanto diafano che la gente che mai si era fatta coinvolgere da qualche manifestazione contro la guerra si presenta ai meeting in grandi quantità. Chiunque abbia partecipato a uno di essi può testimoniare dell'enorme numero di giovani presenti, ovviamente, per la prima volta.
Gli argomenti a favore della guerra sono come una carta velina che si strappa appena presa in mano. Armi di distruzione di massa? L'Iraq può progettare una bomba nucleare [malgrado gli ispettori dell'Onu non abbiano trovato alcuna prova di quei progetti], ma Israele ha 200 armi nucleari e gli Stati uniti ne hanno 20 mila e altri sei paesi ne hanno un numero non ancora rivelato. Hussein è un tiranno? Senza dubbio, ma come quanti altri nel mondo? Una minaccia mondiale? Allora, perché il resto del mondo, molto più vicino all'Iraq, non vuole la guerra? Ci dobbiamo difendere? L'affermazione più incredibile di tutte. Lottare contro il terrorismo? Non si è trovato alcun legame tra l'Iraq e i fatti dell'11 settembre.
Credo che risulti palese la vaghezza della posizione governativa, responsabile della rapida crescita, senza precedenti, del movimento contro la guerra. Si ascoltano nuove voci, che non avevamo mai sentito prima, che parlano "in modo non appropriato", al di fuori dei limiti imposti dalle loro professioni. Mille e cinquecento storici hanno firmato un appello contro la guerra. Ci sono uomini di affari, uomini di chiesa, che pagano pagine di pubblicità contro la guerra sui periodici.
Tutti rifiutano di attenersi alla propria "professione", mentre affermano che prima di ogni altra cosa sono esseri umani. Penso a Sean Penn, che va a Baghdad sebbene si mormori del suo patriottismo. O a Jessica Lange, che in un festival cinematografico in Spagna, ha detto: "Disprezzo Bush e il suo governo". O all'attrice Renee Zellweger, che ha detto a un reporter del Boston Globe: "L'opinione pubblica è manipolata da ciò che ci raccontano. Lo vediamo in ogni occasione, e specialmente adesso…La buona volontà del popolo statunitense viene manipolata. Mi disgusta…così quest'anno andrò in carcere!". Gli artisti del rap parlano della guerra, della sua ingiustizia. Il rapper Mr Lif dice: "Penso che la gente sia stata in vacanza e che adesso è ora che si svegli. Abbiamo bisogno di prestare attenzione alle nostre politiche economiche, sociali, estere, e non di farci prendere in giro credendo a tutto quel che dicono il governo e i media". Nel giornale satirico "The Boondocks", che ogni giorno arriva a 20 milioni di lettori, il disegnatore Aaron Magruder fa in modo che il suo personaggio, un giovane nero chiamato Huey Freedman, dica: "In questi momenti di guerra contro Osama bin Laden e l'oppressivo regime dei talebani, ringraziamo che il nostro leader non sia un figlio maleducato di un potente politico, non provenga da una ricca famiglia di petrolieri, non lo appoggino i fondamentalisti religiosi, non operi per mezzo di organizzazioni clandestine, abbia rispetto per il processo democratico elettorale, non faccia bombardare gli innocenti e non utilizzi la guerra per negare al suo popolo le libertà civili, amen".
Le voci si moltiplicheranno. Le azioni, dalle veglie silenziose alle azioni di disobbedienza civile [tre suore stanno scontando lunghe sentenze di carcere per aver versato il loro sangue in un silos di munizioni in Colorado] si moltiplicheranno. Se Bush comincia la guerra, sarà responsabile della perdita di vite umane, per i bambini paralizzati, per aver terrorizzato milioni di persone comuni, per i soldati statunitensi che non torneranno alle loro famiglie. E tutti noi abbiamo la responsabilità di fermarlo. Si sono impossessati del nostro splendido paese uomini che non hanno rispetto per la vita umana, per la libertà e per la giustizia. Il popolo statunitense ha la responsabilità di recuperarlo.
Tratto dal quotidiano messicanoLa Jornada
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