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GERUSALEMME Itai Dayb ha 26 anni, è nato, vive a Gerusalemme ovest e lavora all'università ebraica. Il prossimo aprile sarà rinchiuso in un carcere militare israeliano. «Sì, è vero devo tornare in carcere» - mi dice. Tornare? Significa che ci sei già stato? - «Sì, lo scorso aprile» - Come mai frequenti così spesso il carcere militare? - «Beh, non poi così spesso, solo una volta l'anno, per un mese, solo quando mi arriva la chiamata alle armi che io rifiuto di ottemperare. In Israele il servizio militare obbligatorio dura tre anni, poi si entra a far parte della riserva si viene richiamati in servizio un mese l'anno o più.
Insomma vai in prigione perché rifiuti il servizio militare, sei un pacifista?
Assolutamente no, non sono un pacifista, ho prestato servizio nell'esercito israeliano per 4 anni, dei quali più di tre in Libano, dal `94 al `98, e ho il grado di tenente. Ma oggi l'esercito israeliano è uno strumento di oppressione, è un esercito di occupazione, io mi rifiuto di essere complice di una invasione brutale che colpisce soprattutto i civili e non mi sento certo una vittima per qualche mese di carcere, le vere vittime sono loro, i palestinesi.
Come mai non hai avuto lo stesso problema ad andare in Libano con l'esercito?
Non mi voglio giustificare: quella del Libano era un'occupazione, un crimine al quale ho partecipato. Quando sono stato arruolato, mi sentivo orgoglioso, pensavo di andare a fare qualcosa di utile per il mio paese. Ci ho messo un po' di tempo a capire. Ancora oggi sento la responsabilità di quello che ho fatto in quel periodo.
Ricordi qualche episodio particolare in Libano che ti ha aiutato a capire?
Mi ricordo il disgusto che provai alla notizia che i nostri avevano bombardato un campo profughi che era sotto l'egida delle Nazioni unite. Ma quello che più mi colpì direttamente fu un'esperienza che può sembrare quasi banale. Eravamo di servizio in un check point per individuare e arrestare resistenti libanesi: prendemmo un ragazzo del Fronte comunista libanese e io ero già comunista, mi sentivo più dalla sua parte che da quella del mio esercito.
Sono in molti quelli che fanno la scelta di rifiutare di prestare il servizio militare nei territori palestinesi?
Sì. Dall'inizio della seconda Intifada sono più di 200 quelli finiti in carcere, più di un migliaio quelli che prima di ricevere la chiamata alle armi hanno dichiarato che la rifiutavano. Cominciamo ad essere un problema.
Che tipo di messaggio l'esercito manda ai giovani che sono arruolati e mandati nei territori?
Un messaggio regressivo: li convincono che non stanno aggredendo nessuno che stanno difendendo le loro case.
Anche quando distruggono le case dei palestinesi?
C'è un condizionamento forte perché non si vedano i palestinesi come persone, una sorta di apartheid mentale, psicologico, che purtroppo non riguarda solo l'esercito, ma anche una buona parte della società israeliana.
Come ti accetta la società israeliana sapendo che rifiuti il servizio militare in un paese che si sente in guerra?
La mia vita si svolge in buona parte nell'università, nel mio gruppo politico, in un ambiente aperto, democratico, che anche quando non condivide un tipo di scelta la rispetta, ma l'israeliano medio ci considera traditori.
Non sei mai stato nei territori?
Mai come soldato, tante volte come amico, ho molti amici palestinesi. L'ultima volta che ero in carcere è iniziata l'occupazione militare di Betlemme, molti di loro furono arrestati e fecero un carcere ben peggiore del mio. Dopo ritrovarci è stata una festa.
Il 15 febbraio scorso eri a Roma e hai portato sul palco della manifestazione per la pace la tua testimonianza. Com'è stata per te quella esperienza?
Intanto un'emozione forte nel parlare a tanta gente. Ma la cosa che volevo di più era che non mi percepissero come «quello buono», ma come una persona normale che partecipa in modo attivo a questo grande movimento contro la guerra che sta crescendo nel mondo.
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