Con Bush torna la guerra imperialista. E Israele si accoda
qando i cannoni finalmente cominceranno a tuonare e il sangue a scorrere comincerà l'età dell'oro per tutto il Medioriente
data: 02 Marzo 2003
autore: ZVI SCHULDINER
autore: il manifesto

I segnali che vengono da Washington sono sempre più gravi: gli interessi imperiali che spingono il presidente Bush a una guerra criminale contro il popolo dell'Iraq sembrano impossibili da controllare e la regione intera soffrirà i risultati della «imposizione dall'esterno della democrazia». Forse negli ultimi anni sembrava impossibile, eppure la guerra imperialista ritorna nella sua espressione più cruda e violenta. Gli evidenti interessi economici a cui da sempre sono legati i Bush e loro soci, porta ora a un piano i cui risultati saranno pagati dai popoli della regione e dallo stesso popolo americano.

La demenziale demagogia della Casa bianca punta tutti i suoi argomenti nella figura del criminale Saddam Hussein e con questo contenta molti. Ma così facendo nasconde il prezzo della guerra: migliaia e forse decine di migliaia di iracheni innocenti pagheranno con la vita l'avventura di Bush. E il prezzo economico non sarà meno pesante, anche se l'industria degli armamenti americana e le grandi compagnie petrolifere aumenteranno i loro profitti.

Qualche americano tira già l'allarme. Non è che gli interessi molto del popolo iracheno ma sì del fatto che «la liberazione dell'Iraq» può costare fra i 90 e i 100 miliardi di dollari. E il generale Eric Shinseki, comandante in capo dell'esercito Usa, si lascia sfuggire un piccolo dettaglio quando presenta la sua testimonianza davanti al Congresso e dice che saranno necessari 100 mila soldati americani e alcune decine di migliaia di soldati alleati per mantenere l'occupazione dell'Iraq una volta «liberato».

La visione di Bush

Il visionario Bush non limita le sue folle visioni a Baghdad. Dice che qando i cannoni finalmente cominceranno a tuonare e il sangue a scorrere comincerà l'età dell'oro per tutto il Medioriente e la democrazia, una volta imposta all'Iraq, illuminerà con il suo esempio l'intera regione.

E anche di più: si scriverà la parola fine sullo stanco e noioso conflitto israelo-palestinese e si potrà raggiungere l'attesa e desiderata pace. E' un discorso che a Sharon piace tantissimo perchè sottintende che non è solo il dittatore Saddam Hussein che deve sparire dalla scena. ma tutti i dittatori. Quindi anche Arafat. E allora i palestinesi abbandoneranno la via del terrorismo e si potrà arrivare a convincere Israele a ritirarsi dai territori occupati e consentire l'insediamento di uno Stato di Palestina indipendente.

Nel linguaggio orwelliano di Bush la libertà e la democrazia saranno imposte con la forza grazie alla grande crociata americana. Il poliziotto globale del pianeta mostrerà a tutti coloro che pensino di uscire dalla retta via della decenza e della democrazia qual è il prezzo da pagare. I nuovi crociati non lasciano molto spazio per il libero arbitrio. Solo dittatori illuminati o amici della Cia e dei texani potranno continuare liberamente nei loro affari e crimini.

I poco riconoscenti americani fingono di dimenticare che negli anni `80 il buon Saddam ha reso loro grandi servigi. Donald Rumsfeld, l'attuale segretario della difesa, era l'intermediario dei negoziati con Saddam e l'allora positivo leader iracheno poté dare il suo valido contributo alla morte di un milione di persone, fungendo da freno all'incombente pericolo persiano, bombardando il suo stesso popolo, usando gad e armi chimiche contro i kurdi. Ma allora tutto andava bene perchè Saddam stava dalla parte dei Bene e dell'Occidente civilizzato. Erano quelli gli anni in cui cominciava a prestare i propri servigi agli americani un altro illustre anti-comunista che poi sarebbe uscito dal seminato: Osama bin Laden. Il buon Osama e i suoi uomini furono spediti a lottare per la democrazia contro il pericolo della ritannia rossa in Afghanistan. Erano anni felici e i servizi segreti israeliani lasciavano filtrare la versione che si stava costruendo un asse (del Bene) Baghdad-Cairo-Amman che avrebbe cambiato completamente il quadro della regione e che era probabile che il saggio Saddam sarebbe anche lui arrivato alla pace con Israele.

Israele e la guerra

Da un lato la minaccia di una possibile guerra in Iraq e delle possibili ripercussioni in Israele, qui da noi è parte della vita quotidiana. Non pochi israeliani vivono questo momento con grande angustia e si preparano al peggio. Non pochi si oppongono alla guerra. Dall'altro lato la leadership politica e militare israeliana appoggia con entusiasmo i piani americani dal momento che, come Bush, ritiene che questo aprirà un nuovo e felice capitolo nella regione. L'uscita di scena del tiranno Saddam sarà il preludio di quella del tiranno Arafat e in questo modo le pulsioni autistiche prevalgono e la leadership politica e militare israeliana va avanti con i suoi demenziali piani su una strada analoga a quella del presidente americano.

Una visione che si è rafforzata in questi giorni con la formazione del nuovo governo israeliano. Il premier Sharon continua nel suo appoggio al cosiddetto Piano Bush che prevede la creazione di uno Stato palestinese, alla fine del percorso. E non sono pochi quelli che ci credono. Ma un'occhiata un po' più attenta alle dichiarazioni di Sharon consente di capire che la quantità di condizioni poste rende impossibile qualsiasi negoziato di pace. Come è accaduto negli ultimi due anni, il governo israeliano farà tutto il possibile per mettere la parola fine alla leadership di Arafat, sapendo bene il valore simbolico che questo avrebbe per i palestinesi. Nella visione della destra israeliana la resa dei palestinesi è la precondizione essenziale per i negoziati di pace. In questo modo si potrà ripetere lo schema americano che «impone la democrazia all'Iraq». Qui da noi si imporrà la pace ai palestinesi. L'America e l'Europa potranno vaneggiare che il conflitto è finito quando qualche burattino si metta alla testa dell'Autorità palestinese o dell'ipotetico Stato di Palestina.

Questo Stato palestinese sarebbe una entà assai dubbia, politicamente subordinata a Israele e geograficamente tagliata dai numerosi insediamenti israeliani che in questi hanno continuato a fiorire.

Gli alleati di Sharon nel nuovo governo consentono di parlare di una coalizione neo-fascista. Il nuovo ministro del turismo, Beny Alon, è per l'espulsione «concordata» dei palestinesi, così come il messianico ministro militarista del Partito nazionale religioso, Efi Eitam. Al loro fianco si ritroveranno l'estremista Avigdor Liberman e tutto uno stormo di falchi del Likud. Oltre a cinque ministri del partito Shinui che ha centrato la sua campagna elettorale sulla difesa della classe media e sull'odio contro gli ebrei ultra-religiosi.

Basterà una scintilla durante la guerra contro il popolo iracheno perché gli estremisti israeliani prendano la palla al balzo per espellere decine di migliaia di palestinesi.

La crociata per portare la democrazia a Baghdad non può far dimenticare qualcosa che oggi è lasciato in secondo piano sui giornali: tre milioni di palestinesi chiusi in un'immensa galera dalla grande e sola democrazia del Medio oriente. Ogni giorno le loro case vengono distrutte, i loro campi rasi al suolo, i loro uomini, donne e bambini sono falciati dal fuoco «anti-terrorista» delle truppe israeliane impegnate su una incessante strada di odio, vendetta e castigo. Il nuovo governo in Israele scioglierà ancor di più le redini già molto blande che ancora frenano l'esercito israeliano. Un esercito che vive una delle sue ore più nere e tristi nella lunga storia di repressione nei Territori occupati.