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Già a settembre dello scorso anno, con lo svolgimento dei primi congressi di base, come compagni e compagne che illustravano il documento Lavoro Società - Cambiare Rotta, ci siamo accorti che la presentazione delle tesi di maggioranza era un po' "troppo di sinistra". In parte si trattava di una furberia già vista in precedenti congressi, in parte corrispondeva ad una progressiva radicalizzazione dello scontro con il governo. Ci siamo difesi da questo spiazzamento come abbiamo potuto, soprattutto mettendo in luce una impostazione strategica della Cgil che nonostante i "no" di Cofferati, rimaneva ancorata alla concertazione, ma facendo comunque una certa fatica a conciliare la necessità di una rottura programmatica con la spinta unitaria presente tra gli iscritti. Finiti i congressi di base la pressione all'unità è proseguita e non credo che ci si debba scandalizzare se a partire dai congressi di secondo livello quasi ovunque si siano votati documenti conclusivi unitari. Stefano Zuccherini, responsabile Lavoro del PRC, così ha descritto questa fase: "Ora che però, finiti i congressi di base, il congresso investe i ceti sindacali, le migliaia di tempi pieni nelle categorie, nella confederazione, quel 20% e la sua carica radicale critica alla gestione sindacale degli ultimi anni sembra spegnersi, annacquarsi nella mediazione per definire i gruppi dirigenti…" .
Non nego che per alcuni versi possa aver pesato un condizionamento di apparato, anche se sarebbe arduo riscontrare una differenza di contenuti e di comportamenti a seconda del grado di integrazione negli apparati della sinistra Cgil. Forse la necessità di una tenuta unitaria della Cgil nell'opposizione a governo e Confindustria non era un'esigenza delle sole burocrazie e in ogni caso sarebbe sbagliato un giudizio senza una valutazione di merito e senza considerare che in nessun caso le mozioni finali dei congressi hanno cancellato le differenze congressuali. Per quanto ho potuto vedere, si sono fatti documenti unitari di diversa qualità: in alcuni casi abbiamo incontrato maggioranze disponibili a spostamenti significativi, in altri si e trattato di documenti perlomeno reticenti. E' difficile dare una lettura di valore generale, perché diverse sono le esperienze territoriali e di categoria, ma non si può non vedere che in alcuni casi le differenze tra un documento e l'altro sono state significative.
E' forse mancato in questa fase congressuale un più forte coordinamento di Lavoro Società. Forse occorreva che le nostre discriminanti per una conclusione unitaria dei congressi fossero più nettamente definite e condivise.
In ogni caso la verifica più importante riguardava la conclusione del congresso nazionale, sia per la maggiore visibilità sia perché molte delle questioni, dalla politica concertativa allo sciopero generale, si ponevano sul terreno confederale nazionale ed è quindi naturale che proprio sulle conclusioni unitarie del congresso di Rimini si sia aperta più discussione. Facendo una valutazione del congresso Cgil, Stefano Zuccherini conclude che "fa un passo in avanti sul piano della soggettività, ma sul piano sociale, su una diversa linea rivendicativa, è ancorato al 23 luglio" . Rincara la dose Roberto Firenze su Bandiera Rossa criticando la scelta di Lavoro Società: "…il prezzo pagato è il ritorno a una dimensione da "terza componente emendataria" di un sindacato collaborazionista con le politiche neoliberiste e che alla fine di quel congresso non ha affatto "cambiato rotta"" .
E' corretto affermare che il documento conclusivo di Rimini abbia semplicemente riaffermato la linea concertativa? Sarebbe un po' strano, dato che non vi è alcun richiamo alla concertazione, al 23 luglio o alla politica dei redditi. Ma, ancora più significativamente, sono presenti formule che fanno a cazzotti con l'impianto che ci ha ammorbato per quasi 10 anni. Ad esempio: "La Cgil ritiene essenziale una politica rivendicativa per l'aumento del potere d'acquisto delle retribuzioni, dei salari e delle pensioni dei lavoratori e delle lavoratrici". Si potrebbe sempre sostenere che tra il dire ed il fare c'è di mezzo il mare, eppure nonostante la loro intrinseca aleatorietà, anche le parole quando cambiano sono il sintomo di un processo di mutazione della realtà.
Sul piano della politica contrattuale, la contraddizione non va tanto rintracciata tra le pieghe delle conclusioni del congresso di Rimini, quanto nella gestione delle vertenze contrattuali dell'ultima fase. Quando va bene, e non è il caso del contratto dei chimici, i rinnovi contrattuali si avvicinano a quanto previsto dall'accordo del 23 luglio, ma a parte il tentativo parzialissimo dei metalmeccanici, è proprio la costruzione delle piattaforme che impedisce di uscire dalla gabbia della concertazione. E' su questo terreno che va verificata fino in fondo la volontà della Cgil di cambiare rotta ed ancora su questo terreno, e non tanto su quello politico-simbolico di un congresso nazionale, che si dovrà misurare la capacità della sinistra della Cgil di rappresentare un riferimento concreto di cambiamento per i lavoratori e le lavoratrici.
Molti hanno sottolineato che Cofferati si è ritrovato a gestire una linea di conflitto come risultante dell'intransigenza delle controparti e non come autonoma maturazione di una svolta. Questo in parte è vero, ma non spiega tutto. Cosa ha impedito questa volta al gruppo dirigente della Cgil di ricercare come altre volte un compromesso inseguendo Cisl e Uil? La consapevolezza di andare incontro all'annientamento di tutto il sistema sindacale? Forse. Ma probabilmente ha avuto effetto anche la difficoltà a proseguire su una linea di continuo arretramento, per quanto temperato e contrattato. Ad esempio la dinamica del confronto sul peggioramento della legge sul tempo determinato non metteva frontalmente in discussione il ruolo del sindacato, ciò nonostante è prevalsa nella Cgil, anche come risultato di uno scontro politico tra le strutture, la consapevolezza che un'ulteriore liberalizzazione della precarietà non era sindacalmente gestibile.
In questa storia recente della Cgil vi è anche la determinazione del suo segretario generale, la cui linea di rifiuto ha spesso creato il panico tra un personale sindacale che si è formato per lunghi anni sul compromesso a tutti i costi e sull'unità pregiudiziale con Cisl e Uil. Non sappiamo se le scelte di Sergio Cofferati siano il frutto di una maturazione sindacale o se vi sia, come pensa qualcuno, un qualche disegno politico, ma è legittimo chiedersi se senza Cofferati il gruppo dirigente della Cgil avrebbe avuto (e avrà) la capacità di proseguire con coerenza nello scontro con il governo, come è stato ad esempio per la decisione di mantenere la manifestazione del 23 marzo dopo l'omicidio di Marco Biagi.
Qualcuno, semplificando, pensa che la Cgil metta in campo 3 milioni di persone ed uno sciopero generale per ritornare alla vecchia e tranquilla concertazione. Anzi nell'arcipelago del sindacalismo extra confederale c'è chi spera che finisca proprio così. Può essere che nella Cgil vi sia chi coltiva questa illusione, ma ad oggi, per come si sono messe le cose questa è una strada un po' difficile, non solo perché nessuno dei contendenti potrebbe arretrare senza essere pesantemente sconfitto ma anche perché quando si riattiva la lotta e la partecipazione dal basso diventa più difficile far poi rientrare la testa delle persone nello schema "dell'autolimitazione responsabile". Il riferimento alla concertazione, presente al passato nella relazione del congresso di Rimini, è scomparso dai testi sindacali ed riapparso nella manifestazione del 23 marzo al Circo Massimo, ma solo nel saluto di Veltroni.
Fausto Berinotti, nella relazione dell'ultimo congresso del Prc ha sottolineato che il pericolo che abbiamo davanti sia soprattutto quello di un epilogo simile al quello del 1984: dopo la prima fase di lotta e contrapposizione, il rischio di un successivo adeguamento alla sconfitta. Uno scenario di questo tipo non è escludibile, e anche se nell'1984 sui punti di contingenza la Cgil non arrivò allo sciopero generale, è però del tutto evidente il pericolo, tanto più se la Cgil rimanesse su una posizione difensiva, senza cioè avviare un processo di revisione critica della linea di moderazione che ha praticato in questi anni. Allora occorre aprire nella Cgil e nel movimento sindacale questa discussione: dopo lo sciopero generale del 16 aprile che cosa facciamo? Come proseguiamo? Sono in molti a pensare di promuovere referendum abrogativi dei provvedimenti del governo e che permettano l'estensione dell'articolo 18. Va bene, ma sul piano della lotta sindacale? Possiamo naturalmente mettere in campo un secondo sciopero generale, ma su quali obiettivi? Su quale piattaforma?
Anche nella Cgil, dopo la Banca d'Italia, si è riconosciuto che in questi anni vi è stata una perdita del potere d'acquisto dei salari. Oltre alla mancata restituzione del fiscal drag, il governo Berlusconi con la delega fiscale si appresta a rubare tra il milione e il mezzo milione di lire per i redditi fino a 40 milioni. Ebbene perché nei rinnovi contrattuali nazionali ed aziendali non si impostano le piattaforme per un recupero salariale consistente, che tenga conto del potere d'acquisto sottratto? E i temi su cui rilanciare la contrattazione potrebbero essere innumerevoli.
Bisognerebbe uscire dalla contrapposizione nominalistica tra generale e generalizzato sul giorno dello sciopero, per aprire nei prossimi mesi una vertenzialità generalizzata che attraversi l'insieme degli ambiti sociali.
La chiave per interpretare positivamente il presente è che un nuovo movimento operaio può sorgere solo dalla fusione tra il vecchio movimento sindacale e il nuovo movimento di critica alla globalizzazione liberista: l'uno ha la forza della storia e della potenza sociale, l'altro ha la forza della speranza nel cambiamento e della superiorità dell'etica sull'economia. Oggi, nonostante le mobilitazioni di milioni, il movimento dei lavoratori è ancora debole sul piano soggettivo, prevale tra le persone la ricerca di qualcuno che li difenda piuttosto che una volontà diventare protagonisti del proprio destino, proprio quello che invece è successo nei giovani no-global. Possiamo progettare una nuova Cgil solo se lavoreremo come Lavoro Società per portare il vento del movimento nelle stanze di pietra dell'organizzazione sindacale.
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