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Esce finalmente anche in Italia, dunque, il volume che Michael Hardt e Toni
Negri hanno intitolato all'Impero (Rizzoli, pp. 456, 20 euro). Pubblicato
negli Stati uniti nel 2000, il libro ha avuto un successo che va probabilmente
oltre le più rosee aspettative degli autori, è stato tradotto in un gran numero
di lingue e ha suscitato dibattiti nei più sperduti angoli del pianeta. Solo in
Italia si attendeva: il nome dell'autore nostrano, infatti, suonava imbarazzante
alle orecchie fini degli editori e degli intellettuali di casa nostra. La
damnatio memoriae che ancora grava sui movimenti sovversivi degli anni
`60 e `70 aveva finito per riguardare Negri più direttamente di altri che di
quei movimenti erano pur stati protagonisti: anche al di là del suo
coinvolgimento in quello scandalo giudiziario che va sotto il nome di processo 7
aprile, urtava evidentemente, del professore padovano, l'ostinazione con cui,
sia pure seguendo percorsi non sempre rettilinei, rivendicava la continuità con
la sostanza di cose sperate da una generazione che aveva osato tentare l'assalto
al cielo. E infastidiva in particolare il fatto che lo facesse non da una
posizione di marginale vaniloquio ma, esule in Francia a partire dall''83, da
una cattedra dell'Università di Paris VIII, dialogando con i protagonisti più
prestigiosi e rispettati dei dibattiti intellettuali contemporanei e potendo
sempre contare su una significativa audience internazionale. Quando il
successo di Impero fu infine consacrato da una recensione del New York
Times, fu Vittorio Zucconi, su "Repubblica", a prodursi in una stizzita
replica, al limite dell'anti-americanismo. Della serie: gli americani sono in
fondo ragazzoni ingenui e un po' stupidotti, facili da incantare. E comunque
nessun allarme, aggiungeva il buon Vittorio: negli Stati uniti tutto diventa
fenomeno mediatico, siamo di fronte all'ennesima dimostrazione della capacità
dell'industria culturale americana di digerire anche le critiche più radicali,
trasformandole in lubrificante per i propri ingranaggi. Una volta "sdoganato"
oltre Atlantico, in ogni caso, Negri tornava a essere "presentabile" anche in
Italia. E così abbiamo infine tra le mani, preceduta dalla pubblicazione di un
"dialogo" tra lo stesso Negri, Roberto Esposito e Salvatore Veca sull'ultimo
numero di "Micromega", l'edizione italiana del libro di cui tanto si è parlato
in questi mesi, nell'impeccabile traduzione di Alessandro Pandolfi.
E'
bene dirlo subito: Impero non è, contrariamente a quanto si legge sulla
copertina del libro, "la Bibbia del nuovo movimento". Per quanto prefiguri il
costituirsi di un'alternativa globale all'impero e anticipi per qualche aspetto
gli immaginari e le sensibilità del "movimento dei movimenti", il testo si
muove, su questo così come su altri terreni, su un piano di voluta astrazione,
senza significativi riferimenti ai segnali che già alla fine degli anni `90 si
potevano intravedere del sorgere di quel movimento che poi, tra Seattle e
Genova, si sarebbe installato al centro della scena politica. Anche il fatto
che, soprattutto in Italia, il lessico di Impero sia entrato a far parte
delle retoriche di movimento - si pensi alla fortuna che ha avuto negli ultimi
tempi il termine "moltitudine" - nulla dice sulla effettiva penetrazione delle
tesi teoriche che vi vengono sostenute all'interno del dibattito politico. Si
può anzi supporre che la riduzione a slogan di alcune delle più suggestive
formule elaborate da Hardt e da Negri costituisca il primo ostacolo che deve
essere superato se si vuole che il volume, come merita, venga effettivamente
discusso, positivamente criticato, "smontato" e utilizzato nella battaglia
politica.
Il tempo della scrittura del libro è segnato da due guerre,
quella del Golfo e quella del Kosovo, in cui gli autori individuano snodi
decisivi della transizione - in atto - verso la costituzione dell'Impero.
E' un primo punto che vale la pena di sottolineare: anche se non sempre sfugge a
una tentazione modellistica, Impero non descrive una tendenza pienamente
e pacificamente realizzata, ma parla piuttosto di una transizione, complessa,
contraddittoria e soprattutto dall'esito non scontato. Di questa transizione,
che è tutt'uno con il dispiegarsi dei processi di "globalizzazione", il libro
traccia con efficacia e in modo affascinante la genealogia. Per dirla in estrema
sintesi: nulla si capisce della globalizzazione contemporanea, a giudizio di
Hardt e Negri, se se ne legge soltanto la storia di superficie, se la si riduce
a un processo disincarnato di mondializzazione del capitale e non se ne
focalizza invece quella che possiamo chiamare la storia segreta . Sono
l'internazionalismo comunista e le rivolte anticoloniali, ovvero la progressiva
conquista di una dimensione globale da parte delle lotte proletarie e dei
movimenti anti-imperialisti nel corso del XX secolo, gli elementi che spingono
in direzione dell'unificazione del pianeta, prefigurando la base materiale sulla
quale, a partire dai primi anni `70, il capitale è costretto a ristrutturarsi su
scala appunto globale. All'impero, tuttavia, e non alla globalizzazione è
intitolato il libro di Hardt e Negri. C'è qui un'esplicita polemica contro ogni
apologia neo-liberale del "nuovo ordine mondiale", contro l'ipotesi cioè "che
l'attuale ordine sorga in qualche modo spontaneamente, come un armonico
concerto diretto dalla mano invisibile e neutrale del mercato mondiale". E'
piuttosto su una nuova costituzione e su una nuova figura della sovranità -
sulle categorie del politico nel tempo della globalizzazione - che si
appunta l'analisi dei due autori. Ancora una volta in estrema sintesi: da una
parte lo spazio globale viene ridisegnato in termini unitari, da processi che
rendono mobili e instabili i confini tra le diverse aree, "distribuendo le
ineguaglianze e le barriere lungo una rete di linee multiple e frammentate" non
riducibili alle consuete divisioni fra primo, secondo e terzo mondo, o tra Nord
e Sud; dall'altra il paesaggio sociale degli stessi paesi "metropolitani" viene
ridisegnato da una nuova forma di potere e di controllo, che si insinua
all'interno dei più riposti gangli della soggettività, scomponendola e
frantumandola in forme multiple e tuttavia sempre funzionali alla subordinazione
dei corpi e delle menti agli imperativi della valorizzazione del capitale.
Categorie fondamentali della moderna teorica politica - prime fra tutte quelle
di popolo e di società civile - appaiono fuori gioco nel nuovo
scenario: il popolo perché le stesse nuove tecniche del controllo sembrano
assumere come proprio referente, assai più che una grandezza omogenea quale
quella appunto rappresentata dal popolo, una moltitudine di singolarità
cooperanti, che si tratta di amministrare, segmentare e organizzare esaltandone
l'eterogeneità; la società civile perché lo spazio di mediazione a cui fa
riferimento questa categoria appare totalmente riassunto e riarticolato dalle
logiche del dominio.
Considerata sotto l'angolo visuale offerto dalla
dimensione globale, la costituzione dell'Impero pare agli autori proporre una
singolare riedizione di quel modello di costituzione mista che Polibio aveva
forgiato per descrivere la res publica romana. C'è un vertice
"monarchico", rappresentato in primo luogo dagli Stati uniti, che "esercitano
l'egemonia sull'uso globale della forza", e poi dal ristretto gruppo di
"Stati-nazione che controllano i principali strumenti monetari globali tramite i
quali regolano gli scambi internazionali", che si innesta su un piano
"aristocratico", composto dalle corporation capitalistiche e dal complesso degli
Stati nazionali, "a partire dal quale il comando viene distribuito in modo più
estensivo e articolato su tutta la superficie mondiale". Al di sotto di questo
piano "aristocratico" una serie di organismi - ancora una volta gli stati
nazionali, a cui si sono venuti affiancando in modo sempre più rilevante
soggetti nuovi, come le "organizzazioni non governative" - si incarica di
rappresentare il momento "democratico" della costituzione globale, filtrando
l'espressione degli "interessi popolari". Si tratta di un modello che,
presentato in termini dinamici e non statici, appare ben lungi dall'escludere
che su ciascuno dei livelli individuati si aprano contraddizioni e conflitti
anche laceranti. Così come non si può dire che l'analisi presentata in
Impero sottovaluti, in sede teorica, il persistente ruolo degli stati
nazionali. La tesi di fondo del libro, semmai, è a questo riguardo tutta
politica: e tende a escludere che lo stato nazionale possa costituire
l'orizzonte della "resistenza" alla globalizzazione. Anzi, ed è questo il punto
su cui è auspicabile che si apra la discussione all'interno della sinistra e del
movimento, Hardt e Negri dubitano che di "resistenza" si debba parlare: il
problema è piuttosto, nella loro prospettiva, quello di assumere la dimensione
globale come unica dimensione su cui misurare l'incisività dei processi politici
di soggettivazione di una moltitudine produttiva che coopera, e viene dominata,
su scala appunto globale. Questo non significa puntare direttamente a una nuova
civitas maxima, tema su cui gli autori appaiono giustamente assai
prudenti: significa, più semplicemente, riportare la dimensione della
"cittadinanza imperiale" all'interno di qualsiasi progetto politico di
trasformazione dell'esistente, comunque sia quest'ultimo definito in termini
spaziali.
C'è poi un'ulteriore questione che occorre sottolineare:
ancorché ne occupino, come si è visto, il vertice, e per quanto la loro storia e
la loro costituzione li predispongano a giocare una funzione "imperiale", gli
Stati uniti non sono l'Impero. Quest'ultimo, nell'analisi di Hardt e
Negri, non si identifica con alcun luogo specifico, coincidendo piuttosto con la
tendenziale realizzazione della concreta utopia capitalistica del mercato
mondiale. Sotto questo profilo, inoltre, l'Impero si distingue in modo assai
preciso dall'imperialismo, costituendo anzi il superamento del suo limite
intrinseco, di quel presupposto dell'esistenza di spazi "esterni" al dominio del
capitale che si trattava appunto di annettere attraverso specifiche politiche
espansioniste. La sovranità imperiale tende così a configurarsi pienamente come
"sovranità capitalistica": e tuttavia quella contraddizione fra le logiche della
sovranità e le logiche del capitale, indagata nel libro sia in prospettiva
storica sia in prospettiva teorica proprio per rendere conto della loro
necessaria co-implicazione, non appare superata, ma piuttosto riprodotta a tutti
i livelli del sistema. Impero è un libro complesso, difficile in molti
suoi passaggi. Si può ben dire che esso rappresenta la sintesi matura di
quarant'anni di studi di Toni Negri, passati al vaglio dei più recenti dibattiti
statunitensi e della sensibilità teorica di Michael Hardt, che in questi
dibattiti è maturata. E' un libro che incrocia felicemente diverse prospettive
disciplinari, dalla scienza giuridica alla storia della filosofia, dall'economia
politica alla sociologia del lavoro: è naturale che susciti perplessità nella
stessa misura in cui risulta affascinante. In questa sede si è soltanto tentato
di rendere conto di alcune delle tesi fondamentali presentate nel libro. Ad
altre - e in particolare alla figura della moltitudine come soggetto produttivo,
come nome comune di un "lavoro vivo" che si è fatto ibrido e meticcio,
sottoposto al comando "biopolitico" del capitale, segmentato e abitato dalla
"paura", e tuttavia unico soggetto possibile della liberazione - si può soltanto
conclusivamente accennare. L'auspicio, lo si ripete, è che anche su queste
pagine su Impero si apra una ampia e articolata discussione.
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