STORICO GOAL 'NIKE' Il sindacato si è rivolto allora al tribunale portando le prove di come nella ricca Australia un capo di abbigliamento alla moda esca spesso dalle case di lavoratori impegnati 7 giorni alla settimana per 12-18 ore al giorno in cambio di un terzo del salario minimo legale. Mentre Adidas e molte altre imprese sono giunte a una conciliazione e hanno sottoscritto il codice, Nike si è sempre rifiutata di farlo.
data: 26 luglio 2002
autore:
fonte: mani tese

Forse non tutti sanno che i mondiali di calcio nippo-coreani del mese scorso sono stati turbati in casa Nike dalla notizia di una sentenza pronunciata dalla Corte Suprema della California che ha portato alla ribalta un caso legale apparentemente destinato all'oblio. Tutto questo è avvenuto qualche settimana prima della partita inaugurale, quando a scendere in campo non sono stati solo i giocatori, ma anche i due maggiori colossi dell'abbigliamento sportivo, Adidas e Nike, per la supremazia commerciale di un mercato valutato intorno ai 30 miliardi di dollari.

Ecco in sintesi il retroscena di una vicenda che rappresenta una indiscutibile vittoria della società civile. Nel 1998 l'organizzazione Global Exchange, a nome dei consumatori californiani, aveva intentato causa a Nike per pubblicità ingannevole e false informazioni sulla base di una legge della California che tutela i cittadini da pratiche commerciali scorrette. Nike era accusata di mentire in interviste e comunicati stampa sulle reali condizioni di lavoro nei suoi stabilimenti in Vietnam, Cina e Indonesia, dopo che numerosi rapporti avevano documentato violazioni rispetto ai salari, agli orari di lavoro, alla sicurezza e dignità della persona, e ai diritti sindacali. La multinazionale statunitense si era difesa sostenendo che le dichiarazioni pubbliche di un'azienda sono protette dal diritto costituzionale alla libertà di espressione.

Il giudice di primo grado le aveva dato ragione nel 1999, ma la Corte suprema della California, a cui i consumatori si sono rivolti, ha stabilito il 2 maggio scorso che Nike non può appellarsi a questo diritto se le sue dichiarazioni pubbliche hanno finalità commerciali e tale è stata giudicata la campagna di informazione organizzata dalla società per difendersi dalle accuse. Nella sentenza, che rappresenta un precedente importante e sulla quale i giudici supremi si sono divisi, si legge che a un'impresa non è fatto divieto di esprimersi liberamente su questioni di rilevanza pubblica o di difendere con forza le proprie pratiche commerciali, ma quando lo fa con lo scopo di promuovere le sue vendite deve parlare in modo veritiero. Viene così dichiarata ammissibile la causa intentata alla potente multinazionale che, se le accuse verranno provate, dovrà restituire tutti i profitti ottenuti in violazione delle leggi sulle corrette pratiche commerciali e pagare una campagna pubblicitaria per spiegare come vengono davvero realizzate le sue produzioni.

Nike ha annunciato ricorso alla Corte suprema degli Stati Uniti. Non è la prima volta che Nike deve rispondere in un'aula di tribunale. Un mese prima dell'inizio dei giochi olimpici di Sydney, Nike era stata condannata dalla corte federale di Melbourne a una forte pena pecuniaria per aver violato la legge che tutela i lavoratori a domicilio. In Australia nel solo settore della produzione di abbigliamento e calzature i lavoratori a domicilio sono oltre 300 mila. Li assiste la Fair Wear Campaign, la campagna abiti puliti australiana, nata per iniziativa di organismi di base, gruppi confessionali e del piccolo sindacato del tessile-abbigliamento e calzature (Tcfua). Nel 1997 il Tcfua aveva sottoscritto con le organizzazioni imprenditoriali un codice di condotta per il lavoro a domicilio che impegnava produttori e distributori alla trasparenza e al rispetto delle leggi del lavoro e dava mandato al sindacato per il suo monitoraggio. Le iniziative promosse dalla Fair Wear Campaign per convincere le aziende ad adottarlo avevano incontrato forti resistenze, in modo particolare da parte di grandi multinazionali come Nike e Adidas che negavo l'esistenza di lavoro a domicilio nella loro catena produttiva.

Il sindacato si è rivolto allora al tribunale portando le prove di come nella ricca Australia un capo di abbigliamento alla moda esca spesso dalle case di lavoratori impegnati 7 giorni alla settimana per 12-18 ore al giorno in cambio di un terzo del salario minimo legale. Mentre Adidas e molte altre imprese sono giunte a una conciliazione e hanno sottoscritto il codice, Nike si è sempre rifiutata di farlo. Di qui la denuncia che ha portato alla sentenza della corte federale di Melbourne. Per approfondire il tema della dignità del lavoro nell'industria mondiale dell'abbigliamento e per partecipare a campagne di pressione pubblica, è possibile iscriversi alla mailing list "azioni urgenti" della Campagna Abiti Puliti, inviando un messaggio a: glt-lentesuimprese@retelilliput.org.© (MANI TESE)