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1. I termini della questione
L'accesso ad una sufficiente quantità di cibo per una vita sana ed attiva, pur considerato un diritto inalienabile ed un obbiettivo prioritario in tutte le società organizzate, non è ancora, alla fine di questo secolo, garantito a quasi un quinto della popolazione mondiale.
La questione della fame e della malnutrizione, che è stata tanta parte della storia della specie umana dalle sue origini ad oggi, è stata posta in termini globali e con riferimento all'intera popolazione umana solo nella seconda metà del '900. Nei secoli precedenti la questione era stata affrontata prevalentemente con una ottica eurocentrica e limitatamente a fatti drammatici di carestie, cioè di fame a livello di massa. La Conferenza delle Nazioni Unite del 1943 a Hot Spring in Virginia, USA, pone per la prima volta la questione di un nuovo assetto agro-alimentare mondiale ed una nuova agenzia ( la Food and Agriculture Organisation (FAO) ) viene fondata nel 1945 con l'esplicito obbiettivo di migliorare il livello nutritivo e le condizioni di vita degli addetti in agricoltura e, più in generale, di "liberare l'umanità dal flagello della fame".
Il problema viene inizialmente posto come una questione di scarsità assoluta, cioè di quantità di cibo insufficienti, indipendentemente dalla sua distribuzione. E' del primo direttore generale della FAO , Lord Boyd-Orr, il grido di allarme del 1950 " una vita di malnutrizione e fame è il destino di due terzi dell'umanità": una stima, rivelatasi poi assai scorretta, ottenuta mediante un confronto fra proiezioni troppo approssimative di consumi e di disponibilità globale di alimenti. I consumi erano stati ottenuti moltiplicando il consumo calorico di un maschio adulto ed attivo del mondo industrializzato per la popolazione totale calcolata sulla proiezione di tassi storici di aumento della stessa. La disponibilità alimentare era stata stimata sulla base di valutazioni di produzione dei principali cereali ma sottovalutando grossolanamente la produzione di molti prodotti agricoli importanti nell'alimentazione di autosussistenza.
Nonostante che una correzione nella metodologia di calcolo e di analisi abbia portato a stemperare l'urgenza dell'allarme, l'impostazione concettuale che più ha condizionato la percezione e l'analisi del problema alimentare è l'opinione che la fame dipenda da una insufficiente disponibilità complessiva di alimenti. Che le carestie siano il prodotto di una crisi di produzione alimentare sembra cosi ovvio che ci sono voluti anni per metterlo in dubbio. E' ancora il presupposto in base al quale la FAO monitorizza la disponibilità di cibo a livello nazionale ed attiva gli aiuti internazionali.
E' sulla base della tesi della scarsità assoluta che sono state identificati ed applicati i vari tentativi di soluzione: Intensificare la produzione e la produttività e controllare l'aumento della popolazione.
Ma la persistenza di fenomeni gravi di fame e malnutrizione ha posto immediatamente la questione della scarsità relativa, cioè cibo insufficiente per alcuni gruppi sociali e non per altri. Infatti una torta più grande e relativamente meno commensali non significa che chi ha più bisogno di cibo lo ottenga. Occorre affrontare la scottante e prioritaria questione della distribuzione del potere di accesso alle risorse alimentari, che a sua volta dipende dalla struttura della società. In società dove il potere è inegualmente distribuito, i gruppi sociali dominanti, siano essi gli apparati burocratici delle economia pianificate, i signori feudali, i padroni coloniali, i dittatori militari o le moderne aggregazioni produttive e finanziarie, sono più o meno sempre riusciti a escludere la maggioranza della gente dal controllo sulle risorse da cui dipende la loro sopravvivenza. Anche nei casi drammatici della fame di massa, associare la carestia, e alti livelli di mortalità, alla scarsità di cibo si è rivelato poco accurato ed etnocentrico ( Barbara Harris White, 1996).
Pochi campi del sapere sono tanto disseminati di inesattezze, errori e opinioni infondate ma profondamente radicate come quelle che si riferiscono al problema della fame. Esistono diversi esempi dove ciò che sembrava corretto in un determinato momento si è rivelato poi completamente o parzialmente falso. Ma, come recentemente ha ben messo in evidenza Robert Chambers (1977), gli addetti ai lavori sono piuttosto lenti nell'ammettere i propri errori. Per esempio per molti anni si è affermato che le morti durante crisi da carestia dipendessero da assunzione insufficiente di cibo. Tale opinione pur confutata ( A. de Waal, 1989) è ancora diffusa. Si è infatti dimostrato con studi accurati di campo che normalmente sono le malattie, per lo più portate da acqua inquinata, la causa vera di morte delle persone, la cui salute è resa più vulnerabile da un'insufficiente e cattiva alimentazione.
Analogamente si è rivelata riduttiva e controproducente l'opinione che in periodi di crisi grave di approvvigionamenti le misure da prendere fossero quello della distribuzione di cibo agli affamati. La pratica di molte organizzazioni di cooperazione e solidarietà e studi analitici di campo ( Susanna Davies, 1996) hanno dimostrato che ciò che conta di più per evitare la tragedia in situazioni di carestia è l'appoggio a ristabilire condizioni di vivibilità dopo una situazione di emergenza ( inondazioni, siccità o conflitto armato). Occorre, cioè, appoggiare le situazioni che permettano di ritornare a qualche forma di normalità e di ridurre la vulnerabilità anziché puntare sulla distribuzione di viveri.
2. La tesi della scarsità assoluta e l'elaborazione di Lester Brown
Un esponente molto noto dell'approccio della scarsità assoluta è lo studioso /pubblicista ambientalista americano Lester Brown che da anni presenta un'analisi che possiamo definire neo-malthusiana perché metodologicamente molto simile all'analisi fatta da Malthus sui problemi della popolazione europea ( T: Malthus 1798 ). Fondatore ed animatore del Worldwatch Institute con base a Washington, Lester Brown compila e pubblica annualmente dal 1985 un rapporto lo State of the World ove vengono presentate analisi dettagliate sulla situazione ambientale ed i fenomeni di degrado delle risorse naturali, con particolare attenzione alle questioni alimentari.
In una proiezione presentata nel rapporto del 1991, a fronte di un aumento previsto di quasi un miliardo di persone ed un deterioro delle risorse di base si giunge alla conclusione che al sopraggiungere del 2000 le terre a cereali per persona si sarebbero ridotte di oltre un sesto, che le terra irrigata per persona si sarebbe ridotta di oltre un decimo e che sia le terre a pascolo che quelle a bosco a disposizione di ciascuna persona si sarebbero ridotte di oltre un quinto. In situazione di ridotta riserva di tecnologie agricole inutilizzate a cui potrebbero attingere gli agricoltori, l'allarmismo di Lester Brown potrebbe sembrare giustificato.
A partire dal 1994 Lester Brown ha introdotto nel dibattito mondiale un altro aspetto allarmante. Egli ha predetto che la Cina, a seguito dell'aumento dei consumi alimentari della sua popolazione, indotti sia dall'aumento dei redditi sia dalla crescita della base demografica, porrà al mercato internazionale dei cereali una domanda tale da superare i livelli attuali di esportazione di tutti i produttori ( nel 2030 la Cina potrebbe richiedere di importare quantità che andrebbero da 200 milioni tonnellate a oltre 400 milioni di tonnellate). Lester Brown sottolinea come la crescita dell'economia mondiale abbia più che oltrepassato le capacità dell'ecosistema terra di offrire risorse e di sopportarne i rifiuti creandosi cosi gravi problemi di rifornimento alimentare. Infatti quasi tutte le forme di degrado ambientale, l'erosione dei suoli, l'abbassamento delle falde acquifere, il degrado dei pascoli, l'inquinamento atmosferico, ed i cambiamenti del clima, danneggiano l'agricoltura. Questa situazione, combinata con il fatto che non ci sono nuove innovazioni tecnologiche per aumentare la produttività della terra, spiega il rallentato tasso di aumento di produzione dei cereali nel mondo. Lester Brown è convinto che in assenza di una innovazione tecnologica che possa creare un salto di produttività simile a quelli che seguirono la scoperta dei fertilizzanti chimici o le tecniche della produzione di ibridi di mais, il mercato mondiale dei cereali registrerà prezzi crescenti. Pertanto prevede instabilità e rivolte sociali nella maggiore parte delle città del terzo mondo a scala tale da mettere a repentaglio non solo i governi nazionali ma lo stesso processo di crescita economica mondiale.
Le inquietanti previsioni di Lester Brown sono state peraltro messe in discussione da altri autori che sulla base di una rassegna critica delle varie previsioni, hanno concluso sulla non affidabilità delle previsioni stesse (Q.Paris-P. Paris, 1996) .
3. La "rivoluzione verde"
Nonostante che il dibattito abbia mostrato i limiti delle tecniche di previsione e quindi la plausibilità e la precisione delle previsioni stesse, i Governi nazionali e le Organizzazioni internazionali hanno dato la priorità a soluzioni basate su politiche di tipo produttivistico. Si è cercato di incentivare l'aumento della produzione alimentare con una strategia e procedure simili a quelle applicate sin dall'inizio del '900 nei Paesi occidentali ed in particolare negli USA: messa a coltura di nuove terre ma, soprattutto, aumento della produttività con l'introduzione di innovazioni nelle tecniche colturali.
In linea di massima l'aumento di produttività è stato ottenuto mediante una introduzione massiccia di prodotti industriali ad alto contenuto energetico (energia di origine fossile) nei processi biologici dell'agricoltura a parziale sostituzione di energia umana ed animale. Si è trattato di aumentare le rese dei cereali mediante un pacchetto di tecnologie basate sul petrolio ( fertilizzanti chimici, antiparassitari, trattori, macchine operatrici e strutture per l'irrigazione) che hanno permesso di sfruttare al massimo le nuove varietà di sementi ottenute per selezione ed incroci genetici. Una strategia che è divenuta famosa nell'opinione pubblica mondiale come la "rivoluzione verde". L'introduzione di queste nuove tecniche è stato ovunque facilitato da sostanziosi sussidi ai produttori: sovvenzioni sui prezzi di acquisto dei mezzi di produzione, grandi investimenti infrastrutturali a spese dello Stato, in particolare per l'irrigazione, e sostegno ai prezzi dei prodotti.
La strategia per aumentare la produzione si è basata su un numero limitatissimo di colture ( frumento, riso e mais ) di cui due sono state storicamente la base dell'alimentazione dei Paesi del Nord industrializzato. Va anche ricordato che la produttività nelle produzioni animali si è fondata su un uso intensivo dei cereali.
I successi produttivi non sono mancati. Pure con fluttuazioni legate alle vicende climatiche, la produzione globale dei cereali è aumentata ad un tasso superiore all'aumento della popolazione. Anche in alcune specifiche realtà regionali come l'India l'introduzione delle nuove tecniche nella coltivazione dei due principali cereali ( riso e frumento) ha portato ad una situazione di teorica autosufficienza alimentare anzi alla comparsa, questa non teorica, di eccedenze produttive invendibili nel 1984 e 1985.
Ma il problema della fame e della cronica malnutrizione non è stato risolto come è stato messo in luce dal recente Vertice Mondiale sull'Alimentazione("World Food Summit") tenutosi a Roma nel novembre 1996. Nel suo discorso inaugurale Boutros Boutros-Ghali, allora segretario generale delle Nazioni Unite, ricordò all'Assemblea che " ...ancora oggi una persona su cinque soffre di fame...... 800 milioni di persone soffrono di malnutrizione cronica, ....200 milioni di bambini sotto i 5 anni soffrono di malnutrizione e deficienze alimentari...". E avrebbe potuto aggiungere che circa 400 milioni di donne in età fertile ( circa il 45% del totale, ha un peso inferiore a 45 chili, che è un indicatore di massima di sottonutrizione e di rischi connessi alla gravidanza.
Ma il problema appare ancor più grave se si analizzano i dati disaggregati a livello di macroregioni geografiche. Ci sono stati miglioramenti in Asia, in particolare in Cina, dove l'incidenza della fame si è dimezzata ma sostanziali peggioramenti nell'Africa sub-Sahariana e in America centrale e meridionale.
4. Chi sono gli affamati?
Ma chi sono i denutriti e gli affamati? Per tragica ironia la maggiore parte di coloro che soffrono la fame /malnutrizione fanno parte della popolazione rurale e cioè quelle persone e famiglie che vivono dove viene prodotto il cibo. La fame raggiunge principalmente coloro che non possono produrre né hanno sufficiente reddito per acquistare i viveri anche se nel loro Paese o regione ce ne sono a sufficienza: sono contadini poveri che non hanno il controllo sulla propria terra o le risorse finanziarie (credito) per accedere alle nuove tecnologie, ex-contadini che per debiti hanno perso la propria terra, braccianti senza terra e senza più possibilità di lavoro, sostituito con macchine, sono ex-contadini che si sono trasferiti nelle periferie delle grandi metropoli ma sono disoccupati, rifugiati da conflitti armati o da disastri naturali. Le donne ed i bambini sono quelli maggiormente a rischio perché nella struttura familiare vengono considerati non prioritari nella distribuzione di cibo scarso.
Una situazione questa non molto dissimile da quella descritta nelle testimonianze raccolte da Nuto Revelli ( N. Revelli, 1977) fra la popolazione rurale della Provincia di Cuneo: "Quando sono nato c'era una gran miseria. Si viveva a castagne, patate e polenta, uno era più disperato dell'altro. I bambini morivano d'inedia, non passava settimana che non si sentisse a suonare la campana a morte"......."c'era chi doveva vendere un pezzetto della sua terra per pagare le imposte. Eh, era dura la vita di allora. Avere la terra era come avere la vita, chi non aveva un po' di terra non mangiava".......Pagina 179 Vol. II )
Anche alla fine di questo secolo a chi fa ricerca sul campo è dato raccogliere testimonianze simili in troppe aree rurali del mondo.
5. La sicurezza alimentare non è una questione tecnologica
5.1. Una interpretazione alternativa: la questione della "titolarità" sul cibo e dell'accesso alle risorse produttive
A fronte dell'apparente incongruenza fra accresciuta produzione e permanenza di fenomeni macroscopici di fame, si è fatta avanti una critica sostanziale all'analisi del problema e di conseguenza alle sue soluzioni.
Innanzitutto è stata smentita l'opinione che le carestie e la morte per fame siano legate ad una insufficiente disponibilità complessiva di alimenti. E' stato Amartya Sen l'autore che più ha contribuito su questa materia . In una serie di lavori pubblicati a partire dal 1976, risultato di un'analisi dettagliata della carestia del Bengala del 1943-44 A. Sen ha potuto efficacemente dimostrare che la carestia e la morte per fame erano state più il prodotto della povertà e della diseguale capacità di controllo sulle risorse alimentari che non della carenza di alimenti.
Nella stessa direzione vanno anche i molti contributi del gruppo di ricercatori dell'Institute for Food and Development Policy a partire dal libro di Frances Moore Lappé & Joseph Collins Food First, Beyond theMith of Scarsity (1977). Importantissimo è stato anche il lavoro portato avanti dall' UNSRID ( United Nations Research Institute for Social Development con il progetto di ricerca Food System and Society( Spitz,P, 1985). Dal punto di vista metodologico le carestie vanno considerate come crisi del "sistema alimentare" - il complesso delle relazioni fra fattori tecnici ( suolo, clima, acqua ecc.) ed i fattori socioeconomici - : lo studio della crisi rende possibile analizzarne gli attori sociali e le interrelazioni strategiche fra tutte le componenti. Un contributo su questa linea di pensiero è presentato da Pierre Spitz in suo articolo ( P. Spitz, 1978) su carestie ed ineguaglianza. Analoga impostazione si trova nel Famine, mieux comprendre, mieux aider. Rapport a la Commission Independante sur les Questions Humanitaires Internationales (Pan Books Ltd., Londra, 1985)
In particolare si è chiarito il nesso fra fame e povertà. Infatti il problema della povertà e della fame sono strettamente collegati, anche se di certo non sinonimi.
In parte è una questione di definizioni. Il numero delle persone che sono in condizione di sottonutrizione o fame viene definito in base alla quantità di risorse finanziarie necessarie nei vari paesi per procurarsi sufficiente cibo per una dieta adeguata. A sua volta la povertà viene definita come quella condizione in cui una persona non ha un reddito sufficiente per comprarsi cibo sufficiente per mantenersi in salute e svolgere una vita produttiva.
In parte il nesso fra povertà e fame è causale: la malnutrizione diminuisce la capacità lavorativa delle persone e la loro motivazione e di conseguenza il loro reddito. Ne consegue che una necessaria condizione per eliminare la fame è il superamento delle cause di povertà. C'è una necessaria sinergia fra l'aumento di reddito e il miglioramento della alimentazione.
Ma limitarsi a considerare solamente il livello di reddito per definire la povertà è troppo riduttivo. Sulla scia di A. Sen, è più utile definire la povertà - e la fame - come la condizione in cui le persone mancano di "entitlements", "titoli" per procurarsi un quantità minima di beni. Esistono "titoli" di diverso tipo: quelli relativi all'autoproduzione, quelli legati allo scambio ( beni in cambio di altri beni o del lavoro) e "titoli" legati a fenomeni di redistribuzione ( statale o donazioni da privati).
Questi "titoli" sono dipendenti da una molteplicità di fattori economici, sociali, politici e culturali. Il superamento della condizione di povertà e della fame va ben oltre alle questioni di crescita della produzione o dell'aumento del reddito globale, anzi può anche essere ottenuto in loro assenza.
Alcuni autori vanno oltre e sottolineano come la condizione di povertà non è solo mancanza di accesso ai beni ed al reddito ma è caratterizzata da inferiorità sociale, isolamento, vulnerabilità, umiliazioni e sensazione di impotenza. Quindi per chi è in tale condizione, le azioni tendenti a migliorare solo uno di questi aspetti - il reddito - sono inefficaci ed anzi possono peggiorare la situazione in quanto il miglioramento del reddito potrebbe associarsi al peggioramento di altri aspetti ( la vulnerabilità, l'instabilità' etc.).
Ma tornando alla questione della produzione alimentare ed alle strategie per un suo aumento globale, l'approfondimento dell'analisi ha portato a rendere espliciti alcuni aspetti che mostrano non solo la loro inefficacia per il superamento della fame ma addirittura un ruolo di concausa per un aggravamento della stessa.
5.2. I limiti tecnici e socioeconomici della strategia adottata
Gli agrosistemi, cioè gli ecosistemi adattati dall'uomo per la produzione agricola, sono sistemi molto semplificati e pertanto instabili ( G. Celli, 1990). Le modifiche apportate sia alla selezione naturale delle piante sia ai sistemi di flusso energetico, hanno aumentato il rischio e la vulnerabilità. L'agrosistema, in quanto prodotto congiunto della natura e della cultura, non dipende più solo dalle leggi dell'ecologia ma dalla storia. I processi biologici nel terreno e nell'interazione fra piante coltivate e terreno vengono modificati dall'introduzione di mezzi tecnici esterni, mettendo le premesse per una incompatibilità paradossale fra la pratica agricola e la conservazione ambientale. La meccanizzazione, una delle prime espressione del cambio tecnologico in agricoltura, ha indotto ad una ulteriore semplificazione dei processi produttivi, la monocoltura su vasta estensione. Il trattore e le macchine operatrici hanno bisogno di spazi molto ampi dando vita ad un agrosistema vulnerabilissimo agli attacchi di parassiti. La variabilità genetica delle cultivar ( varietà coltivate) viene ridotta sostanzialmente, diminuendo le possibilità di sopravvivenza di qualsiasi popolazione. Il rischio che una malattia od un parassita si diffonda su tutta la popolazione è altissimo , portando praticamente alla scomparsa della stessa. E' la spiegazione della carestia irlandese del 1843: la peronospora si diffuse su tutte le coltivazioni di patate azzerando nell'arco di due anni tutta la produzione: si suppone che questa situazione fosse stata determinata dal fatto che tutte le patate irlandesi derivassero da una sola varietà di patate importata dai Caraibi; la loro uniformità genetica aveva reso tutte le piante vulnerabili. Milioni di contadini persero la capacità di nutrirsi, un milione e mezzo morì ed il resto dovette emigrare. Alla meccanizzazione sono associati i fertilizzanti ed i pesticidi ( insetticidi e fungicidi e erbicidi) . Tutti questi prodotti sono in vari modi incompatibili con un buon funzionamento dell'ecosistema. In particolare i pesticidi sono molecole organiche di sintesi che letteralmente tendono ad intossicare tutta la biosfera incluso l'uomo che diventa vittima dei suoi stessi sistemi. Ma il limite più grave dal punto di vista tecnico è quello del bilancio energetico che è spaventosamente negativo. L'agroecosistema moderno delle agricolture industrializzate ha bisogno, per produrre, di un grosso investimento energetico: per produrre 1 chilocaloria di cibo occorrono 10 chilocalorie. La stragrande maggioranza di questa energia è di origine fossile, che per sua definizione non è una risorsa riproducibile.
Sul piano socioeconomico questa strategia di aumento della produzione ha comportato una rottura, molto spesso fortemente sponsorizzata dalle classi dirigenti, delle strutture agricole tradizionali con effetti talvolta devastanti sulla composizione sociale della popolazione rurale. E' stata l'occasione per una massiccia penetrazione del mercato e di rapporti di scambio capitalistico in aree dove produzione-distribuzione dei prodotti alimentari si basava maggiormente su economie di sussistenza e su legami sociali. Nei paesi del Nord del mondo ed in certi Paesi del Sud una rottura degli equilibri sociali e la penetrazione di rapporti capitalistici nelle campagne è stata anche voluta per favorire lo spostamento di forza lavoro dalle campagne verso i settori dell'industria e dei servizi.
Si sono evidenziati quasi da subito anche altri problemi :
a. un'accresciuta dipendenza dall'estero per la produzione di beni alimentari (importazione di fertilizzanti, macchine ed altri prodotti chimici e soprattutto delle nuove sementi per lo più prodotte da un ristretto numero di multinazionali);
b. una trasformazione delle abitudini alimentari delle popolazioni, in particolare di quelle urbane verso diete che presuppongono la produzione e/o l'importazione di cereali e di proteine animali;
c. effetti perversi sulla distribuzione del reddito e maggiori squilibri sociali nelle zone rurali.
Quasi ovunque accanto ad una crescita produttiva si trova un impoverimento di grandi masse rurali. Molto spesso l'esproprio, via indebitamento, della terra, modifica sostanzialmente la capacità di controllo sulle risorse alimentari: ove questo controllo era esercitato direttamente mediante l'applicazione del proprio lavoro, esso diventa subordinato al mercato sia delle merci che del proprio lavoro. La vulnerabilità delle classi subalterne diventa cosi maggiore dato che esse non possono per lo più contrattare il loro salario né tanto meno il prezzo di mercato dei prodotti. Una situazione che sarà tanto più grave quanto maggiore è la situazione iniziale di iniqua distribuzione dei capitali e delle risorse, come è il caso delle grandi concentrazione di proprietà terriera tipica dell'America Latina.
E occorre ancora conteggiare fra le vittime della spinta produttivistica i milioni di contadini espulsi dalle proprie terre di fondo valle per fare posto, il più delle volte senza adeguata compensazione, agli invasi d'acqua per irrigazione di terre non di loro proprietà.
Ma forse i limiti più gravi della strategia produttivistica stanno nella dipendenza dei produttori agricoli da strutture economiche esterne al settore stesso e, per i Paesi non industrializzati, da imprese che operano a livello mondiale. La vulnerabilità dei produttori più poveri si è manifestata in modo drammatico al momento dell'esplosione del fenomeno dell'indebitamento estero. In molti Paesi dove la strategia produttivistica era stata adottata con le tecniche della "rivoluzione verde" i piccoli contadini che producevano alimenti per le proprie famiglie e/o per il mercato interno, si sono trovati nell'impossibilità di produrre: la restrizione del credito, l'abbattimento dei sussidi alla produzione, il continuo aumento del costo dei prodotti importati a causa di massicce svalutazioni sono state le misure adottate dietro i suggerimenti/imposizioni degli organismi monetari internazionali ( Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale). Occorre infine fare notare come la vulnerabilità dei singoli produttori e di interi Paesi è particolarmente accentuata se si tiene conto che la produzione e commercio dei mezzi tecnici moderni (macchine, fertilizzanti etc.) sono nelle mani di un ristretto numero di imprese transnazionali le cui decisioni vengono determinate dagli interessi dei propri azionisti e da considerazioni geopolitiche più che dai bisogni dei contadini poveri.
La vulnerabilità di un sistema alimentare basato sul "petrolio" si è drammaticamente rivelata a Cuba quando nel 1990 sono state tragicamente ridotte le forniture di "greggio" da parte dell'Unione Sovietica rendendo impossibile sia la produzione che il trasporto-distribuzione dei prodotti alimentari, allo stesso tempo che si riducevano le capacità di importazione di prodotti alimentari. Infatti sia la produzione che i prezzi all'esportazione dello zucchero si sono sostanzialmente contratti.
5.3. La concentrazione del commercio internazionale.
Sebbene i mercati agricoli mondiali siano nati alla fine del diciannovesimo secolo con la riduzione dei costi di trasporto e la messa in opera dei cavi di trasmissione transoceanica, il grande sviluppo degli scambi commerciali è avvenuto nella seconda metà di questo secolo. Si sono affermate due tendenze fondamentali:
a. i flussi che fino agli anni '60 erano soprattutto da Sud a Nord si sono invertiti da Nord verso Sud. Anche se il grosso del commercio di prodotti alimentari si svolge fra Paesi del Nord le esportazioni agricole che si sviluppano più velocemente sono in direzione dei paesi del Sud a reddito intermedio in particolare i paesi petroliferi e più recentemente i paesi dell'ex-blocco sovietico.
b. una progressiva concentrazione del commercio in poche grandi società configurando i mercati alimentari internazionali in veri e propri oligopoli: una società privata di import/export controlla il 60% del commercio mondiale dei cereali. Quasi tutti prodotti alimentari primari sono commercializzati da sei società insieme al 90% delle esportazioni americane di frumento, mais e sorgo. Due società americane , Cargill e Continental Grain, effettuano all'incirca la metà degli scambi mondiali di cereali. Queste società sono integrate verticalmente: sono cioè strutturate in modo da gestire al proprio interno tutta una serie di attività che oltre al commercio si estendono al trasporto, lavorazione e molto spesso arrivano alla stessa produzione agricola. Questa ultima viene sempre più svolta con contratti di coltivazione, estesi a singoli produttori od a proprietari di piantagioni. In questo modo più di un terzo del commercio mondiale di prodotti alimentari si svolge all'interno delle stesse società multinazionali.
Le grandi società transnazionali hanno inoltre la caratteristica di essere diversificate nei loro portafogli produttivi essendosi per lo più sviluppate per crescita esterna, fusione , assorbimento di altri gruppi... Cosi ritroviamo nel settore alimentare società come la Philip Morris e la R.J. Reynolds, giganti del tabacco, che hanno acquistato nel 1985 la General Foods e la Nabisco Brands rispettivamente.
Infine va detto che le grandi transnazionali hanno una sfera di azione a livello planetario dove operano con grande flessibilità e capacità di condizionamento sui governi nazionali. Nelle economie di mercato del paesi del Sud del mondo le multinazionali alimentari controllano in media il 25% della produzione nazionale e quasi il 12% dell'occupazione. Si creano situazioni in cui gli Stati nazionali non hanno alcuna capacità di opporsi allo strapotere di queste società che sono finanziarie, commerciali e industriali.
La concentrazione del commercio internazionale di prodotti alimentari nelle mani di un numero limitato di grandi aggregati finanziari aumenta la vulnerabilità dei consumatori a più basso reddito. Ai grandi gruppi finanziari interessa l'instabilità dei mercati perché nelle fluttuazioni dei prezzi si trovano le convenienze speculative.
6. Le tendenze di fine secolo e prospettive alternative
6.1. Le tendenze in atto sul piano macroeconomico e macropolitico
Innanzitutto va detto che il sistema della produzione alimentare diventa sempre più legato alle tendenze macroeconomiche generali. Le isole di agricoltura di sussistenza si restringono e tendono a scomparire. L'interdipendenza fra settori produttivi si è accentuata e le evoluzioni nel campo rurale sono determinate dalle tendenze economiche in atto nella mondializzazione dell'economia.
Per quanto attiene all'evoluzione degli ordinamenti colturali va detto che vi è una tendenza in atto alla sostituzione di prodotti cerealicoli per il consumo interno con colture orticole e frutticole per l'esportazione. Questa evoluzione, indotta dalle politiche di liberalizzazione e di aggiustamento strutturale e favorita da investimenti delle grandi multinazionali, è solo parzialmente una soluzione al problema del debito perché induce i Paesi a divenire importatori netti di cereali esponendoli come Paese ed in particolare esponendo i percettori di redditi più bassi alle oscillazioni dei mercati mondiali. Sul cibo si possono organizzare enormi speculazioni finanziarie come si è dimostrato in particolari momenti della storia recente ( 1972-73) e come si teme avvenga in questo ultimo scorcio di secolo. Il mercato mondiale dei cereali ha la peculiarità di essere molto sensibile alle variazione delle scorte (Lester Brown, ). Alla riduzione delle scorte dei cereali corrisponde, quando si supera un determinato limite, uno rialzo sproporzionato dei prezzi. E' questo che può scatenare carestie di livello apocalittico.
In tal modo dalla dipendenza si sta progressivamente passando a fenomeni di progressiva emarginazione sia per quanto riguarda settori specifici di popolazione sia aree geografiche o paesi interi. La risposta da parte delle popolazioni rurali, è, come è stato per le classi subalterne europee a cavallo del 1900, quello dell'emigrazione in massa in genere verso aree urbane sia del proprio Paese che dei paesi più ricchi.
Per quanto riguarda l'evoluzione futura della produzione alimentare aspettative positive sono alimentate dai successi ottenuti nel campo delle modificazioni transgeniche ( modifica della struttura dei cromosomi ). Pure non potendo prevedere l'impatto di lungo periodo di tali innovazioni sul piano della produzione e della stessa salute dei futuri consumatori, una conseguenza certa sul piano economico è una ancora più alta concentrazione di potere nelle mani delle poche imprese transnazionali in grado di potere produrre e mettere sul mercato le nuove varietà transgeniche. La brevettabilità dei prodotti biologici cosi ottenuti è stata già autorizzata sia negli USA che nell'Unione Europea: E' questo senza dubbio un ulteriore esproprio di potere dalle mani delle popolazioni rurali e dai piccoli produttori che per secoli hanno contribuito a conservare e migliorare il patrimonio genetico che ora viene utilizzato per le modifiche genetiche.
Di fronte a tali prospettive, la tentazione può essere di totale pessimismo o di rivolgersi a soluzioni semplicistiche e miracolistiche ( la tecnica ci salverà..). La complessità dei problemi, la drammaticità delle situazioni e la pluralità delle realtà e dei soggetti possono disorientare.
Peraltro analisi più accurate di alcuni scienziati sociali ma la pratica di resistenza messa in atto da gruppi sociali danneggiati dalle strategie di tipo produttivistico hanno portato a definire strategie alternative di superamento della povertà e della fame.
6.2. Le analisi, strategie ed esperienze alternative.
Innanzitutto occorre rilevare che in termini di fame, povertà ed emarginazione le nuove analisi tendono a coincidere portando l'accento su questioni di controllo che le persone, le famiglie e le comunità hanno sulle risorse ed i meccanismi per avere accesso alle stesse. Anche le grandi Organizzazioni internazionali delle Nazioni Unite, in particolare la FAO e l'IFAD ed in qualche modo anche la stessa Banca Mondiale hanno modificato sostanzialmente la loro analisi.
Particolarmente significativa a questo proposito è stata la "Conference on Hunger and Poverty - A popular coalition for action" organizzata nel Novembre del 1995 a Bruxelles. Questa conferenza, che ha trovato uno strumento operativo nell'IFAD, era stata convocata da un "Advisory Committee" costituito da un significativo numero di delegati di Organizzazioni Non Governative, rappresentanti delle varie regioni del mondo, da tre Istituti di ricerca ( IFPRI, Washington-USA, SRISTI , India e CIRAD, Francia), dalla Commissione Europea, dalla Commissione per la Cooperazione e lo Sviluppo del Parlamento Europeo, dalla FAO-UN, dal Programma modiale per l'alimentazione (WFP), dall'IFAD, dall'Overseas Development Institute del Regno Unito e dalla Banca Mondiale.
In termini di analisi i partecipanti alla Conferenza hanno concluso che fra gli aspetti più salienti della questione della fame e della povertà vanno evidenziati: la distribuzione disuguale della ricchezza, il non accesso da parte dei poveri alle risorse produttive, la loro assenza nelle sedi dove si prendono le decisioni che determinano la loro vita, le politiche macroeconomiche che hanno un effetto negativo sulla condizione della popolazione povera.
La Conferenza ha inoltre preso atto del fatto che organizzazioni della società civile, in particolare le associazioni di base, hanno già messo positivamente in pratica strategie e molte procedure innovatrice nella lotta alle cause della fame e della povertà
I partecipanti alla Conferenza, riconoscendo un ruolo fondamentale alle popolazioni povere come soggetti del proprio sviluppo, hanno individuato cinque linee di azione a livello locale, nazionale ed internazionale:
a. Creazione di strumenti atti a facilitare il protagonismo delle popolazioni povere nel risolvere i propri problemi, in particolare nel garantirsi l'accesso alle risorse produttive ( terra, acqua e credito). In sostanza appoggiare di nuovo formule genuine di riforma agraria e redistribuzione di terre e risorse produttive.
b. La costruzione di una rete di conoscenza che si basi su scambi di conoscenze ed esperienze della società civile nel combattere la fame e la povertà
c. Lo sviluppo di strategie ed azioni per creare maggiore consapevolezza nell'opinione pubblica e creare volontà politica nel Nord e nel Sud per aprire maggiore spazio per le necessarie riforme e le attività delle organizzazioni della società civile.
d. Iniziare un programma globale per la prevenzione delle emergenze alimentari ed attivare almeno due progetti pilota per la prevenzione e la prontezza d'intervento in casi di emergenze alimentari ( guerre, inondazioni etc.)
e. Garantire una tempestiva messa in atto della convenzione per combattere la desertificazione.
Nonostante che queste siano state le raccomandazioni della Conferenza e che le analisi siano state recepite dal Word Food Summit organizzato dalla FAO nel Novembre 1996, una reale convergenza ed accordo non esiste ancora per quanto riguarda le azioni concrete per la soluzione del problema.
Sono compresenti proposte e pratiche di politica economica contraddittorie: si punta alla sicurezza alimentare via crescita della produzione e dell'esportazione mediante politiche di liberalizzazione del commercio. Allo stesso tempo si suggeriscono politiche che mirano a consolidare la capacità di autosostentamento delle comunità per ridurre la vulnerabilità degli individui e delle comunità stesse a emergenze dovute a fatti esterni (fluttuazioni dei prezzi, siccità, conflitti armati etc.).
Si è certamente passati da una situazione in cui tutta l'attenzione veniva posta in soluzioni di tipo tecnico-produttivistico ( innovazioni tecnologiche e infrastrutture) a soluzioni che pongono in primo piano le persone e loro aggregazione per ridurne la vulnerabilità, ma ancora non viene riconosciuta la necessità di cambiare le politiche d'aggiustamento strutturale che contrastano le politiche di sicurezza alimentare e facilitano i processi di concentrazione di potere a livello nazionale ed internazionale espropriando le popolazioni povere e gli stessi governi nazionali del necessario protagonismo.
La questione del potere e del controllo delle risorse è stato posto invece con forza dalla pratica di migliaia di Organizzazioni non governative (ONG) ed Organizzazioni popolari( OP) che si sono formate fra le popolazioni rurali di tutto il mondo. Una espressione significativa di questo insieme di iniziative è stato il FORUM ONG sulla sicurezza alimentare, con una rappresentanza di oltre 1200 organizzazioni, per l'elaborazione del documento presentato al World Food Summit, tenutosi di Roma nel Novembre 1996 (SEMI, numero 37/38 Luglio-Ottobre 1997 ).
Nel documento finale, il FORUM delle ONG ha sottolineato la necessità di lasciare ai singoli Paesi la libertà di decidere sul livello di protezionismo necessario per garantire la sicurezza alimentare ai propri cittadini, invece di una liberalizzazione completa dei propri mercati alimentari. Invece di favorire le grandi aziende industrializzate, Il FORUM ha rivendicato politiche atte a favorire la produzione in aziende a scala familiare, una produzione con tecniche di agricoltura organica un maggior decentramento delle risorse finanziarie per favorire al crescita di sistemi alimentari regionali e locali.
Ma in particolare va sottolineato che le stesse popolazioni danneggiate dalle politiche produttivistiche, dalle grandi opere infrastrutturali (dighe) e/o dalle politiche economiche di stampo liberista e monetarista hanno inventato e praticato formule di resistenza pacifica di massa ottenendo, a volte, risultati concreti e cambiamenti negli atteggiamenti dei Governi e delle grandi organizzazioni internazionali.
Si sono diffuse tecniche di sviluppo produttivo dell'agricoltura a più basso impatto sociale ed ambientale con un ritorno creativo alle forme di agricoltura tradizionale. I contadini poveri in tutto il mondo hanno rivalorizzato tecniche tradizionali di conservazione/miglioramento della produttività dei suoli; si sono impegnati al miglioramento delle risorse genetiche locali per abbattere la dipendenza dalle Imprese multinazionali. Sono sorte associazioni di mutualità per il credito/risparmio informale cosi come organizzazioni di valorizzazione dei propri prodotti per sfuggire ai ricatti dell'intermediazione bancaria e/o dei commercianti.
Significativi sono i movimenti sociali che hanno contrastato in India l'esproprio di popolazioni native delle risorse naturali da parte dello Stato e/o privati: le terre comunali a bosco, le acque dei fiumi dirottai per irrigazione e le zone costiere utilizzate per l'allevamento dei gamberetti: il movimento Chipko , nel Garwal, Uttar Pradesh India (Vandana Shiva, 1988 ) che ha impedito l'abbattimento di foreste demaniali; il movimento Narmada Bachao Andolan ha ottenuto di fare sospendere il completamento dell'invaso e la conseguente dislocazione di popolazioni native di una delle più grandi dighe del grande progetto di irrigazione "Narmada Valley Project" ed il ritiro della partecipazione della Banca Mondiale dal finanziamento delle opere.
L'organizzazione indiana Karnataka Rajya Ryota Sangha (KRRS) con 10 milioni di aderenti, fondata e diretta da M.D. Nanjundaswamy, si oppone alla penetrazione delle Multinazionali nell'agricoltura indiana, promuovendo un'agricoltura organica di tipo tradizionale, la conservazione delle sementi tradizionali ( sono circa 500 le varietà già raccolte in una banca sementi), lottando contro le riforme legislative che favorirebbero la concentrazione della proprietà terriera. L'organizzazione pratica azioni dirette ispirate alla nonviolenza: sono state prese di mira le più grandi multinazionali quali la McDonald's, la W.R. Grace, la Cargill Seeds e più recentemente la Kentucky Fried Chicken alle quali chiede di andarsene dall'India "Quit India" ( T.W. Resurgence, Issues n.39, 1/93 e n. 67, 1/96 )
Va infine ricordato il Movimento nazionale dei lavoratori rurali senza terra ( MST) del Brasile che partendo dall'organizzazione dei braccianti per rivendicare l'accesso alla terra ha assunto il carattere di un movimento di emancipazione sociale di massa con iniziative che oltre al miglioramento economico degli individui e delle famiglie punta alla formazione sociale e politica dei propri membri ed su processi dc cambiamento per una società più equa e democratica. L'azione del MST ha avuto successo non solo sul piano dell'insediamento delle famiglie (oltre centomila ) su terre ottenute con l'occupazione e sulle iniziative economiche per consolidarne la capacità di autosostentamento economico ma ha anche ha avuto riconoscimenti internazionali per quanto riguarda la sua efficacia sul fronte educativo ( Premio Educação e Participação dell'UNICEF nel Dicembre 1995).E' probabilmente sul piano dei movimenti popolari e delle iniziative di organizzazione dal basso che possono riporsi le speranze di soluzione del problema della fame e della malnutrizione per il prossimo secolo.
Nel corso degli ultimi due anni il dibattito si è molto arricchito grazie al contributo dei vari movimenti di contestazione della "globalizzazione " economica neo-liberistica. Nuovi movimenti popolari sono sorti nel Nord come nel Sud del mondo ed hanno trovato espressione nella contestazione di appuntamenti internazionali. La grande mobilitazione a Seattle (USA) contro l'agenda dell'Organizazzione Mondiale del Commercio (OMC) e quella più recente a Genova in occasione della riunione dei G8 contenevano i temi del diritto al cibo e della lotta alla fame nel mondo. Jose Bovè, della Confederation Paysanne, è divenuto famoso per la sua azione diretta contro un punto vendita della MacDonald, assurto come simbolo dello sfruttamento dei contadini del Nord e del Sud del mondo. La protesta contro le multinazionali del cibo vede schierati non solo i produttori ma anche i consumatori. In Italia alla rete Lilliput fanno parte gruppi di acquisto che si rivolgono alla piccola produzione contadina di tipo biologico e non.
In Italia si è costituito il Coordimento Nazionale Altragricoltura (www.altragricoltura.org ) con l'obbiettivo di avviare in Italia campagne unificanti su cui chiamare tutti i soggetti impegnati nella costruzione di un modello alternativo allo sviluppo neoliberista che vuole l'agricoltura come semplice reparto all'aperto della produzione industriale, con la produzione e il consumo del cibo funzionale all'accumulo dei profitti per il dominio delle concentrazioni agroindustriali.
A causa dell'attuale situazione di guerra ,il " Vertice mondiale della FAO sull'alimentazione, 5 anni dopo", è stato rinviato al giugno 2002 ed il Forum NGO sulla sovranità alimentare è stato sospeso per il mancato finanziamento da parte della FAO che, peraltro, non ha ancora ricevuto dal Governo Italiano le risorse per organizzare il vertice mondiale. Il Forum NGO sulla sovranità alimentare ha peraltro deciso di presentare una parte dei propri elaborati in un seminario organizzato presso la FAO nell'ambito delle iniziative per la Giornata Mondiale dell'Alimentazione del 16 Ottobre.
Altragricoltura porterà i temi della fame e della povertà all'interno della mobilitazione nazionale a Roma dei giorni 8-10 Novembre in occasione della nuova riunione dell'OMC con lo slogan "Fuori l'OMC da alimentazione ed agricoltura".
PER SAPERNE DI PIU.
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