Disubbidienti di tutto il mondo...

25/11/01

I blocchi stradali, gli scontri con le forze repressive (i morti, per adesso, sono solo dal lato dei contadini), la minaccia di far saltare ponti con la dinamite, che i minatori sanno usare fin troppo bene, la decisione di formare un esercito proprio per affrontare quello dello Stato, rientrano nella tradizione dei lavoratori boliviani che consiste nel costruire un potere duale di relazioni parallele a quelle del governo

Autore :Guillermo Almeyra

onte: La Jornada

traduzione di Martino Lo Bue
Torino Social Forum

 

L’ Argentina si avvia all’ inesorabile naufragio della politica del talebano Domingo Cavallo1 (che con il "rischio paese" a più di 3000 rende gli interessi da pagare ai creditori ed agli investitori superiori del 30% rispetto al normale, ovvero insostenibili). Il deficit zero è ormai una farsa, perché i numeri tornano solo usando dei veri e propri giochi di prestigio contabili. Lo è anche la parità monetaria dal momento che le provincie emettono senza alcun controllo buoni (i Lecop), che sono strumenti monetari paralleli al peso, il quale si svaluta così di fatto, mentre il governo vede dissolversi come neve al sole la sua base impositiva.

Dal canto loro le riserve evaporano di giorno in giorno. E’ ormai solo una questione di tempo perché si giunga al blocco dei pagamenti ed ad una possibile svalutazione del peso preceduta o no dalla fine della parità col dollaro, o seguita in cambio da una effettiva dollarizzazione.

Il clima sociale si arroventa, si succedono manifestazioni e mobilitazioni. Un’ espressione di questa temperatura e il movimento dei piqueteros, che in tutto il paese bloccano le strade di accesso alle città, esigendo un posto di lavoro. Questo movimento utilizza tutti i metodi di lotta classici del movimento operaio argentino essendone, in questo senso, una continuazione seppure con una enorme differenza: in questo caso la resistenza non ha come base i contingenti industriali, molto ridotti e colpiti, ne tantomeno le fabbriche, bensì i disoccupati, la popolazione povera o in via di pauperizzazione accelerata; il movimento inoltre non si da come obiettivo quello di colpire la produzione ponendo così in discussione il diritto di proprietà dell’impresario, bensì di politicizzare la resistenza tagliando le comunicazioni, le quali, nell’epoca del just in time e della globalizzazione, sono più importanti che mai.

Questa resistenza attiva procede mano nella mano con forme importanti di resistenza passiva o di organizzazione collettiva della lotta per la sopravvivenza, come i roperos2 (vere e proprie fabbriche autorganizzate adibite al riciclaggio massiccio di vestiti usati donati, alla loro distribuzione a chi ne ha bisogno o alla loro vendita a prezzo ridotto per raccogliere fondi collettivi); i gruppi di baratto, che mobilitano più di mezzo milione di persone le quali, al di fuori del mercato, scambiano beni e servizi di ogni tipo; ed ancora le coltivazioni urbane collettive di frutta e verdura per il sostentamento.

La solidarietà e la autorganizzazione comunitarie, sia per la lotta che per la sopravvivenza quotidiana resistono alle politiche dell’alleanza tra oligarchia e capitale finanziario internazionale. Il passato resiste nel presente utilizzando un capitale solidale e collettivo accumulato e condensato per decenni da una classe operaia frammentata, profondamente modificata, alle cui pur stanche gambe nessuno potrà mai togliere la strada già percorsa.

Il caso Argentino non è l’unico. Con un altro ritmo e con altre caratteristiche, anche in altri paesi della regione stanno cadendo in pezzi le basi delle politiche neoliberali le quali diventano sempre più difficili da applicare. Queste stesse politiche hanno buttato fuori i minatori boliviani dalle miniere dell’Altipiano mandandoli verso l’ Oriente del paese, costringendoli a tornare ad essere contadini, almeno dal punto di vista produttivo, ma senza riuscire a cancellare la loro tradizione organizzativa e politica operaia. Trasformati in produttori di coca, questi cocaleros devono ora affrontare il tentativo di spingerli ancora una volta verso altre terre distruggendo la loro produzione che combina la coca con coltivazioni di altro genere e con l’allevamento su piccola scala.

I blocchi stradali, gli scontri con le forze repressive (i morti, per adesso, sono solo dal lato dei contadini), la minaccia di far saltare ponti con la dinamite, che i minatori sanno usare fin troppo bene, la decisione di formare un esercito proprio per affrontare quello dello Stato, rientrano nella tradizione dei lavoratori boliviani che consiste nel costruire un potere duale di relazioni parallele a quelle del governo. Ancora una volta la storia si ripete nel presente della lotta. Così i cocaleros , che utilizzano i metodi e le politiche operai ed antistatali che per anni resero popolari i minatori, incontrano un eco nel movimento di Cochabamba3 che ha impedito la privatizzazione delle compagnie di distribuzione dell’acqua, o nella risoluzione degli Aymara4 dell’Altipiano che hanno obbligato il governo ad accettare formalmente le loro rivendicazioni bloccando gli accessi alla capitale, La Paz.

Queste vicende, come anche l’esperienza del bilancio partecipativo praticata nello stato brasiliano del Rio Grande do Sul, come pratica di democrazia, di scuola di politicizzaizone ed amministrazione, di costruzione di soggettività e di visione collettiva e recupero della solidarietà e dello spazio pubblico, mostrano come non solo le basi della politica neoliberista stiano cadendo a pezzi, ma anche che, spinte dalla recessione, dalle necessità di base e dalla crisi di coloro che dominano il mondo, stanno sorgendo le basi sociali e culturali per una possibile e necessaria alternativa.

1Superministro dell’ economia, già assessore economico durante la dittatura e principale creatore della politica economica durante l’ era Menem. NdT.

2 In spagnolo ropa significa vestito NdT.

3 Città situata a sud-est di La Paz NdT.

4 Più della metà della popolazione boliviana parla una delle due più importanti lingue indie della regione, il quechua e l’ aymara NdT.