Carissimi Leonardo Domenici, Claudio Martini,
Mercedes Bresso, Walter Veltroni, Rosa Jervolino... Paolo
Costa (chiudo l'elenco con il sindaco di cui gestisco alcune
deleghe ecopacifiste), insomma tutti i presidenti, i
governatori, gli amministratori locali con cui abbiamo («noi»,
dei forum e dei cantieri sociali, dei tavoli per la pace e dei
comitati contro la guerra) partecipato in questi ultimi anni
agli incontri di Porto Alegre, Genova, Assisi, Johannesburg e
in ogni altro luogo dove si è manifestata una volontà di
apertura alle istanze sociali e di innovazione dei metodi di
governo, e con cui ci incontreremo di nuovo a Firenze domani e
domenica in una anteprima del Forum europeo dedicata al
governo locale, vi rivolgo una supplica. La supplica è la
forma con cui conviene rivolgersi, oltre che ai sovrani, ai
prìncipi, ai podestà, ai dogi. E questo è il primo problema.
La svolta maggioritaria e presidenzialista ha fatto molto bene
ai governi dispotici, ma ha aperto un grande problema «alla
base» delle comunità politiche e a chi qui trova l'unica sua
forza e ragione di essere: le sinistre. Sicuramente ve ne
siete accorti in questi anni di sofferta «governatura». Ma
attenzione: la costruzione del consenso non è una tecnica
appaltabile a buone società di comunicazione. Né, mi pare,
abbia dato buone prove la formula della «concertazione». Anzi,
a me pare che essa si sia rivelata una trappola mortale, oltre
che una mistificazione concettuale, che ha consegnato agli
avversari di classe (parlo così per risparmiare spazio)
l'iniziativa in ogni campo. Non è vero che sfrattati e
immobiliaristi, disoccupati e imprenditori, consumatori e
ipermercati, pedoni e camionisti... possano sedere ad uno
stesso tavolo e disegnare in armonia un futuro condiviso.
Questo tipo di rappresentazione è irrealistico oltre che
grottesco. Non solo il pianeta, ma le nostre città, i luoghi
fisici del produrre e dell'abitare, sono attraversati da
conflitti di ogni specie, genere, generazione. Riconoscerne le
cause sarebbe un buon punto di partenza programmatico. Tutti
noi siamo in cerca di nuove vie per radicalizzare la
democrazia, recuperare credibilità ai sistemi di
rappresentanza. Le esperienze dei municipi brasiliani retti
dal Pt ci hanno aperto una speranza. In Francia cominciano ad
esserci reti di amministratori impegnati sulla riforma della
«governance». In Italia cominciano ad esserci assessori e
delegati al «bilancio partecipativo». Ma nemmeno Porto Alegre
- come ci ammonisce Giovanni Allegretti - può essere ridotto
ad un manuale pronto uso, da aggiungere alle «linee guida»
ministeriali per le «Agende 21», cui affidare la costruzione
dello «sviluppo sostenibile» e, nel frattempo, il successo
alle prossime elezioni. Temo, sono certo, che i cambiamenti
debbano investire contemporaneamente i contenuti del
governo locale, le politiche territoriali e sociali.
E
qui viene la perorazione. Cari Sindaci, cari Presidenti,
evitate di sbucciare la scorza e di buttare il contenuto del
«movimento dei movimenti». Perché, questo, non è solo i
proclami di Luca, le mani bianche di Mani Tese, la filmografia
su Genova. Comincia ad esserci un po' di pratica e un po' di
teoria. Insomma un po' di politica (sempre per semplificare)
con cui poter cambiare il mondo, cominciando dalle nostre
città.
Troppo spesso, anche senza volerlo, le nostre
amministrazioni sono sempre più coinvolte acriticamente nella
logica della competizione globale e del pensiero unico
neoliberista. Il più bravo di voi è considerato quello che
riesce ad attrarre più investitori stranieri, a mettere a
valore più porzioni di territorio, a portare in Borsa più
quote di capitale delle aziende di servizi. Sull'altro
versante della medaglia le economie locali più di successo
sono quelle che più riescono a lavorare per l'esportazione,
quelle che sfondano nei mercati più ricchi e quelle che
delocalizzano le produzioni nei mercati più poveri della forza
lavoro. Ci si dirà che questa è la globalizzazione, che le
leggi finanziarie «non lo consentono», che le «macchine»
amministrative sono quello che sono Ma chi sarà a Firenze
cercherà alleati «contro» tutto questo mostruoso mondo di
discriminazioni e di guerre, e a favore di una alternativa
globale a partire dal locale, dal comune, dal paese, dal
quartiere.
*Assessore all'ambiente e alla pace di
Venezia |