Cari sindaci, ascoltate il forum Cari Sindaci, cari Presidenti, evitate di sbucciare la scorza e di buttare il contenuto del «movimento dei movimenti». Perché, questo, non è solo i proclami di Luca, le mani bianche di Mani Tese, la filmografia su Genova. Comincia ad esserci un po' di pratica e un po' di teoria. Insomma un po' di politica (sempre per semplificare) con cui poter cambiare il mondo, cominciando dalle nostre città.
data: 1 novembre 2002
autore: PAOLO CACCIARI*
fonte: il manifesto

Carissimi Leonardo Domenici, Claudio Martini, Mercedes Bresso, Walter Veltroni, Rosa Jervolino... Paolo Costa (chiudo l'elenco con il sindaco di cui gestisco alcune deleghe ecopacifiste), insomma tutti i presidenti, i governatori, gli amministratori locali con cui abbiamo («noi», dei forum e dei cantieri sociali, dei tavoli per la pace e dei comitati contro la guerra) partecipato in questi ultimi anni agli incontri di Porto Alegre, Genova, Assisi, Johannesburg e in ogni altro luogo dove si è manifestata una volontà di apertura alle istanze sociali e di innovazione dei metodi di governo, e con cui ci incontreremo di nuovo a Firenze domani e domenica in una anteprima del Forum europeo dedicata al governo locale, vi rivolgo una supplica. La supplica è la forma con cui conviene rivolgersi, oltre che ai sovrani, ai prìncipi, ai podestà, ai dogi. E questo è il primo problema. La svolta maggioritaria e presidenzialista ha fatto molto bene ai governi dispotici, ma ha aperto un grande problema «alla base» delle comunità politiche e a chi qui trova l'unica sua forza e ragione di essere: le sinistre. Sicuramente ve ne siete accorti in questi anni di sofferta «governatura». Ma attenzione: la costruzione del consenso non è una tecnica appaltabile a buone società di comunicazione. Né, mi pare, abbia dato buone prove la formula della «concertazione». Anzi, a me pare che essa si sia rivelata una trappola mortale, oltre che una mistificazione concettuale, che ha consegnato agli avversari di classe (parlo così per risparmiare spazio) l'iniziativa in ogni campo. Non è vero che sfrattati e immobiliaristi, disoccupati e imprenditori, consumatori e ipermercati, pedoni e camionisti... possano sedere ad uno stesso tavolo e disegnare in armonia un futuro condiviso. Questo tipo di rappresentazione è irrealistico oltre che grottesco. Non solo il pianeta, ma le nostre città, i luoghi fisici del produrre e dell'abitare, sono attraversati da conflitti di ogni specie, genere, generazione. Riconoscerne le cause sarebbe un buon punto di partenza programmatico. Tutti noi siamo in cerca di nuove vie per radicalizzare la democrazia, recuperare credibilità ai sistemi di rappresentanza. Le esperienze dei municipi brasiliani retti dal Pt ci hanno aperto una speranza. In Francia cominciano ad esserci reti di amministratori impegnati sulla riforma della «governance». In Italia cominciano ad esserci assessori e delegati al «bilancio partecipativo». Ma nemmeno Porto Alegre - come ci ammonisce Giovanni Allegretti - può essere ridotto ad un manuale pronto uso, da aggiungere alle «linee guida» ministeriali per le «Agende 21», cui affidare la costruzione dello «sviluppo sostenibile» e, nel frattempo, il successo alle prossime elezioni. Temo, sono certo, che i cambiamenti debbano investire contemporaneamente i contenuti del governo locale, le politiche territoriali e sociali.

E qui viene la perorazione. Cari Sindaci, cari Presidenti, evitate di sbucciare la scorza e di buttare il contenuto del «movimento dei movimenti». Perché, questo, non è solo i proclami di Luca, le mani bianche di Mani Tese, la filmografia su Genova. Comincia ad esserci un po' di pratica e un po' di teoria. Insomma un po' di politica (sempre per semplificare) con cui poter cambiare il mondo, cominciando dalle nostre città.

Troppo spesso, anche senza volerlo, le nostre amministrazioni sono sempre più coinvolte acriticamente nella logica della competizione globale e del pensiero unico neoliberista. Il più bravo di voi è considerato quello che riesce ad attrarre più investitori stranieri, a mettere a valore più porzioni di territorio, a portare in Borsa più quote di capitale delle aziende di servizi. Sull'altro versante della medaglia le economie locali più di successo sono quelle che più riescono a lavorare per l'esportazione, quelle che sfondano nei mercati più ricchi e quelle che delocalizzano le produzioni nei mercati più poveri della forza lavoro. Ci si dirà che questa è la globalizzazione, che le leggi finanziarie «non lo consentono», che le «macchine» amministrative sono quello che sono Ma chi sarà a Firenze cercherà alleati «contro» tutto questo mostruoso mondo di discriminazioni e di guerre, e a favore di una alternativa globale a partire dal locale, dal comune, dal paese, dal quartiere.

*Assessore all'ambiente e alla pace di Venezia