Il sociologo Bourdieu contro il liberismo

data: 20.2.99

Pubblichiamo parte della prefazione di Rossana Rossanda al saggio di Pierre Bourdieu in uscita nella collana "I libri di Reset", "Controfuochi - Argomenti per resistere all'invasione neoliberista" (pagine 118, lire 16.000).
testo ripreso dal sito dell'Università di Bari

autore: ROSSANA ROSSANDA

Fonte: Corriere della Sera

Questo Controfuochi è uno dei fatali libretti, e raccoglie i più accesi suoi interventi pubblici dal 1991 - uno solo - gli altri dal 1995 fino al marzo 1998. Dal 1991 al 1998 ha pubblicato molti lavori (con Loic J.D. Wacquant: Réponses. Pour une anthropologie reflexive, Seuil 1992; Les Règles de l'Art, Genèse et structure du champ littéraire, Seuil 1992; La Misère du monde (grande lavoro collettaneo), Seuil 1993; Libe-échange, con Hans Haacke, Seuil-Presses du Réel 1994; Raisons pratiques. Sur la théorie de l'action, Seuil 1995), è una produzione scientifica ininterrotta, che segue alla precedente ventina di volumi, fra i quali gli studi sull'Algeria, testimoni della lunga ricerca sul campo in Kabilia, il già citato Mestiere di sociologo (La distinction, Ce que parler veut dire). Questa dei libretti è un'attività parallela, non sostitutiva. Se ad aprire la raccolta è il saggio del 1991 è perché allora Bourdieu percepisce un nuovo soggetto che si rivolta, i modesti funzionari dell'apparato statale, maestri, professori, assistenti sociali, colpiti dal ritirarsi del sistema pubblico dai compiti che l'idea repubblicana gli aveva assegnato. Sono una componente cruciale della coscienza di sé della nazione, che mal si comprende nel nostro Paese, da sempre diffidente di ciò che è statale e ora scatenato contro tutto ciò che sarebbe proprietà e fare collettivo, inteso come luogo di corruzione o di dominio comunistico.

In Francia il settore pubblico ha una tradizione elevata, tale che tuttora si bolla di "pantouflard", pantofolaio, colui che se ne ritira per passare nel privato. Bourdieu avverte quindi l'attentato all'idea repubblicana che sta nel restituire i servizi pubblici al privato, cioè alla proprietà e al profitto. È la strategia del neoliberismo che più lo colpisce. La precarizzazione e la ferita di identità fanno di coloro che chiama "la mano sinistra dello Stato" - non si sentivano dipendenti, ma incaricati d'una funzione e si vedono sottratti compiti e mezzi di fronte a una sofferenza sociale crescente - il soggetto nel quale più si legge la perdita del valore simbolico del lavoro. Ne sono stravolti nel senso del fare e dell'essere. Non sono il proletariato che non ha da perdere che le sue catene. Questo primato dell'universo simbolico è inseguito da Bourdieu, nel recente Meditazioni pascaliane, in ogni lavoro.

Anche nel lavoro più astratto e ripetitivo c'è un'ambiguità, scrive, per quel che l'operaio ci mette dentro, per quel tanto che avverte di realizzazione di sé anche contro il proprio interesse, e viene in luce negli scioperi bianchi, le grèves du zèle, quando si limita strettamente a fare ciò che il mansionario prevede, ritirando dalla macchina o dal reparto l'informale della sua intelligenza e sapere, con esiti catastrofici per la produzione. Va da sé che Bourdieu vede nel postfordismo un accrescersi di questo margine. A condizione di discernere l'ambivalenza, di svelare l'operazione di integrazione che il padronato tenta. Mai come ora gli sembra che siamo sommersi da un'ondata che tende a cancellare la persona in nome d'una pretesa oggettività del mercato, dell'economico. Il quale sarebbe il bene in sé, il vero metro sul quale misurare e al quale commisurare la società. Questa è l'"invasione neoliberista" cui resistere, come suona il sottotitolo di questa raccolta.

L'assonanza con le tesi di "Le Monde diplomatique" sul pensiero unico è evidente, ma Bourdieu non è un uomo che appartenga a nessuno. Controfuochi indica le trincee. Il neoliberismo teorizza la fungibilità degli uomini e delle donne alla produzione competitiva e al mercato, accusando di conservazione quanto vi resiste. Bourdieu rifiuta il sillogismo: "conservatore" è termine che inerisce alla qualità dei rapporti sociali, è "conservazione" quel che è sempre stato, quanto riduce gli umani diritti e l'umana libertà, quanto nega la priorità e l'uguaglianza dell'uomo e della donna nel mondo. Conservatore è il capitale liberato dai vincoli - leggi, diritti, controlli - che gli erano imposti dalla collettività politica, quella che confligge nello Stato nazionale, che è sempre un braccio dei potenti ma mai soltanto questo. Gli Stati nazionali in Europa non erano riusciti a fare della persona soltanto un attrezzo usa e getta. Oggi lo si tenta distruggendo il terreno del politico, la dimensione del conflitto. Questa è "conservazione". Ambiguità nel lavoro, ambiguità dello Stato: è il sociologo che parla, che considera il monetarista assolutamente ignorante e però diffida dalle semplificazioni antistatali di sinistra.

Suo mestiere è leggere senza approssimazioni la scena sociale con un rigore che neppure le buone intenzioni permettono di eludere, figurarsi le cattive. Come quelle dei media e dei chierici in una questione decisiva come l'immigrazione. Bourdieu non perdona a Lionel Jospin di aver ripresentato quella legge Pasqua che aveva promesso di ritirare, dando ascolto "alla Francia meschina, regressiva, paurosa, protezionista, conservatrice, xenofoba", oscurando quella "aperta, progressista, internazionalista, universalista". Ma sarebbe un errore catalogarlo fra gli spiriti umanitari o i caritatevoli terzomondisti: lo studioso della distinzione non cade nella trappola del relativismo e del cujus regio ejus religio. Sa che la società è "enigmatica", difficile da decifrare. Ma nei confronti dei conflitti non sempre nobilissimi che dilaniano i Paesi di emigrazione si impone "un'analisi rigorosa delle situazioni e delle istituzioni", pena prendere misure e posizioni che diventano anche "assassine". .