Sul dominio maschileLa lotta femminista al centro della battaglia politicadata: 08/98 |
Il dominio maschile è talmente radicato nel nostro inconscio che non lo percepiamo più; è in sintonia con le nostre attese, tanto che ci è difficile rimetterlo in discussione. E' dunque più che mai indispensabile azzerare ciò che si dà per scontato, per esplorare le strutture simboliche dell'inconscio androcentrico che sopravvive negli uomini e nelle donne. Quali i meccanismi e le istituzioni che compiono l'opera di riproduzione dell'"eterno maschile"? E' possibile neutralizzarli per liberare le forze del cambiamento che essi riescono a ostacolare? |
autore: Pierre BourdieuFonte: Le Monde Diplomatique | |
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Non avrei certo affrontato un tema così difficile se non fossi stato indotto a farlo da tutta la logica della mia ricerca (1). Non ho mai smesso di sorprendermi di quello che si potrebbe chiamare il paradosso della doxa (2): il fatto che l'ordine del mondo così com'è, con i suoi sensi unici e i suoi sensi vietati (nel significato proprio come in quello figurato del termine), con i suoi obblighi e le sue sanzioni, venga grossomodo rispettato; che non vi siano più trasgressioni o sovversioni, delitti o "follie" (basti pensare a quale straordinaria concordanza di migliaia di disposizioni o di volontà presuppongono cinque minuti di traffico motorizzato su una piazza parigina come la Bastille o la Concorde). Più sorprendente ancora è il fatto che l'ordine stabilito, con i suoi rapporti di dominio, i suoi diritti e i suoi favoritismi, i suoi privilegi e le sue ingiustizie, si perpetui in definitiva tanto facilmente, a parte qualche incidente storico, e che le condizioni d'esistenza più intollerabili possano apparire tanto spesso accettabili e persino naturali.
Questo rapporto sociale straordinariamente ordinario offre quindi un'occasione privilegiata per cogliere la logica del dominio esercitato in nome di un principio simbolico, conosciuto e riconosciuto dal dominatore come dal dominato: una lingua (o una pronuncia), uno stile di vita (o un modo di pensare, di parlare, di agire) e, più generalmente, una proprietà distintiva, emblema o stigma ove la più simbolicamente efficiente è quella proprietà corporea perfettamente arbitraria e non predittiva che è il colore della pelle. Evidentemente, in questi ambiti si tratta innanzitutto di restituire alla doxa il suo carattere paradossale, e di smontare al tempo stesso i meccanismi responsabili della trasformazione della storia in natura, dell'arbitrario culturale in naturale. E a tal fine, essere in grado di assumere, nei confronti del nostro universo e della nostra visione del mondo, il punto di vista dell'antropologo, capace di restituire al principio di visione e di divisione (nomos) che fonda la differenza tra il maschile e il femminile, così come noi la (mis)conosciamo, il suo carattere arbitrario, contingente, e al tempo stesso la sua necessità socio-logica. Non è certo a caso che Virginia Woolf (3), per esplorare quello che magnificamente ha definito "il potere ipnotico del dominio", si arma di un'analogia etnografica per collegare geneticamente la segregazione delle donne ai rituali di una società arcaica: "Inevitabilmente, consideriamo la società come un luogo di cospirazione, ove il fratello che molte di noi hanno motivi per rispettare nella vita privata è fagocitato, e al suo posto ci si impone un maschio mostruoso, dalla voce tonante, dal pugno duro; un maschio che infantilmente traccia col gesso segni per terra, linee di demarcazione mistiche, tra le quali fissa gli esseri umani entro spazi, rigidi, separati, artificiali. Ed è in quei luoghi che ornato d'oro e di porpora, adorno di piume come un selvaggio, egli pratica i suoi riti mistici e gode dei sospetti piaceri del potere e del dominio, mentre noi, le "sue" donne, rinchiuse nella casa di famiglia, siamo escluse da tutte le numerose società che compongono la sua società (4). "Linee di demarcazione mistiche", "riti mistici": questo linguaggio, che è quello della trasfigurazione magica o conversione simbolica prodotta dalla consacrazione rituale, principio di una nuova nascita, incoraggia a orientare la ricerca in una direzione che consente di cogliere la dimensione propriamente simbolica del dominio maschile. Una strategia di trasformazione Occorrerà dunque chiedere a un'analisi materialista dell'economia dei beni simbolici i mezzi per sfuggire all'alternativa rovinosa tra il "materiale" e lo "spirituale", o l'"ideale" (oggi perpetuata dalla contrapposizione tra gli studi "materialisti", che spiegano l'asimmetria tra i sessi attraverso le condizioni di produzione, e quelli "simbolici", spesso di grande interesse ma parziali). Nel frattempo, solo un uso molto particolare dell'etnologia può consentire di realizzare il progetto suggerito da Virginia Woolf: quello di obiettivare scientificamente l'operazione propriamente mistica che ha dato luogo alla divisione tra i sessi quale la conosciamo; o in altri termini, di trattare l'analisi obiettiva di una società organizzata da parte a parte secondo il principio androcentrico (5) (la tradizione dei kabili) come un'archeologia obiettiva del nostro inconscio, strumento di una vera socioanalisi (6). Questa deviazione che passa per una tradizione esotica è indispensabile se si vuole spezzare il rapporto di ingannevole familiarità che ci unisce alla nostra propria tradizione. Le apparenze biologiche e gli effetti, assolutamente reali, prodotti nei corpi e nelle menti da un lungo lavoro collettivo di socializzazione del biologico e di biologizzazione del sociale si coniugano, per rovesciare il rapporto tra le cause e gli effetti e far apparire una costruzione sociale naturalizzata (i "generi" in quanto habitus sessuati) come il fondamento in natura della divisione arbitraria che è al principio della realtà come della rappresentazione della realtà, e che talora si impone alla stessa ricerca. Non è raro ad esempio che gli psicologi facciano propria la visione diffusa dei sessi come gruppi radicalmente separati, senza intersezioni, ignorando il grado di ricupero tra le distribuzioni delle performances maschili e femminili, così come le differenze (di grandezza) tra le diversità constatate nei vari ambiti (dall'anatomia sessuale fino all'intelligenza). Oppure cosa anche più grave si lasciano spesso guidare, nella costruzione e nella descrizione del loro oggetto, dai principi di visione e di divisione insiti nel linguaggio ordinario, sia quando di sforzano di misurare differenze evocate dal linguaggio stesso ad esempio, la maggiore "aggressività" degli uomini o "timidezza" delle donne che quando si servono di termini di uso corrente, gravidi di giudizi di valore, per descrivere queste differenze (7). Ma quest'uso pressoché analitico dell'etnografia che denaturalizza, storicizzandola, quella che appare come la più naturale delle cose nell'ordine sociale: la divisione tra i sessi, non rischia di porre in luce un certo numero di costanti e di invarianti che sono al principio stesso della sua efficacia socioanalitica e di perpetuare così, ratificandola, una rappresentazione conservatrice del rapporto tra i sessi: quella stessa che condensa il mito dell'"eterno femminino"? E' a questo punto che occorre affrontare un nuovo paradosso, atto a imporre una rivoluzione completa del modo di affrontare ciò che si è voluto studiare sotto la specie di "storia delle donne": gli invarianti che si osservano, al di là di tutti i cambiamenti visibili della condizione femminile, nei rapporti di dominio tra i sessi, non obbligano forse ad assumere come oggetto privilegiato quei meccanismi e quelle istituzioni storiche che nel corso della storia non hanno mai cessato di strappare alla storia stessa questi invarianti? Una rivoluzione della conoscenza, che non sarebbe esente da conseguenze pratiche, in particolare per quanto attiene alla concezione delle strategie destinate a trasformare lo stato attuale dei rapporti di forza materiali e simbolici tra i sessi. Se è vero che il principio del perpetuarsi di questo rapporto di dominio non
risiede veramente, o quanto meno non principalmente, in una delle sedi più
visibili del suo esercizio, vale a dire in seno a quell'unità domestica che ha
attratto tutta l'attenzione di un certo discorso femminista, bensì entro istanze
quali la scuola o lo stato, ove si elaborano e si impongono i principi del
dominio esercitato in seno all'universo più privato, si viene ad aprire un
immenso campo d'azione per le lotte femministe, chiamate a occupare un posto
originale e ben affermato all'interno delle lotte politiche contro tutte le
forme di dominio.
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