Susan   George
(Con Marco Revelli alla scuola per l'Alternativa, Torino 21 maggio 2003)

fonte: http://www.unimondo.org.
Studiosa di fama internazionale e autrice di numerosi libri tradotti in oltre dodici lingue, è nata negli Stati Uniti e dal 1970 vive in Francia. Ha studiato presso lo Smith College (Mass.), la Sorbona e la Scuola di Alti Studi di Scienze Sociali dell'Università di Parigi. Attualmente è Direttore associato del Transnational Institute di Amsterdam e Presidente dell'Osservatorio sulla Globalizzazione di Parigi. E' anche membro di direzione del Cercle Condorcet, di Les Amis du Monde Diplomatique e del Centre International Pierre Medes France; garante di Tools for Self Reliance e di Jubilee 2000; membro della North-South Round table della Società per lo Sviluppo Internazionale e attiva nel Forum Internazionale sulla Globalizzazione. Ha collaborato con numerose Agenzie delle Nazioni Unite e Federazioni Sindacali Internazionali, così come, in molti paesi, con diverse Organizzazioni Non Governative ambientaliste e di sviluppo.

fonte: www.diario.it di Fabio Gambaro
"Il sistema in cui viviamo è una macchina universale che distrugge l'ambiente e produce sconfitti". A dirlo è una elegante e combattiva americana di 67 anni, Susan George, che, nonostante i toni pacati e cortesi, non usa molti giri di parole per dire come la pensa. Soprattutto quando sostiene verità scomode per i potenti della terra. A metà degli anni Settanta, ad esempio, un suo libro intitolato Come muore l'altra metà del mondo fece scalpore perché diceva chiaro e tondo che "la fame non è un flagello, ma uno scandalo". Per l'autrice non c'erano dubbi: se metà del pianeta moriva di fame, la colpa era dei Paesi ricchi e delle loro "politiche economiche che condizionano la vita degli uomini, decidendo quanto e quando devono mangiare". Quel libro, nato come controrapporto dell'Istitute for Policy Studies in vista della prima conferenza della Fao sul problema della fame, contribuì a farla conoscere in tutto il mondo come specialista delle relazioni economiche nord-sud e come infaticabile fustigatrice delle politiche economiche dell'Occidente e del suo braccio armato, vale a dire l'accoppiata Banca mondiale-Fondo Monetario internazionale. "Non sono un'economista di formazione", spiega oggi Susan George a Parigi, dove l'abbiamo incontrata tra un viaggio e l'altro, "ma ciò non mi impedisce di affrontare i problemi dell'economia. L'importante è raccogliere tutte le informazioni disponibili su un dato problema e avere una prospettiva in cui elaborarle. Ciò che conta è porsi le domande giuste e chiedersi sempre a chi giova una data situazione, chi ne incassa i benefici, chi ne paga i costi, chi decide e chi ne subisce le conseguenze".

"In fondo, tutte le grandi discussioni economiche possono essere ricondotte a pochi interrogativi di fondo relativi al potere e al profitto. Con ciò non voglio dire che i problemi tecnici non esistano, ma solo che questi si declinano sempre politicamente. Ecco perché sui problemi economici occorre riflettere politicamente. Quando poi ho le risposte alle domande che mi pongo, cerco di utilizzare il mio talento di divulgatrice per far circolare analisi e punti di vista che di solito non sono quelli della maggioranza. Così facendo provo a far cambiare le cose". Per la studiosa, infatti, l'analisi economica non è mai disgiunta dalla battaglia politica e dall'impegno civile, motivo per cui dietro la pacata economista dal look severo si nasconde una pugnace militante.

Non stupisce, quindi, che in Francia - il Paese dove la giovane americana dell'Ohio giunse negli anni Cinquanta per studiare filosofia e nel quale poi è rimasta tutta la vita - Susan George sia una figura di spicco di quel variegato e multiforme movimento che combatte a spada tratta la globalizzazione selvaggia e la dittatura dei mercati. L'autrice di Come muore l'altra metà del mondo è infatti vicepresidente di Attac, l'"Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie per l'aiuto ai cittadini" che, da quattro anni a questa parte, al grido di "Il mondo non è una merce", è sempre stata in prima linea contro i signori del Wto, l'Organizzazione mondiale del commercio, partecipando con impegno alla preparazione di tutti i grandi appuntamenti internazionali, da Seattle a Porto Alegre, da Nizza a Göteborg. D'altra parte, per lei, la partecipazione alle attività di Attac rappresenta l'approdo naturale di una vita tutta costellata di battaglie politiche. Quando infatti molti dei giovani attivisti del popolo di Seattle non erano ancora nati, lei già manifestava contro la guerra del Vietnam e il colpo di Stato di Pinochet, passando poi alla solidarietà con il Nicaragua e le battaglie di Greenpeace, organizzazione nella quale è restata una decina d'anni, continuando a occuparsi di relazioni nord-sud, del debito dei Paesi poveri e dell'impatto ambientale del capitalismo. Di questo percorso in cui studi e militanza s'intrecciano di continuo testimoniano anche i suoi molti libri, gli ultimi dei quali sono Crediti senza frontiere. La religione della Banca Mondiale (Edizioni Gruppo Abele), scritto insieme a Fabrizio Sabelli, e Il rapporto Lugano (tradotto dalla piccola casa editrice Asterios di Trieste), nel quale, per denunciare i meccanismi perversi del capitalismo ultraliberale, l'autrice ha immaginato la riunione di alcuni esperti che si interrogano sul futuro della nostra società nei prossimi vent'anni e sui rischi di un eventuale crollo dell'economia mondiale.

Proprio in questi giorni, colei che un giudice al processo contro José Bové ha definito "une emmerdeuse gauchiste" manda nelle librerie Remettre l'OMC à sa place (Mille et une nuits / Attac), un libro che mette implacabilmente a nudo le politiche ultraliberli del Wto, mostrandone le conseguenze sulla vita della gente e delle nazioni: "In passato", spiega, "la mobilitazione dei movimenti presenti nella società ha costretto il capitalismo ad accettare alcune regole sociali e morali. Se oggi esiste una divisione dei redditi tra capitale e lavoro, è infatti solo perché ciò è stato imposto dalle lotte dei sindacati. Si tratta però di un compromesso che i capitalisti di tutto il mondo hanno sempre cercato di rimettere in discussione, come prova anche il fatto che la remunerazione del capitale non ha mai cessato di crescere negli ultimi venti anni.

Molti rappresentanti più o meno istituzionali del capitalismo ultraliberale oggi tanto in voga, se potessero, tornerebbero volentieri al diciannovesimo secolo. Il capitale insomma è all'attacco dappertutto, le borse dettano legge, i grandi gruppi transnazionali vogliono rendimenti del 15 per cento, per il Wto tutto si riduce a merce e mercato, il darwinismo sociale impazza e i valori del denaro invadono ogni spazio della società. E tutto ciò ci viene presentato come se fosse un fatto assolutamente normale e naturale. Il problema è che la corsa folle del capitalismo non è sostenibile, la ricerca incessante di profitti così alti rischia di erodere la base stessa dell'economia. Oggi produciamo in meno di 15 giorni tutto quello che veniva prodotto su tutto il pianeta in un intero anno nel 1900, con tutta la distruzione di risorse che ne consegue. È evidente che non è possibile andare avanti a questo ritmo. Alla fine, se non facciamo nulla, sarà il collasso, come ho cercato di mostrare nel Rapporto Lugano. La realtà è che oggi il capitalismo non è neppure capace di proteggere il sistema che lo nutre. La sua fuga in avanti permanente non è assolutamente sostenibile, perché ha costi umani e ecologici altissimi. Il capitale ad esempio è incapace di riconoscere l'importanza della natura e delle sue risorse, come pure non tiene mai conto del tempo naturale, che è un tempo di riproduzione e non di produzione. Quando si taglia e si vende una foresta, di fatto si vende un capitale naturale che, per essere ricostituito, ha bisogno di tempi lunghissimi, tempi incompatibili con la corsa sfrenata del capitalismo. Senza contare che alcune distruzioni sono irreversibili. Per evitare la catastrofe, occorre elaborare progetti di sviluppo sostenibile e eco-compatibile. È questa l'unica via praticabile".

Infaticabile e testarda, Susan George ripete questi discorsi ai quattro angoli del pianeta, passando da una manifestazione a un seminario, da una conferenza a una discussione con gli economisti della Banca Mondiale. È questo il suo modesto contributo per combattere l'ideologia dominante che un sociologo francese, Alain Caillé, dice essere il frutto di una vera e propria controrivoluzione strisciante iniziata ormai vent'anni fa. "Sì, ma questa controrivoluzione ideologica non è arrivata dal nulla, è stata orchestrata e finanziata dalla destra americana", chiosa la vicepresidente di Attac: "Negli Stati Uniti esistono una decina di fondazioni, il cui unico fine è la promozione dell'ideologia liberale. A questo scopo sono stati investiti centinaia di milioni di dollari, per finanziare ricerche, libri e centri studi, per creare cattedre universitarie, gruppi di pressione, radio e giornali, che poi hanno elaborato e diffuso le politiche di Ronald Reagan e Margareth Tatcher. In questo modo, con un lento lavoro di fondo, il pensiero e le teorie della destra ultraliberale si sono imposte a poco a poco nella società. In fondo, la destra è stata molto più gramsciana della sinistra, perché ha capito l'importanza dell'egemonia culturale per far trionfare i suoi valori e la sua visione del mondo. E ormai istituzioni internazionali come il Wto e la Banca Mondiale esprimono di fatto questo punto di vista, anche perché le lobbies delle grandi società transnazionali lavorano attivamente al loro interno".

Proprio l'Organizzazione mondiale del commercio e i suoi protocolli d'accordo più celebri, il Gatt e l'Ami, sono le bestie nere di Attac e di tutti coloro che si battono contro una mondializzazione che porta profitta solo ai ricchi e ai potenti: "Noi non siamo contro la globalizzazione in sé e per sé, né difendiamo un ritorno all'isolazionismo. Personalmente, poi, non ho nulla contro le regole commerciali, se però non le si usa per distruggere i servizi pubblici dei singoli Stati e per escludere dalla ricchezza intere popolazioni del pianeta. Per il Wto però le regole del commercio internazionale devono tenere conto solo del diritto commerciale, ignorando invece i diritti umani e il diritto ambientale". "Così, una società che apre una fabbrica in un Paese del Terzo mondo deve impegnarsi a rispettare le regole del diritto commerciale internazionale ma non quelle dei diritti dell'uomo. È un'assurdità. Ecco perché siamo contro questo tipo di mondializzazione, che favorisce gli interessi dei grandi gruppi transnazionali, senza preoccuparsi degli interessi reali della gente". In particolare Susan George, sottolinea i rischi legati al Gats, l'Accordo generale sul commercio dei servizi, attualmente in discussione: "Questo accordo vuole introdurre la logica dei mercati in settori come la salute, l'educazione, la cultura e l'ambiente, per ottenerne la loro progressiva liberalizzazione, riducendo quindi il raggio d'azione dei servizi pubblici e le sovvenzioni che li sostengono. Liberalizzare in pratica significa privatizzare, consentendo ai grandi gruppi di entrare in settori che sono considerati mercati potenziali giganteschi. Per la salute si parla di un mercato di 3.500 miliardi di dollari, mentre per l'educazione le stime raggiungono i 2.500 miliardi di dollari. Si capisce, quindi, che il grande capitale voglia liberalizzare al massimo questi settori per accaparrarsi tale manna. Dieci o vent'anni fa, nessuno avrebbe osato chiedere tanto, mentre oggi il Wto considera normale parlare di mercato della salute e di mercato dell'educazione".

A fare le spese di queste logiche economiche sono innanzitutto i Paesi poveri del Terzo mondo, i quali oltretutto sono schiacciati dal peso enorme del debito, che per l'economista è essenzialmente un problema politico: "Se fosse solo un problema economico, sarebbe già stato risolto da tempo, visto che annullarlo non farebbe certo crollare l'economia mondiale. Il vero problema è che il debito è un efficace strumento con cui i Paesi ricchi, e in particolare gli Stati Uniti attraverso il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, dominano i Paesi poveri. Per controllare il sud del mondo, il debito funziona benissimo: costa meno del colonialismo, non c'è bisogno di eserciti.