Naomi   Klein

Di Naomi Klein e del suo NoLogo a questo punto sapete già tutto, grazie a Benedetto Vecchi che sul manifesto l'ha scoperta in netto anticipo sul media-system italiano. Ma non proprio tutto, in verità. Vi resta da capire, com'è successo alla sottoscritta incontrandola a Milano, perché capiti che sia una giovane donna trentenne, figlia di una femminista degli anni 70, l'autrice di culto - quasi il logo, malgré soi - del movimento di Seattle. Non capita a caso, infatti: è una di quelle circostanze in cui non solo biografia e politica vanno a coincidenza, ma il profilo dell'oggetto osservato - il capitalismo della globalizzazione - prende luce e rilievo dalla sensibilità dell'occhio che lo osserva - quello di una giovane femminista di seconda generazione.

Lo spiega Naomi stessa, quando ci tiene a sottolineare che in No Logo c'è lei in prima persona e la sua vita, e racconta perché e per come si sia messa a scriverlo. Era arrivata all'università che la sua formazione progressista e femminista vacillava sotto la pioggia dorata di oggetti, marchi e insegne che dai megastore e dalle strade le offrivano a buon mercato un'identità conforme e conformista pronta per l'uso. Poi, nel campus, la scoperta che gli obiettivi per i quali aveva lottato sua madre non erano affatto obsoleti; Naomi si butta allora nei movimenti studenteschi politically correct per il riconoscimento dell'identità, incentrati sulla triade razza, genere, sessualità. Ma dopo un po' queste lenti non le bastano più. Osservando se stessa e i suoi coetanei capisce che la macchina del capitalismo globale ha imparato a nutrirsi dei movimenti per l'identità: li va a scovare fin nei ghetti neri, ne mutua le idee e gli obiettivi, li ricicla - in una parola da vocabolario marxista desueto: li sussume - e ne fa cinicamente materia di espansione del mercato, incorporandoli nel lancio e nel rilancio di marchi d'azienda che diventano a loro volta marchi d'identità: lo stile di vita Nike, Microsoft, Guess, Gap, e chi più ne ha più ne metta. Attaccato dai movimenti d'identità alternativi, il capitalismo li neutralizza nella sua produzione d'identità omologata, e contrattacca sul terreno dei presupposti dell'identità: linguaggio, immaginario, desiderio. E' su questo terreno, dove il postfordismo realizza l'unità di economico e simbolico, che bisogna spostarsi per rispondere.

Naomi si sposta, e le pare di essere oltre il femminismo. Senonché per capire il "movimento dei movimenti", come lo definisce lei, è di nuovo all'insegnamento materno che deve tornare. Perché nel cerchio di massimo sfruttamento del capitalismo globale trova di nuovo donne. E perché nelle modalità del "movimento dei movimenti" riconosce un'impronta che le è familiare: quella pratica relazionale, orizzontale, che il popolo di Seattle deve, sostiene Naomi, al femminismo prima che a Internet.

Fin qui Naomi. Che però col suo libro, a proposito dei fili sotterranei che legano femminismo e lotta al capitalismo postfordista, dice di più senza dirlo. Legata com'è al contesto nordamericano, in cui "femminismo" significa prevalentemente lotta contro lo sfruttamento e la discriminazione femminile e/o lotta per il riconoscimento dell'identità di genere-sesso-razza, Klein non vede (ma di questo si è parlato produttivamente a Milano) quello che il femminismo della differenza italiano mette da sempre al centro del discorso. E cioè che la politica, in tempi di capitalismo maturo e di democrazia avanzata, è in primo luogo politica del simbolico. Perché è sul terreno del simbolico che si gioca il conflitto fra l'ordine omologante della merce e l'ordine normativo del diritto da un lato e le istanze di libertà dall'altro; ed è su questo terreno che vince, per dirlo con le parole usate da Luisa Muraro, "chi arriva per primo al desiderio".

Il "turbocapitalismo" l'ha capito e infatti è lì che mira: a dare al desiderio d'esistenza risposte drogate, in forma di oggetti di consumo e di marchi aziendal-esistenziali. La politica anticapitalista stenta a capire, contrapponendo a questa invasione del desiderio, del linguaggio e dell'immaginario le trincee di resistenza della tutela degli interessi e dei diritti. Il femminismo della differenza invece, già trent'anni fa, vide giusto: quando capì che le donne soffrivano, più che di oppressione materiale, di miseria simbolica; che era a questo desiderio d'esistenza simbolica che bisognava dare risposta; che per questo bisognava mobilitare tutt'intera la soggettività (fin nell'inconscio, come all'inconscio arrivano le strategie di marketing), e liberare la differenza femminile dalle rappresentazioni - dai marchi - in cui era imprigionata; che la pratica della relazione può essere più forte dei vincoli gerarchici economico-sociali, e lo scambio del desiderio più forte dello scambio delle merci. Quando capì insommma, con largo anticipo sulle analisi odierne del post-fordismo e della new economy, che l'ordine dominante è un ordine simbolico prima che una formazione economico-sociale, che con le donne da sempre, e con tutti sempre più, gioca duro sul terreno del linguaggio per sedurre le anime e prendersele; e che su questo terreno bisogna spiazzarlo. Quanto fosse giusta allora e quanto sia feconda oggi quell'intuizione, lo dicono adesso i loghi smascherati da Naomi Klein.

da "il manifesto" del 05 Giugno 2001
POLITICA O QUASI
Il marchio che manca il desiderio
IDA DOMINIJANNI