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Ci sono libri che si bevono tutto d'un fiato nell'arsura grama di verità che ci circonda. E' il caso di Notizie dal fronte, di Robert Fisk, pubblicato dalla Fandango Libri (pp. 173, euro 15). Non vale per Robert Fisk l'attributo enfatico di grande giornalista. Lui, che è semplicemente corrispondente da Beirut del quotidiano britannico The Indipendent e che è stato più volte premiato con riconoscimenti importanti - per sette volte ha avuto il «British international journalist of Year» - è qualcosa di più e di diverso. E' un coraggioso testimone che «riporta» in scrittura l'evento con l'unica dedizione rigorosa di informare oltre e contro ogni potere e ogni informazione di potere. Così originale che la sua professione è quella di essere «Robert Fisk». Insomma, ci sono giornalisti e giornalisti. C'è, per esempio, Magdi Allam - che pare un ectoplasma - che svolge ogni sera il suo compitino da Zio Tom e da numero arabo nel risiko di Bruno Vespa sulle guerre mediorientali; e c'è Robert Fisk che per raccontare la responsabilità di un bombardamento va a raccogliere le schegge delle bombe «intelligenti» o «umanitarie» tra le vittime e i villaggi rasi al suolo. Senza tirarsi indietro non solo e non tanto di fronte ai pericoli della guerra, ma soprattutto di fronte alle proteste di chi la verità non la vuole proprio sentire, vale a dire chi controlla l'informazione, e perfino rischiando la solitudine quando i lettori, abituati alla censura e alle veline, inorridiscono e protestano di fronte alla cruda realtà testimoniata dal «cronista» Fisk.
Un metodo, quello di raccogliere le schegge delle bombe, che la dice lunga sul suo lavoro. «Come mi disse un dirigente della Boeing quando gli presentai i pezzi di uno dei suoi missili che aveva ucciso donne e bambini in Libano: `Cos'è la sua, una specie di crociata?'»; l'avrebbe rifatto in Kosovo quando i bombardamenti «umanitari» della Nato colpirono un convoglio di profughi kosovaro-albanesi che rientrava a Djakovica «scambiato» per un convoglio di militari serbi (anche se fino all'ultimo il pilota indicava ai comandi che vedeva «carretti»): vennero fatte a pezzi una ottantina di persone e molte tv internazionali raccontarono che si era trattato di un raid dell'aviazione jugoslava. Lui allora andò sul luogo del raid e raccolse, tra i resti dei corpi, le schegge dei missili con le matrici della Nato scritte sulle fiancate. Lo stesso metodo ha usato per i bombardamenti in Afghanistan e per gli ultimi raid angloamericani sull'Iraq, proprio quando il generale Brooks negava ogni responsabilità alleata.
Raccogliere prove, come in una indagine poliziesca. Questo il lavoro del reporter del quale si è innamorato a 12 anni Robert Fisk, entusiasta allora del film di Hitchcock Foreign Correspondent : il cronista inviato in Europa da New York trova la Germania nazista, i segreti militari, lo scoop, l'assassinio di uno statista europeo, una corazzata tedesca spara contro di lui, poi conquista la bella del film. «Questa sì che è vita», confessa di aver pensato Robert Fisk. Per poi scoprire invece la mortale noia delle lunghe attese per avere interviste, il tedio devastante per avere i visti alle ambasciate e i passaporti alle frontiere, il fastidio di fronte alla banalità degli addetti stampa dei governi, gli insulti ricevuti dai lettori dopo l'11 settembre, semplicemente perché memori delle sue interviste a Osama bin Laden e del suo interrogarsi sul perché dell'odio contro l'America. E aggiungiamo noi le minacce di morte, come quella che Robert Fisk ha ricevuto dall'attore filo-Sharon, John Malkovich, proprio negli stessi giorni in cui veniva quasi picchiato a morte alla frontiera afghana e aver spiegato poi, nel suo reportage, che i suoi assalitori tuttosommato erano giustificabili perché avevano perso le loro famiglie sotto le bombe dei B52.
Difficile quanto appassionato l'uomo Robert Fisk, rigoroso il giornalista, formidabile lo scrittore. Così Notizie dal fronte è testimonianza di questa continua tensione, che è in primo luogo movimento interiore, personale, contro la guerra e le ragioni belliche dei potenti della terra. Per questo propone quasi un nuovo codice deontologico del giornalista, anzi del «cronista» - «tutti noi dovremmo essere cronisti», dichiara - che rompa lo schema televisivodipendente, con le redazioni dei giornali collegati 24 su 24 ai canali tv e prigionieri di quel linguaggio che vuole nel Medio Oriente il «processo di pace» - che vuol dire? si chiede Fisk - eternamente «riavviato», mentre i giovani palestinesi cadono in «scontri», come se fosse una calamità e non assassinati da un esercito occupante. Poi, in tv, la morte in guerra diventa pietosa. Se invece - sostiene Fisk - la guerra venisse davvero raccontata e conosciuta per la sua crudeltà e per il suo orrore, nessuno sarebbe più disposto ad appoggiarne una. Ricordando di avere visto le varie «autostrade della morte» disseminate di migliaia di cadaveri a Bassora dopo i bombardamenti Usa nel 1991, Robert Fisk nel libro si chiede (e la domanda vale ancora adesso di fronte all'infinito della «guerra preventiva»): «Ma Blair e Bush, che ci vogliono convincere dell'ennesima `guerra giusta', hanno idea dell'aspetto delle mosche che si alimentanto dei cadaveri?».
fonte: Il manifesto 09/06/2003
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