Il tempo delle pentole L'Argentina via e-mail

"Lettera argentina a un amico italiano"

2 gennaio 2002

Non resta più nulla da vendere o da ipotecare. Ma si era brillantemente pensato di privatizzare (vendere) l'Università Statale e la Banca Nazionale. E in aggiunta il Teatro Colòn, che per noi è come dire La Scala, l'ultimo simbolo della cultura nazionale. Per non perdere del tutto il senso dell'umorismo: più o meno come se voi metteste all'asta il Colosseo o la Fontana di Trevi per poter continuare a pagare gli interessi di un debito che, come italiani, non avreste mai accettato di contrarre, né vi sarebbe servito per vivere

Autore: Abelardo Castillo

Fonte: il Manifesto

 

Lo scrittore Abelardo Castillo ci spiega la crisi del suo paese. Un racconto crudo e crudele, non di realismo fantastico. La fotografia amara di un paese che ha privatizzato tutto, dalle comunicazioni ai trasporti, e che stava per vendere università e Banca centrale Ad Abelardo Castillo e Sylvia Iparraguirre, Venezia, 23 dicembre 2001 Caro Abelardo, cara Sylvia, sono molto dispiaciuto di tornare a scrivervi soltanto ora, in un momento così drammatico per il vostro paese. Peraltro, ciò che sta succedendo in Argentina non può lasciarci indifferenti; ma che cosa sta succedendo veramente? Giudico che l'informazione, in Europa, sia alquanto scarsa e insufficiente; inoltre il livello delle "analisi" che si stanno elaborando ci lascia perplessi e spaventati. Vi sto parlando di "noi" poiché molti amici di varie organizzazioni italiane si stanno interrogando al pari di me. A tale proposito, l'idea di costruire una rete - formata da Ong, istituzioni di finanza etica e forse banche private - per sollecitare il governo italiano a prendere iniziative concrete. Così come ha scritto Abelardo, si tratta della vita del popolo argentino. Bisognerebbe, allora, dare impulso anche a una diffusione di informazioni e opinioni che procedano direttamente dal vostro paese. Vi proporrei di cominciare a scrivere qualcosa. Tenteremmo di farlo pubblicare su quotidiani o riviste che abbiano "ascolto" nazionale. (...). Rimango in attesa di vostre notizie. Un abbraccio, Claudio

A Claudio Cinti, Buenos Aires, 26 dicembre 2001

Caro Claudio, desideriamo ringraziarti per la tua commovente preoccupazione. Descriverti, puntualmente, in una e-mail, la situazione attuale dell'Argentina, eccede le mie capacità di sintesi. Ma fondamentalmente è questa. Da almeno venticinque anni a questa parte, non solo i militari ma anche i dirigenti politici "democratici" e i loro economisti, che nei momenti di crisi erano coloro che invocavano l'intervento dei militari, hanno lavorato per condurre l'Argentina all'attuale situazione di caos, che poteva essere prevista da tempo e che la stupidità (stupidità reale, non metaforica) di De la Rua e la follia di Cavallo hanno fatto esplodere. Tutto ciò, naturalmente, aggravato dalla pressione finanziaria nordamericana e dagli stessi grandi capitali argentini che hanno i loro conti all'estero e che, insieme al Fondo Monetario Internazionale, fanno parte della schiera di creditori che ha indebitato il nostro paese. In altre parole: sono argentini ai quali conviene che l'Argentina continui a impoverirsi. La settimana precedente alla caduta del governo questa gente ha cominciato a ritirare dalle banche milioni e milioni di dollari, obbligando Cavallo a bloccare i depositi. Ma era ormai troppo tardi. La cosa, naturalmente, ha finito per danneggiare i piccoli risparmiatori, perché tutti gli altri avevano già messo al sicuro il loro denaro. Dato che a partire da quel momento non si potevano pagare le pensioni e gli stipendi arretrati, il paese rimasto letteralmente privo di moneta reale. Si possono ritirare dalle banche (supponendo che si possieda ancora del denaro depositato) soltanto 250 pesos alla settimana. Forse non sembra poco: ma bisogna considerare che il cosiddetto "paniere familiare", in Argentina, uno dei Paesi più cari del mondo, supera abbondantemente i mille dollari al mese.

Il problema più grave è che un'immensa quantità di persone - i poveri, i disoccupati, i collaboratori domestici, i lavoratori che si dedicano al piccolo commercio, gli artigiani, i contadini, i venditori di strada, ecc. - non operano con le banche, non sanno che cos'è una carta di credito o di debito: tutta questa gente è rimasta senza soldi e senza la possibilità di riscuoterli. E sono milioni di persone in un paese che conta appena 35 milioni di abitanti. Concretamente, vi sono in Argentina circa 14 milioni di persone ridotte in questa condizione. E perciò, in primo luogo, l'assalto ai supermercati, per fame; e quindi la formidabile manifestazione spontanea della classe media che, per paura di perdere tutto (e non solo per "patriottismo") è scesa in strada per protestare a colpi di casseruole. Il resto è stato, come sempre, vandalismo e saccheggio senza nessun contrassegno politico; vandalismo che è la conseguenza inevitabile di questo tipo di esplosione sociale. Della repressione indiscriminata, dei morti e dei feriti e degli arrestati sei già stato messo al corrente dai giornali.

Ciò che sta succedendo in Argentina è semplicemente questo. Gli europei, e soprattutto gli europei di oggi, forse non possono capirlo. E dico gli europei di oggi perché per comprenderlo bene è sufficiente pensare a che cosa accadde in Italia, in Germania e in Spagna tra gli anni '30 e '40. In Latinoamerica è perfettamente comprensibile. L'Ecuador, per esempio, è quasi scomparso come nazione a causa della spinta del capitalismo selvaggio e delle teorie neoliberali. Il Perù è un altro buon esempio. Paesi come la Bolivia, di fatto, esistono a stento. Noi argentini non riusciamo ad accettare di essere Latinoamerica. Buenos Aires è, almeno in apparenza, una delle capitali più grandi del mondo - in questo stesso momento, anche se la gente non può permettersi di pagare il biglietto, vi sono più spettacoli teatrali che a Broadway - e si suppone che le ricchezze naturali del paese siano immense. Ma ora risulta che nulla più ci appartiene. Né le compagnie aeree, né le compagnie telefoniche, né le ferrovie, né le case editrici, né il gas, né il petrolio argentini sono argentini. Il sistema scolastico è a pezzi, l'assistenza medica di base non esiste. Non resta più nulla da vendere o da ipotecare. Ma si era brillantemente pensato di privatizzare (vendere) l'Università Statale e la Banca Nazionale. E in aggiunta il Teatro Colòn, che per noi è come dire La Scala, l'ultimo simbolo della cultura nazionale. Per non perdere del tutto il senso dell'umorismo: più o meno come se voi metteste all'asta il Colosseo o la Fontana di Trevi per poter continuare a pagare gli interessi di un debito che, come italiani, non avreste mai accettato di contrarre, né vi sarebbe servito per vivere.

Quanto a ciò che potrà fare l'attuale presidente provvisorio, tutto dipende dalla sincerità delle sue intenzioni o dalla possibilit che lo lascino fare. Per ora ha soltanto fatto un discorso intelligente: ciò che gli argentini avevano bisogno di sentire. Il debito non si pagherà, il denaro a esso destinato si utilizzerà per riattivare l'economia interna, si creerà un milione di posti di lavoro, si ridurranno gli stipendi a tutti i rappresentanti dello stato e nessuna tra le cariche dello stato potrà guadagnare più del presidente, che ha fissato il proprio stipendio a 3000 pesos. Inoltre si venderanno il parco-macchine ufficiale e quello aereo e si priveranno i deputati, i senatori e i legislatori dei loro privilegi. Anche questo, immagino, lo avrai appreso dai giornali. Quel che succederà d'ora in avanti dipende da innumerevoli fattori. Tra gli altri vi sono le prossime elezioni e la possibilità di assicurare continuità ad alcuni progetti che sembrano fattibili. Ma in un paese come il nostro meglio non pronunciare vaticini. In questo momento la situazione è essenzialmente identica a quella che ha prodotto il caos; tirarne fuori il paese costerà moltissimo. Ma stavolta i militari non possono tornare, né lo vogliono.

Io non credo che l'Argentina scomparirà come paese. Quando la nostra gente si arrabbia in massa, si arrabbia sul serio. Da un caos simile a questo sorse Peròn, che non fu affatto un apostolo sociale ma che, lo abbia voluto davvero o no, portò la classe lavoratrice in primo piano sullo scenario della politica. Io non so che cosa ne verrà fuori adesso ma ti assicuro che nulla potrà essere peggiore di tutto ciò che ci toccato finora. Ti ripeterò le stesse cose che dissi qualche giorno fa rispondendo alle domande dei giornali argentini. Nel nostro paese muoiono oggi, si dice, circa 100 bambini al giorno. Il totale, in un anno, è di 36.000, vale a dire un numero di morti superiore, tra uomini e donne, a quello prodotto in sette anni dalla dittatura militare omicida. Questa è la situazione. Finché gli economisti non capiranno che dietro le loro fredde equazioni matematiche vi è un bambino che muore di fame, e finché i politici non si renderanno conto che dietro i loro miserabili calcoli elettorali vi è una donna che non può dar da mangiare a suo figlio o non può mandarlo a scuola, questa continuerà a essere la situazione.

Grazie ancora, caro amico Claudio, per esserti preoccupato di noi. Lo stai facendo anche in nome della vasta comunità di discendenti degli italiani che forma parte del nostro paese. Sylvia, commossa dal tuo messaggio, ti manda un grande abbraccio, al quale unisco il mio. Ti ringraziamo anche di non averci augurato il tradizionale "buon Natale". In Argentina, questo non stato un Natale felice per nessun uomo e nessuna donna decenti. Speriamo di tutto cuore che il tuo lo sia stato.

Abelardo

P.S. Non saprei che cos'altro aggiungere se dovessi scrivere per un giornale italiano. Ma mi è appena venuto in mente qualcosa: ti autorizzo a pubblicare questa lettera dove tu voglia e a intitolarla, per esempio, "Lettera argentina a un amico italiano".