discorso dell"Angelus

Desidero richiamare l'attenzione sul discorso dell"Angelus" tenuto oggi, 1 gennaio 2002, dal Papa Giovanni Paolo II, in occasione dell'inizio del nuovo anno. Il discorso ha ruotato intorno al nucleo centrale dell'augurio di Pace al mondo. Il Pontefice ha affermato che la Pace è possibile solo se vengono praticate la Giustizia e il Perdono. Egli ha inoltre affermato che non è mai è lecito uccidere nel nome di Dio. Il significato politico, oltre che morale, di queste affermazioni è chiaro e di notevole importanza. Giustizia è essenzialmente affermazione del diritto a pari opportunità per tutti gli individui e i popoli del mondo, primo fra tutti il diritto alla vita e alla dignità dell'esistenza.

L'allusione alle politiche di sopraffazione economica e culturale attuate dalle nazioni ricche nei riguardi dei popoli del "Sud" del mondo è evidente. Potrebbe esserci, da parte di alcuni, la tentazione di leggere la "necessità del Perdono" in chiave ristretta, come allusione agli eventi dell'undici settembre, nel senso di una esortazione agli americani a "perdonare" gli artefici del tragico attentato. Ma la portata dell'affermazione papale sembra più verosimilmente trascendere la cronaca, pur tragica, del crollo delle due torri: l'abbinamento, nel contesto del discorso, al grande tema della Giustizia, ne scoraggia decisamente tale limitata e fuorviante interpretazione. La necessità del Perdono è piuttosto intesa dal Pontefice come necessità di perdono da parte dei popoli oppressi, parte storicamente lesa, nei riguardi dell'Occidente che da sempre li opprime.

Perdono che implica "ipso facto" la fine di ogni azione "terroristica", in cambio, appunto, di Giustizia, cioè del preciso, immediato e concreto impegno da parte dell'Occidente a modificare la propria politica economica e culturale di oppressione, operando in modo da avviare una più equa ridistribuzione delle risorse. E la susseguente affermazione dell'inammissibilità dell'uccidere in nome di Dio non è verosimilmente riferibile solo al messaggio di intransigenza proprio dell'Islàm, come una prima affrettata e parziale interpretazione potrebbe suggerire. Non si può infatti dimenticare che anche la cultura occidentale agisce in nome di Dio, e il Dio dell'Occidente non è solo il Dio "cristiano", tanto spesso invocato dalla presidenza americana per salvare e proteggere gli Stati Uniti d'America (che, va detto, sembrano concretamente confidare a tal fine più nelle bombe che nell'intervento divino), quanto, anche e sopratutto, il Dio danaro, il "vitello d'oro" dei cosidetti "mercati", di cui l'Occidente consumista, cinico e non meno intransigente dell'Islàm, è adoratore devoto.

Il messaggio, neanche tanto tra le righe, è chiaro ed evidente. Messaggio non ancora esplicitamente formalizzato, ma che da più parti si ritiene ed auspica debba quanto prima essere espresso come dottrina ufficiale della Chiesa di Roma, dottrina di affermazione dell'improrogabile necessità di una più equa ridistribuzione delle risorse e di esplicita condanna nei riguardi degli sprechi, del consumismo sfrenato e dell'inammissibile ingiustizia di chi tanto possiede e che si ritiene addirittura in diritto di intervenire con le armi in difesa del suo ingiustificabile privilegio. Le recenti dichiarazioni del cardinale Martini, volte ad auspicare una vita più parca ed essenziale, in cui tutti si possa essere magari "un po' più poveri" a vantaggio del bene collettivo, fanno da eco e sfondo al discorso del Pontefice, amplificandolo e contribuendo ad assegnare ad esso un significato se possibile ancora più inequivocabile.

Il punto di vista laico, in cui personalmente mi riconosco, di più che sospettosa diffidenza riguardo alle premesse metafisiche delle posizioni ecclesiastiche, deve, in questa fase storica di estremo pericolo per il futuro dell'umanità, allargarsi a considerare l'opportunità di una convergenza di atteggiamenti, che prescindano dalla diversità delle premesse. I processi alle intenzioni e le pur lecite e "sacrosante" discussioni e reciproche divergenze sui principi ispiratori devono oggi più opportunamente essere accantonati, a tutto vantaggio della considerazione pragmatica sul contenuto concreto delle prese di posizione di più evidente significanza politica.

Una straordinaria coincidenza, che al di là delle sue motivazioni dottrinali non può essere ignorata, si è andata negli ultimi anni delineando tra le posizioni ufficiali del Papato cattolico e quelle di tanta parte dei movimenti ecologisti, della "sinistra" sociale e di quanti, indipendentemente dalla fede religiosa, sentono di dover assumere un atteggiamento critico nei riguardi della cosidetta "globalizzazione" a senso unico. I dissensi più evidenti e sostanziali tra la posizione laica e quella religiosa, restano oggi essenzialmente legati al grande tema della contraccezione e del controllo delle nascite su scala mondiale, dissensi che vedono la Chiesa ancora oggi arroccata in una posizione di estrema rigidezza, che, al di là di ogni considerazione di natura etica, sembra sottovalutare, e forse non comprendere, i rischi della sovrapopolazione per la sopravvivenza stessa dell'umanità.

Ma non tutti i temi possono essere affrontati contemporaneamente e se la Chiesa non ha ancora assimilato le acquisizioni di tanta parte delle scienze della natura, ciò è in buona parte spiegabile con i tempi molto lunghi con cui da sempre la sua struttura si mostra atta a recepire i cambiamenti e a modificare di conseguenza le proprie posizioni . I dissensi e le pur radicali divergenze "metafisiche" non sono comunque un buon motivo per ignorare i punti di contatto, specie quando riguardano temi tanto importanti e di rilevanza tanto attuale. La Chiesa cattolica, con l'enorme deterrente della sua valenza spirituale e di presa sulle coscienze, è oggi forse l'unica forza al mondo in grado di contrastare l'arroganza dello strapotere economico-militare del sistema. C'è solo da augurarsi che l'attuale linea evolutiva del papato non venga modificata dal pontefice che succederà all'attuale, ma la politica di investiture cardinalizie lucidamente perseguita da Giovanni Paolo II sembrerebbe poter rassicurare al riguardo, salvo sempre possibili imprevedibili sorprese.

E' dunque auspicabile una sempre più stretta collaborazione tra la Chiesa di Roma e tutti i movimenti che in qualche modo si riconoscono nell'affermazione "un mondo diverso e migliore è possibile". Invito ciascuno a voler riflettere, con spirito costruttivo, apportando contributi di concertata concretezza in questa prospettiva.

Roberto Amato