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Sappiamo invece quanto è importante scoprire le carte oltre il velo della moneta che omogeinizza gli scambi facendoli apparire tutti uguali e neutri. Allora vediamo cosa che c’è dietro un tessuto caldo e colorato di Thanapara, per esempio, produttore storico del Bangladesh che abbiamo recentemente incontrato a Mumbay e che ha ormai celebrato i 30 anni di attività. Con il prezzo giusto corrisposto dall’importatore, lavorano attualmente 105 artigiani di cui ben 103 sono donne, che producono reddito e finanziano servizi locali fondamentali; la scuola primaria, ad esempio, che è frequentata da 300 bambini appartenenti alle fasce più povere della popolazione che nel 90% dei casi proseguono con la scuola secondaria. Oppure il programma di recupero scolastico per gli studenti drop out che prevede una decina di strutture dislocate in diverse zone dei villaggi per servire circa 30 ragazzi ciascuna. Ma non basta. In questa vivace esperienza del Bangladesh, si sono sviluppati anche progetti per lo sviluppo del micro-credito, per la formazione dei senza-terra che vengono istruiti sui loro diritti con il supporto di avvocati, per la formazione ed il sostegno delle donne al fine di prevenire le violenze contro di loro; parliamo di un progetto che interessa 60 villaggi e che si avvale del sostegno di 5.500 membri. A Thanapara si pratica anche la riforestazione sociale e la sanificazione dell’acqua per migliorare le condizioni di salute liberando le tubature dai depositi di arsenico. E moltro altro ancora. Abbiamo tolto il velo e non abbiamo trovato sfruttamento e negazione dei diritti, profitti accumulati e produzioni dannose; semmai abbiamo rivelato una filiera che mette al centro le comunità e i beni pubblici, che corrisponde salari dignitosi e promuove pari opportunità, che produce benessere e servizi per l’intera comunità E’ esattamente questo che intendiamo quando parliamo di responsabilità sociale, e cioè la garanzia di alimentare un circuito economico basato innanzitutto su un patto etico tra soggetti che operano in condizioni di equità e giustizia. La formula è semplice e parte dalla corresponsione del giusto prezzo ai produttori del sud del mondo, i quali impiegano le risorse per garantire salari dignitosi e pari opportunità ma hanno anche la possibilità di investire il surplus in servizi pubblici locali, costruendo pezzi di stato sociale indispensabile alla popolazione più povera; una sorta di trasferimento di risorse orizzontale e dal basso, che ne favorisce il massimo impiego e sottrae benzina al motore della corruzione. Gli effetti indiretti di questo patto economico e morale tra consumatori del nord e produttori del sud sono molteplici: la garanzia di condizioni di lavoro dignitose ai padri ed alle madri permette ai figli di andare a scuola, il rapporto commerciale duraturo a condizioni certe permette alle economie locali di essere pianificate e di investire risorse in progetti di sviluppo, il pre-finanziamento con pagamento anticipato degli ordini (che arriva anche al 50%) permette agli artigiani di non ricorrere ai tradizionali circuiti di credito che li costringerebbero all’indebitamento; l’indirizzo sempre più ecologico della domanda, orienta le produzioni verso l’utilizzo di materie prime biologiche e di processi controllati a basso impatto ambientale. I prodotti giusti, infine, arrivano ai consumatori del nord principalmente attraverso il circuito delle botteghe, negozi speciali dove si può diventare consuma-attori. Un circuito che scambia, oltre al denaro, fiducia, informazioni, garanzie e che genera quel capitale sociale necessario a consolidare esperienze di partecipazione e democrazia nei paesi del sud del mondo; per i consumatori del nord la possibilità di orientare eticamente i propri consumi diviene esercizio di consapevolezza individuale, ma anche, e sempre più, concreta sottrazione alle logiche del mercato libero e vero e proprio atto politico. La distanza tra il commercio equo e solidale, che pratica la responsabilità sociale, e chi ne parla è ampia; purtroppo ci troviamo spesso a fare i conti con atteggiamenti meramente filantropici che scambiano la responsabilità con la beneficenza, perciò aziende che non cambiano le proprie politiche ambientali o sociali ma destinano quote marginali dei loro utili a progetti di sviluppo o sociali, entrano automaticamente nel novero dei buoni. La visione corrente sponsorizzata dal Ministero del Welfare prevede un approccio del tutto volontario da parte delle imprese che vogliono diventare responsabili e che possono auto-certificarsi con la certezza che nessun organismo indipendente verificherà mai i loro comportamenti; alle responsabilità derivanti dalle produzioni delocalizzate in altri paesi del mondo ovviamente nessun cenno. L’incremento esponenziale di domanda etica, sia nei consumi che nei risparmi, sta però aprendo nuovi scenari, consegnando nelle mani delle economie solidali una forza contrattuale inedita con la conseguente possibilità di osare definitivamente oltre lo spazio della testimonianza: si tratta di diventare veramente consapevoli della forza di un potere diffuso e capillare, che va organizzato per affrontare quel gigante dai piedi d’argilla che si chiama mercato.
Postato da Fausto
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