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Nella nostra discussione, sono stati affrontati 2 punti:
a) valutazioni sulla giornata di Bobigny, la giornata di genere che il 12/11/2003 ha preceduto l’apertura del forum sociale europeo a Parigi. Valutazioni critiche sono state fatte sul fatto che la giornata non sia stata assunta, come avremmo voluto, all’interno del social forum europeo, ma l’abbia, appunto, preceduta. Tale fatto ci da la misura di quanto, come movimento di donne, dobbiamo ancora lavorare all’interno del movimento misto per far comprendere che non siamo semplicemente un tavolo o una specificità, ma la metà di chi vuole costruire un mondo diverso. A prescindere da questa valutazione, il bilancio della giornata non può che essere positivo, sia da un punto di vista quantitativo della partecipazione –hanno partecipato ai lavori circa 3000 donne, moltissime giovani e anche qualche maschietto-, sia da un punto di vista qualitativo, tanto da farci affermare che si è finalmente passate dalla contemplazione all’azione. Dai sei tavoli svolti (donne migranti; lavoro, precarietà, povertà; donne e guerre; autodeterminazione, diritti sessuali e riproduzione; violenza contro le donne; donne e potere), infatti, sono partite ipotesi concrete di campagne europee, che si tratterà capire come realizzare anche nel nostro paese (un primo appuntamento è quello lombardo del 18 ottobre a Milano sulla precarietà).
b) legge sulla fecondazione assistita (L. 147), approvata a dicembre. Si tratta di una legge oscurantista e reazionaria, che mette in discussione la laicità dello stato e che per il suo impianto non è possibile emendare o modificare, ma è da respingere nel suo complesso. È una legge che non riguarda soltanto le donne che per problemi fisici decidono di fare ricorso alle tecniche che la scienza mette a disposizione, e che avrebbero diritto a farlo nel pieno rispetto del diritto alla salute (cosa che la legge non garantisce affatto). Si tratta di una legge che ci investe tutti e tutte, perché mette in discussione il concetto stesso di cittadinanza, affermando che esistono persone che non possono disporre liberamente del proprio corpo.
Gli aspetti più pericolosi sono due:
- il riconoscimento giuridico dell’embrione (art 1): il (presunto) diritto di un grumo di cellule viene contrapposto al diritto della donna di decidere sul proprio corpo, con conseguenze allarmanti, prima fra tutte il conflitto con la 194.
- Il carattere normativo dei rapporti e delle relazioni sociali: la legge è discriminante nei confronti delle donne single e delle lesbiche, introduce la nozione di “coppia stabile”, fa della famiglia tradizionalmente intesa l’unico luogo titolato alla genitorialità. Da questo punto di vista, la legge è perfettamente in linea coi provvedimenti familisti del governo e di alcune amministrazioni locali, che prevedono il contributo di 1000 euro per il secondo figlio, il contributo alle donne che non abortiscono e decidono di vendere il proprio figlio allo stato etc- tutte norme volte a definire un modello di famiglia ed una definizione dei ruoli che noi non possiamo accettare.
Nel nome della “libertà di coscienza” dei parlamentari, alcuni partiti hanno consentito che passasse una legge che nei fatti limita la libertà di scelta e di coscienza individuale. Questo stratagemma è stato usato nella coalizione dell’Ulivo come strumento di mediazione politica, stratagemma contro il quale affermiamo con forza che NON SIAMO DISPOSTE A SCAMBI E MEDIAZIONI SUL CORPO DELLE DONNE. È necessario lanciare una campagna forte di mobilitazione, sottoforma di contro-informazione (si tratta di svelare la reale portata della legge), disobbedienza, azioni creative, per costruire nell’opinione pubblica un orientamento maggioritario di opposizione alla 147. È una campagna che deve coinvolgere tutto il movimento, perché si tratta di una legge che, come la legge 30 o la Bossi-Fini, vuole imporre un orientamento complessivo della società, riportandoci indietro nel tempo.
Oltre alla mobilitazione diffusa sui territori, gli strumenti che abbiamo discusso sono:
- il referendum: è stata formulata l’idea, da parte di alcuni esponenti dell’opposizione e dei radicali, di un referendum abrogativo. Si tratta di una modalità impegnativa, che va discussa più approfonditamente.
- La volontà di GIUDIT (l’associazione delle giuriste democratiche) di sollevare l’incostituzionalità della legge: è un’iniziativa utile e che va sostenuta.
Proponiamo inoltre due scadenze nazionali, che chiediamo in questa sede vengano messe in agenda e costruite dal movimento che si riconosce nel percorso del forum sociale:
- Il 24 gennaio a Roma. Si tratta di un’iniziativa già definita, che è stata proposta dalle parlamentari che si sono opposte alla legge e che il movimento delle donne ha assunto. Si terrà sottoforma di happening, in parte come assemblea trasversale in un teatro al chiuso, in parte come performance, azioni creative, azioni di disobbedienza e tutto ciò che la fantasia ci suggerirà.
- L’8 marzo. È una proposta che formuliamo oggi e che allarghiamo a tutto il movimento delle donne e al movimento misto: fare della settimana precedente all’8 marzo una settimana di mobilitazione diffusa sui territori contro le PMA e confluire il sabato 6 a Roma in una manifestazione nazionale. Sappiamo che l’8 marzo era stata individuata nella giornata di Bobigny come giornata contro la guerra; crediamo che l’urgenza di sconfiggere questa legge e il fatto che la legge stessa faccia parte di una vera e propria “guerra contro le donne” possano farci spostare l’obiettivo tematico della giornata.
Si tratta di due scadenze organizzate da donne, a cui, per i motivi di cui sopra, anche gli uomini possono (devono!) contribuire e partecipare.
Postato da Barbara
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