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L’AFRICA DEL CALCIO COME BUSINESS
La drammatica storia dell’Africa è segnata, come tutti sappiamo, dalla sottomissione allo strapotere degli imperi coloniali che ne hanno sfruttato irresponsabilmente risorse e ricchezze naturali, tanto che oggi, nell’era della globalizzazione e dell’informatizzazione, la maggioranza delle popolazioni locali vive in condizioni disperate e di estrema indigenza: le solite statistiche che misurano la qualità di vita di un paese (mortalità infantile, speranza di vita, reddito pro-capite, istruzione, ecc.) sono, in molti casi, terrificanti. Anche dopo il raggiungimento dell’indipendenza, infatti, la situazione non è migliorata, anzi, i sistemi democratici, se sono stati avviati, sono solo formali, si sono insediati al governo spietati dittatori, spesso, manovrati dalle potenze occidentali e, comunque, l’intero continente nero rimane, di fatto, sotto l’asfissiante influenza politica-economica degli stati europei avanzati. Alle attività, i progetti umanitari delle numerose associazioni, equipe ed onlus straniere, alle imponenti campagne d’informazione per la sensibilizzazione verso gli immani problemi delle popolazioni locali, agli intensi e ammirevoli sforzi della parte genuina della cooperazione internazionale, su questi territori, si contrappongono le manovre colonialistiche ed espansionistiche di molti gruppi di potere. Le fonti di attrazione sono ovviamente piantagioni, materie prime naturali, i vasti giacimenti minerari, manodopera sottopagata, cui si è aggiunta, da un po’ di tempo, quella rappresentata dallo sport, specialmente il calcio, praticato da atleti avvantaggiati fisicamente rispetto ad un europeo, abituati a condizioni estreme, ai campi impervi e pieni di asperità a causa dei quali hanno affinato la propria tecnica. L’Africa, continente martoriato, ma in grado, dunque, di offrire validi atleti, non solo instancabili e coraggiosi maratoneti, anche interessanti calciatori come testimoniano i successi delle rappresentative nazionali (soprattutto under 20), vedi l’exploit del Senegal, approdato ai quarti di finale ai recenti mondiali nippo-coreani. Una preziosa risorsa su cui, inevitabilmente, si sono avventati gli europei, tanto che oramai nei nostri campionati si contano centinaia di giocatori africani e ci viene subito in mente la Francia, con ancora una pesante influenza sulle sue ex-colonie, dove la maggioranza dei calciatori militanti nelle diverse divisioni ha chiare origini africane. Come sappiamo, in Europa, ed in particolar modo nel nostro paese, il calcio è molto considerato, vitale per alcune cerchie di appassionati, vi circolano strabilianti somme di denaro grazie ai supporter, alle (pay) tv, agli sponsor, al merchandising e ad altre attività commerciali collegate ai club. Quest’ultimi, pertanto, si fanno una concorrenza sfrenata per accaparrarsi i campioni già affermati, ma, allo stesso tempo, scandagliano in profondità il mercato, attingendo frequentemente da realtà calcistiche minori come quella africana, per bloccare quei giovani, ancora a basso prezzo, su cui si potrà fare affidamento in futuro e che, dopo aver acquisito esperienza, potrebbero essere rivenduti a cifre altissime. D’altronde, la precarietà strutturale del continente nero, di cui molte colpe hanno i colonizzatori occidentali, incoraggiano anche in questo particolare settore un’intromissione straniera, in certi casi prepotente e senza scrupoli; il solito circolo vizioso: l’Africa, per vari motivi, non dispone di strumenti e di piani adeguati allo sviluppo socio-economico tanto da render indispensabile l’aiuto dell’uomo bianco, di cui, però, non ci si può fidare. La cosiddetta “tratta dei baby-calciatori” ne è l’esempio più raccapricciante. Si strappano dalle famiglie per un pugno di milioni i giovanissimi di maggior talento, chi poi non mantiene le promesse viene tranquillamente abbandonato, non importa se finisce a lavorare vicino a qualche semaforo, il procuratore - bracconiere ci avrà perso un po’ di danaro, ma si rifarà col prossimo viaggio. Il presidente del settore scolastico della nostra Federcalcio Mazzini, aveva già confermato che, fino a poco tempo, fa tra i dilettanti si poteva tesserare un numero illimitato di stranieri, creando un mercato anomalo, in cui si prendevano anche venti ragazzi alla volta e si facevano venire in Italia senza famiglia, senza controlli e in totale illegalità. Tesserare un extracomunitario in una squadra, del resto, sino a poco tempo fa, non comportava particolari difficoltà: niente documenti, né permesso di soggiorno, era sufficiente un’autocertificazione che dichiarasse la residenza in Italia. E se il presunto campioncino non manteneva le promesse, non c’era alcun obbligo per la società: non gli si rinnovava il tesserino e lo si mandava via, senza preoccuparsi di che fine avrebbe fatto. L’ “invasore” bianco s’approfitta dell’ingordigia e della corruttibilità di alcuni africani che hanno la fortuna di gestire il patrimonio-calcio, ai quali non importa certo di migliorare, in generale, la situazione economica del proprio continente, attenti esclusivamente al tornaconto personale. Numerosi sono i presidenti senza scrupoli che minano la serietà dei campionati svendendo frettolosamente atleti in Europa, Asia e centro-sud America, allo scopo di accumulare ingenti capitali che certamente serviranno solo ad arricchire le proprie casse: investono venti-venticinque mila euro in un club, in un anno ne ricavano dieci volte tanto e poi lo abbandonano. E così succede che squadre con un buon palmares, o che la stagione precedente avevano conquistato lo scudetto, precipitino rapidamente nelle serie inferiori o falliscano. Il presidente della federcalcio camerunese Onana ha ammesso di aver perduto decine e decine di giocatori, alcuni dei quali veramente promettenti, partiti con la speranza di trovarsi una squadra, ma che poi non hanno avuto fortuna e dei quali non si ha più notizie. Ci sono diverse agenzie internazionali, anche italiane, collegate a club blasonati o direttamente gestite da manager e procuratori che gravitano attorno a tali club, incaricate di far approdare i migliori talenti africani nel Vecchio Continente e sul cui operato sono già piovute pesanti critiche, anche da parte dei vertici delle federcalcio africane. Alcune di queste agenzie acquistano intere squadre, che costano relativamente poco, allo scopo di rivendere i giocatori migliori, opportunamente e adeguatamente pubblicizzati, in quei paesi, compreso il nostro, dove si fanno follie per il football. Lo stesso presidente della Caf, la confederazione africana, Issa Hayatou le ha accusate ha più riprese di aver letteralmente depredato il continente; ma, a prescindere dal loro modo di operare più o meno responsabile, queste agenzie possono replicare, in tutta serenità, che sono gli stessi giovani africani a volersene andare, perché nei loro paesi si muore, non ci sono possibilità di crescere, di migliorarsi. Un alibi infrantumabile, dato che sono agli occhi di tutti le grave deficienze in fatto di strutture, di impianti e di staff tecnici per far maturare i ragazzi e per limitare la fuga verso la ricca e attraente Europa. E’ vero che le società e le agenzie straniere investono sui team africani portando, quindi, capitali con cui si riescono a finanziare progetti sociali, come la costruzione di centri sportivi per la crescita dei ragazzi. Tuttavia, la loro presenza in questi territori, la maggior parte delle volte, non si giustifica con la pura filantropia: oltre all’obiettivo di seguire da vicino e far “maturare” un giovane promettente in modo da innalzarne rapidamente le quotazioni economiche, infatti, esse mirano, allo stesso tempo, a mettere le mani sulle altre ricchezze del territorio, prevalentemente minerarie (giacimenti di diamanti e di oro), una volta conquistata la simpatia della popolazione e la fiducia dei governatori locali, approfittando del caos politico che regna in questi posti. La collettività non ha peso politico, la si accontenta con qualche opera pubblica, mentre i governatori sono irresponsabili o dispotici e quindi facilmente “comprabili”, cosicché ci si può avventare indisturbatamente su queste immense e straordinarie ricchezze che la gente del posto non sa e non può sfruttare adeguatamente, ma di cui dovrebbe godere prima di tutti per diritto naturale. Analogo discorso si può fare per le multinazionali attive in Africa. Grazie al potere dei media, infatti, l’african football si fa conoscere e richiama nuovi sponsor, come diverse e note multinazionali che hanno scommesso in particolar modo sul Camerun, la rappresentativa con la migliore tradizione, dopo che questa nazione ha superato la crisi economica di qualche anno fa ed ha recuperato credibilità. Nell’arco degli ultimi dieci anni, le federazioni africane si sono avvalse di ricchi contratti di sponsorizzazione che hanno permesso loro di rinnovare strutture, impianti, offrire maggiori risorse alla formazione degli staff tecnici in modo da migliorare sensibilmente la preparazione delle rappresentative nazionali. Tanto denaro che potrebbe essere gestito più proficuamente, se le stesse federazioni non fossero lacerate internamente da gelosie, incomprensioni, non fossero divise in vere e proprie fazioni in aspra competizione, rappresentanti magari differenti centri di potere politico o differenti identità etniche. L’ultima Coppa d’Africa, prestigioso torneo per nazionali che richiede un’organizzazione complessa ed un massiccio concentramento di forze e di risorse, si è disputata in quattro nuovi stadi maliani eretti grazie a finanziamenti francesi e cinesi, mentre le più grandi imprese internazionali d’abbigliamento sportivo, che nel recente passato hanno sfruttato colonialisticamente la manodopera (giovanissima) africana (sottopagandola) e probabilmente continuano a farlo, si offrono come sponsor tecnici alle federazioni africane con cui possono anche stipulare, come fanno altre aziende non necessariamente legate al mondo dello sport e del calcio, altri tipi di contratti pubblicitari. Sullo sport, e sul calcio in modo particolare, la disciplina più famosa e più praticata, conviene investire anche nel continente nero. L’industria del divertimento, dell’intrattenimento, come la si preferisce etichettare, ha un ruolo di primo piano nell’economia mondiale ed il calcio, prima di tutti gli altri sport, con la sua diffusione, il suo seguito, l’incredibile risonanza che ha su tutto il pianeta, ve ne fa parte a pieno diritto. E’ una sicura fonte di reddito, è ragionevole investirvi sopra, anche dove è più arretrato; anzi, forse è preferibile investire su scuole calcistiche ancora povere, per farle crescere rapidamente, innalzarne competitività e valore, in modo, insomma, da farle divenire presto un (altro) vero business: si creano i presupposti per farle evolvere, modernizzarle, le si attrezza per inserirle come nuovo mercato nella propria rete commerciale. Se le squadre, le nazionali africane si potenziano e incominciano a piazzarsi bene nelle varie competizioni incassando ricchissimi premi, oltre che ad acquisire attenzione a livello internazionale, se i loro giocatori diventano così famosi da stipulare contratti miliardari con i migliori club, gli sponsor ne trarranno immediati benefici pubblicitari e quindi economici. Accade quindi che in paesi disastrati come il Mali, dove la popolazione è sterminata dalle malattie e dalla fame, dove si fatica a procurarsi la pagnotta quotidiana, dove solo il 10% delle strade sono asfaltate, s’innalzino imponenti e moderni impianti sportivi, che le squadre di club e le nazionali non abbiano problemi nel disporre di divise, di tutto l’occorrente per giocare, anche del materiale più tecnologico, dei campi, dei centri d’allenamento per prepararsi adeguatamente alle competizioni, mentre i ragazzini di questi posti hanno pochi indumenti o stracci per vestirsi, giocano scalzi sui campi paludosi dei loro quartieri, non hanno i soldi per acquistare il ticket di una partita. Gli affari naturalmente s’intrecciano alla politica. Questi massicci investimenti stranieri, infatti, implicano, spesso, un condizionamento politico. L’assegnazione delle cariche nelle federcalcio dei diversi paesi, la scelta degli staff tecnici, le convocazioni nazionali possono essere dettate, infatti, da una precisa volontà politica, espressione della complicità fra regimi, multinazionali o gruppi economici esteri, governi ex-colonizzatori. L’avventura da allenatore del nostro Romano Mattè, lunga e onorata carriera alla Juventus, è esemplare per comprendere il rapporto fra politica e sport in Africa. Nonostante i buoni risultati e l’ottimo feeling instaurato con i giocatori, Mattè è stato improvvisamente esonerato dalla nazionale maliana, dopo che il ministro dello sport che lo aveva voluto è stato arrestato, per far posto al tecnico franco-polacco Henry Kasperczak, questo a causa delle fortissime pressioni francesi in un paese dove la cooperazione con la Francia è fonte di sopravvivenza. Le stesse federazioni africane, come già detto, soffrono la continua competizione fra gruppi sostenuti da diverse realtà politiche-economiche. Certo, tutte queste cose accadono anche da noi, seppur meno apertamente o con meno clamore, ma da noi fa meno rabbia perché almeno non si muore di fame come succede in Africa. Gaetano Farina
Postato da Gaetano
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