Una bella assemblea. Senz'altro la più bella degli
ultimi tempi, quando il movimento faticava a ritrovare un filo
e un linguaggio comuni. Erano più di mille, domenica, alla
«plenaria» organizzata al teatro della Corte di Genova. Negli
occhi luci e colori del corteo di sabato, la manifestazione
dei centocinquantamila a un anno dal G8; nella testa i nodi da
sciogliere per andare avanti, se possibile tutte insieme.
Perché il movimento dei movimenti è vivo e l'ha dimostrato,
invadendo pacificamente la città. Però non basta: rimangono
sul tavolo i problemi emersi in questi mesi e intanto si
affaccia la prospettiva di un autunno di lotte. A Genova c'era
insomma da discutere dei Social forum e dei loro limiti, del
rapporto tra una piazza piena e gli «stati maggiori», della
vecchia storia della leadership e di ciò che il movimento può
fare in un contesto dominato dal nuovo protagonismo della
Cgil. Come al solito, si è parlato anche di violenza e non
violenza. Ma è comunque sulle cose da fare che sono venuti i
contributi migliori, a cominciare dagli interventi di numerosi
Social forum locali - assai più vitali nelle realtà
medio-piccole, salvo eccezioni - e dalle relazioni conclusive
dei forum tematici di venerdì (immigrazione, agricoltura,
ambiente, lavoro, pace e guerra). Le questioni di fondo
rimangono tutte aperte, ma almeno domenica si è cominciato a
parlarne.
A partire dall'applauditissima Heidi Gaggio
Giuliani, la mamma di Carlo, tutti hanno sottolineato il
successo della manifestazione, al di là delle previsioni più
ottimistiche. L'ha fatto anche chi parlava di crisi fino a una
settimana fa, chi non voleva il corteo di Genova temendone il
fallimento. In decine di interventi si sono alternate proposte
e considerazioni sullo stato del movimento, ma sono venuti
fuori anche punti di vista molto diversi tra loro e polemiche
aspre. Tanto per cominciare sull'autocritica pronunciata
domenica da Luciano Violante, contestato in piazza Alimonda, e
da numerosi altri esponenti dei Ds e della sinistra moderata,
che un anno fa non erano a Genova e adesso si dicono pentiti
chiedendo a gran voce verità e giustizia: Raffaella Bolini
dell'Arci era molto soddisfatta, ma molti altri tra cui
Luciano Mulhbauer (Sincobas) hanno spiegato che non basta,
mentre Luca Casarini (Disobbedienti) ha tagliato corto
sostenendo che «la situazione deve essere proprio grave se si
preoccupa anche Violante, esperto di apparati e di come si fa
a mandare la gente in galera». E' chiaro che il rapporto con
l'Ulivo e le sue componenti ciascuno lo vede a suo
modo.
Per il resto Casarini ha puntato nuovamente sullo
«sciopero generalizzato» e sulla «ribellione», ha parlato
anche di «reti di sovversione»indicando chiaramente che i
Disobbedienti sono pronti a fare da sé. Le ex tute bianche
sono parse assai distanti da Vittorio Agnoletto, che invece ha
riproposto il tema dell'«assenza di un livello minimo di
organizzazione» del movimento nel suo insieme, dando
l'impressione di ricandidarsi all'infinito come portavoce
(anche se, ha spiegato egli stesso, «il portavoce unico è un
imbuto e chi fa l'imbuto rischia di sbagliare»). Dal canto
loro i Disobbedienti sono finiti nel mirino di Marco Bersani
di Attac, che li ha attaccati proprio sul tema
dell'autoreferenzialità, sul loro muoversi «con logiche
separate». Per i Disobbedienti ha risposto Anubi D'Avossa,
invitando a guardare al «secondo ciclo di lotte globali» e
sottolineando che la diversità delle pratiche politiche non
deve impedire, ad esempio, un rapporto unitario con la rete
Lilliput sulla cruciale questione dei centri di detenzione per
immigrati.
Quanto al portavoce, la verità è che nessuno
sembra più volerlo e il problema della rappresentanza rimane
aperto. Piero Bernocchi dei Cobas ha puntato l'indice sugli
intergruppi e sulla loro sovrapposizione ai Social forum, ma
ha parlato soprattutto del prossimo autunno e di come non
ripetere l'esperienza del 23 marzo e del 16 aprile, quando la
sua organizzazione andò per conto suo mentre il resto del
movimento cercò - e almeno il 23 trovò - un proprio spazio
nelle iniziative della Cgil sull'articolo 18. Secondo
Bernocchi il movimento rischia di ridursi a testimonianza se,
oltre ad affrontare i grandi temi della globalizzazione, non è
capace di contrastare in concreto il liberismo di casa nostra.
Di qui la sua proposta di scioperi unitari su due o tre temi
comuni a tutti (l'estensione dell'articolo 18, la difesa della
scuola e della sanità pubblica) e la richiesta alla Cgil di
riconoscere «pari dignità» al movimento. E' toccato a Sandra
Mecozzi della Fiom invitare a rinunciare alla gara delle
primogeniture e a guardare a ciò che unisce e non a ciò che
divide.
E' tornata anche l'eterna questione su violenza
e non violenza, riaperta da una lettera in cui padre Alez
Zanotelli ha scritto: «E' chiaro a tutti che lo scorso anno il
governo ha voluto infangare il movimento facendo contare
all'immaginario popolare che chi era a Genova era uno sfascia
vetrine», ma «non vuol dire che il movimento sia senza colpe:
penso che anche il movimento ha bisogno di fare l'autocritica
sul problema della violenza». Gli ha risposto Bersani di
Attac: «Il tema della violenza non è all'ordine del giorno e
non può essere agitato per giustificare posizioni distinte».
Più in generale, la questione della presenza dei cattolici è
sempre calda, ma l'assenza della rete Lilliput al corteo di
sabato non vuol certo dire che i ponti sono rotti. A Genova i
lillipuziani hanno organizzato il loro G8-amarcord in
solitudine con una settimana d'anticipo, ma il 20 luglio erano
in piazza Alimonda con tutti gli altri per ricordare Carlo
Giuliani.
L'apertura dell'assemblea è stata dedicata
alle relazioni sui forum tematici di venerdì, concretissimi
quelli su immigrazione e agricoltura. Sandro Mezzadra ha
parlato del Tavolo migranti come di un'esperienza fin qui
efficace per lavorare insieme come movimento, al di là delle
componenti, realizzando quel «luogo comune» che i Social forum
non riescono a rappresentare. La campagna contro la Bossi-Fini
si articolerà, da un lato, in un'inizativa mirata sui centri
di permanenza («l'aspetto segregazionistico»), dall'altro lato
in un percorso con le diverse organizzazioni sindacali nella
prospettiva di un autonomo protagonismo degli immigrati. E sui
temi dell'agricoltura, Gianni Fabris ha promosso un pacchetto
di campagne per la riforma della politica agricola
comunitaria, contro gli ogm e sui temi del lavoro contadino,
insistendo sulla necessità di un'iniziativa a largo spettro,
che non si limiti all'articolo 18 e alle questioni legate al
rapporto tra capitale e lavoro salariato: la privatizzazione
della natura e della vita - ha detto - sono aspetti
altrettanto essenziali delle politiche
neoliberiste.
Quel che si può fare a livello tematico,
settoriale, per il movimento nel suo complesso è ancora molto
difficile. La discussione è appena iniziata, il ritorno a
Genova è servito ad aprirla.