Il movimento che verrà Dopo il corteo dei 150 mila i no global hanno organizzato una grande assemblea a Genova. Si è discusso di metodi di lotta e ruolo dei portavoce, limiti dei Social forum e scioperi d'autunno, diritti dei migranti e ogm. Nonostante le divisioni, tutti hanno voglia di guardare avanti insieme
data: 23 Luglio 2002
autore: ALESSANDRO MANTOVANI
fonte: il manifesto

Una bella assemblea. Senz'altro la più bella degli ultimi tempi, quando il movimento faticava a ritrovare un filo e un linguaggio comuni. Erano più di mille, domenica, alla «plenaria» organizzata al teatro della Corte di Genova. Negli occhi luci e colori del corteo di sabato, la manifestazione dei centocinquantamila a un anno dal G8; nella testa i nodi da sciogliere per andare avanti, se possibile tutte insieme. Perché il movimento dei movimenti è vivo e l'ha dimostrato, invadendo pacificamente la città. Però non basta: rimangono sul tavolo i problemi emersi in questi mesi e intanto si affaccia la prospettiva di un autunno di lotte. A Genova c'era insomma da discutere dei Social forum e dei loro limiti, del rapporto tra una piazza piena e gli «stati maggiori», della vecchia storia della leadership e di ciò che il movimento può fare in un contesto dominato dal nuovo protagonismo della Cgil. Come al solito, si è parlato anche di violenza e non violenza. Ma è comunque sulle cose da fare che sono venuti i contributi migliori, a cominciare dagli interventi di numerosi Social forum locali - assai più vitali nelle realtà medio-piccole, salvo eccezioni - e dalle relazioni conclusive dei forum tematici di venerdì (immigrazione, agricoltura, ambiente, lavoro, pace e guerra). Le questioni di fondo rimangono tutte aperte, ma almeno domenica si è cominciato a parlarne.

A partire dall'applauditissima Heidi Gaggio Giuliani, la mamma di Carlo, tutti hanno sottolineato il successo della manifestazione, al di là delle previsioni più ottimistiche. L'ha fatto anche chi parlava di crisi fino a una settimana fa, chi non voleva il corteo di Genova temendone il fallimento. In decine di interventi si sono alternate proposte e considerazioni sullo stato del movimento, ma sono venuti fuori anche punti di vista molto diversi tra loro e polemiche aspre. Tanto per cominciare sull'autocritica pronunciata domenica da Luciano Violante, contestato in piazza Alimonda, e da numerosi altri esponenti dei Ds e della sinistra moderata, che un anno fa non erano a Genova e adesso si dicono pentiti chiedendo a gran voce verità e giustizia: Raffaella Bolini dell'Arci era molto soddisfatta, ma molti altri tra cui Luciano Mulhbauer (Sincobas) hanno spiegato che non basta, mentre Luca Casarini (Disobbedienti) ha tagliato corto sostenendo che «la situazione deve essere proprio grave se si preoccupa anche Violante, esperto di apparati e di come si fa a mandare la gente in galera». E' chiaro che il rapporto con l'Ulivo e le sue componenti ciascuno lo vede a suo modo.

Per il resto Casarini ha puntato nuovamente sullo «sciopero generalizzato» e sulla «ribellione», ha parlato anche di «reti di sovversione»indicando chiaramente che i Disobbedienti sono pronti a fare da sé. Le ex tute bianche sono parse assai distanti da Vittorio Agnoletto, che invece ha riproposto il tema dell'«assenza di un livello minimo di organizzazione» del movimento nel suo insieme, dando l'impressione di ricandidarsi all'infinito come portavoce (anche se, ha spiegato egli stesso, «il portavoce unico è un imbuto e chi fa l'imbuto rischia di sbagliare»). Dal canto loro i Disobbedienti sono finiti nel mirino di Marco Bersani di Attac, che li ha attaccati proprio sul tema dell'autoreferenzialità, sul loro muoversi «con logiche separate». Per i Disobbedienti ha risposto Anubi D'Avossa, invitando a guardare al «secondo ciclo di lotte globali» e sottolineando che la diversità delle pratiche politiche non deve impedire, ad esempio, un rapporto unitario con la rete Lilliput sulla cruciale questione dei centri di detenzione per immigrati.

Quanto al portavoce, la verità è che nessuno sembra più volerlo e il problema della rappresentanza rimane aperto. Piero Bernocchi dei Cobas ha puntato l'indice sugli intergruppi e sulla loro sovrapposizione ai Social forum, ma ha parlato soprattutto del prossimo autunno e di come non ripetere l'esperienza del 23 marzo e del 16 aprile, quando la sua organizzazione andò per conto suo mentre il resto del movimento cercò - e almeno il 23 trovò - un proprio spazio nelle iniziative della Cgil sull'articolo 18. Secondo Bernocchi il movimento rischia di ridursi a testimonianza se, oltre ad affrontare i grandi temi della globalizzazione, non è capace di contrastare in concreto il liberismo di casa nostra. Di qui la sua proposta di scioperi unitari su due o tre temi comuni a tutti (l'estensione dell'articolo 18, la difesa della scuola e della sanità pubblica) e la richiesta alla Cgil di riconoscere «pari dignità» al movimento. E' toccato a Sandra Mecozzi della Fiom invitare a rinunciare alla gara delle primogeniture e a guardare a ciò che unisce e non a ciò che divide.

E' tornata anche l'eterna questione su violenza e non violenza, riaperta da una lettera in cui padre Alez Zanotelli ha scritto: «E' chiaro a tutti che lo scorso anno il governo ha voluto infangare il movimento facendo contare all'immaginario popolare che chi era a Genova era uno sfascia vetrine», ma «non vuol dire che il movimento sia senza colpe: penso che anche il movimento ha bisogno di fare l'autocritica sul problema della violenza». Gli ha risposto Bersani di Attac: «Il tema della violenza non è all'ordine del giorno e non può essere agitato per giustificare posizioni distinte». Più in generale, la questione della presenza dei cattolici è sempre calda, ma l'assenza della rete Lilliput al corteo di sabato non vuol certo dire che i ponti sono rotti. A Genova i lillipuziani hanno organizzato il loro G8-amarcord in solitudine con una settimana d'anticipo, ma il 20 luglio erano in piazza Alimonda con tutti gli altri per ricordare Carlo Giuliani.

L'apertura dell'assemblea è stata dedicata alle relazioni sui forum tematici di venerdì, concretissimi quelli su immigrazione e agricoltura. Sandro Mezzadra ha parlato del Tavolo migranti come di un'esperienza fin qui efficace per lavorare insieme come movimento, al di là delle componenti, realizzando quel «luogo comune» che i Social forum non riescono a rappresentare. La campagna contro la Bossi-Fini si articolerà, da un lato, in un'inizativa mirata sui centri di permanenza («l'aspetto segregazionistico»), dall'altro lato in un percorso con le diverse organizzazioni sindacali nella prospettiva di un autonomo protagonismo degli immigrati. E sui temi dell'agricoltura, Gianni Fabris ha promosso un pacchetto di campagne per la riforma della politica agricola comunitaria, contro gli ogm e sui temi del lavoro contadino, insistendo sulla necessità di un'iniziativa a largo spettro, che non si limiti all'articolo 18 e alle questioni legate al rapporto tra capitale e lavoro salariato: la privatizzazione della natura e della vita - ha detto - sono aspetti altrettanto essenziali delle politiche neoliberiste.

Quel che si può fare a livello tematico, settoriale, per il movimento nel suo complesso è ancora molto difficile. La discussione è appena iniziata, il ritorno a Genova è servito ad aprirla.