Genova per noi, che respiriamo ancora l'odore acre
del fumogeno sparato e del manganello stampato sulla schiena
ricordiamo la stupefazione dolorosa; per noi che vedemmo in
poche ore la rabbia grigia e nera e lo scoramento come
caligine mischiarsi al sangue e colare sopra la folla
multicolore e festante; per noi Genova non sarà mai più
solamente la città portuale e industriale, l'antica marinara,
la città di Colombo e dei cantautori poeti. Per noi, la
maggior parte, che partimmo illusi e tornammo delusi, ma non
sconfitti, Genova significherà per sempre l'abuso di potere,
l'ingiustizia legalizzata, la barbarie di governo. Come disse
il premio nobel per la pace A. P. Esquivel «ciò che è legale
non è sempre giusto e ciò che è giusto non è sempre legale».
A
Genova si sottoscrisse questa verità col cinismo cieco di chi
ha paura della diversità, di razza o di opinione, con
l'arroganza bruta della forza che non sente ragione, con la
menzogna di chi, spenti gli ardori di violenza, cerca di
eludere la verità falsificando e inventando. Coloro che
storcono il naso sentendo parlare di «disobbedienti»
riflettano su questo, su quanto sia più raggelante sapere di
istituzioni e forze dell'ordine che inventano aggressioni e
sassaiole, approntano molotov ed escogitano spericolate
traiettorie balistiche (giochetti da ragazzi, peraltro,
rispetto agli «irrisolvibili» casi di bombe, aerei caduti,
terrorismi e periti informatici dal suicidio impossibile che
faranno la fortuna perenne degli editori di Misteri
d'Italia), rispetto a qualche salutare torta in faccia o
alla presa di possesso di uno dei tanti sprechi edilizi.
La
storia della civiltà è stata fatta dai grandi «disobbedienti»,
a partire da Socrate, Gesù Cristo, San Francesco, Galileo,
Bruno ecc. fino a quel H.D. Thoreau, padre della
«disobbedienza civile» moderna, che già nel 1839 fu
incarcerato per essersi rifiutato di finanziare la guerra di
aggressione Usa contro il Messico, vizio questo, assieme a
quello connesso degli «autoattentati giustificanti» che gli
americani sono ben lontani dallo smettere, tantomeno ora che
il crollo dell'Urss ha rotto gli argini che contenevano la
loro sete di potere.
Ritorno a Genova dunque, in
occasione del primo anniversario di «quei fatti», per
ricordare Carlo Giuliani, ragazzo che pagò con la vita per
aver alzato un estintore sopra la testa, mentre chi alzò e
abbassò i manganelli sopra le nostre teste, sopra donne e
ragazzini con le «mani bianche», chi ferì e umiliò, chi alzò
la voce protetto dalle uniformi e dai caschi, feroce con i
deboli e servo dei potenti, finora ha ricevuto solo promozioni
e immunità.
Oggi più che mai, in un mondo dove i
focolai di guerra coincidono in maniera imbarazzante con le
vie di accesso agli irrinunciabili traffici macroeconomici,
dove «popoli di troppo» insistono a voler sopravvivere; in un
mondo dove le mega multinazionali dopo aver spremuto anche la
buccia del limone, dopo aver millantato e rubato bilanci
crollano come castelli di carta, lasciando sul lastrico
milioni di piccoli risparmiatori; in un mondo dove pochi
grandi mangiano come tutti i piccoli e si riuniscono fingendo
paternalistiche donazioni e decidendo con quale guerra
spostare la catastrofe economica; in un mondo così tornare a
Genova sarà l'inizio di un appuntamento fisso dove la società
civile non si stancherà mai di gridare che «Un altro mondo è
possibile».
Tommaso Ulivieri è uno dei 23
querelanti trentini dopo i fatti di Genova