" Se un cieco ne guida un altro cadranno entrambi nel fosso"

 

Fonte: Congrega dei caparbi

Un giorno, noi sudditi del genovesato abbiamo appreso che, invece di qualche megalopoli globale, i sedicenti Grandi del mondo avevano scelto per darsi convegno questa cittaduzza in via di pensionamento, da poco dismessa dai potentati industriali che l'hanno desolata per quasi un secolo.

Di chiedere il nostro parere, nel vigente regime del silenzio-assenso, nessuno si sarebbe ovviamente sognato ma, anche se, per assurdo, lo si fosse fatto, non c'è partito rappresentativo di noi sudditi che avrebbe anche solo osato pensare di pronunciarsi contro le opportunità che la fabbricazione di un simile "evento" offriva, sia dal punto di vista materiale che morale; e, purtroppo, c'è da dubitare che un numero significativo di noi stessi avrebbe avuto la semplice dignità di opporre un diniego reciso, dato che i più attivi nel far mostra di essere "cittadini" esigenti di fronte ai presunti "eccessi" del potere dei "Grandi" si guardano bene dal rifiutare i "vantaggi" materiali dell'incontro - prendendolo per quello che è: un insulto - tanto da elemosinare mezzi e denari dagli Stati che lo organizzano per figurarvi come "contestatori" ufficiali.

Per allestire in pompa magna lo scenario adatto al poco memorabile convegno, infatti, una (questa sì) memorabile quantità di moneta sonante è piovuta sul piccolo notabilato dei funzionari locali, quasi increduli per l'onore di poter comparire nel codazzo dei "Grandi", e sulle loro fameliche trasversali clientele: imprenditori e artigiani, tavernieri e mercanti, ruffiani e tagliaborse di ogni risma si sono ripromessi ricchi introiti dal convergere da ogni dove di molte migliaia di dignitari, araldi dei media, famigli, scherani, spie e buffoni di corte, mentre alla massa di noi sudditi qualunque, cui non è toccata nemmeno qualche briciola, è riservata, come in quel medioevo che ci appare così stranamente vicino, la grande soddisfazione morale di partecipare visivamente e col cuore alla "grandezza" miracolosa di coloro che si presentano insieme come i proprietari del mondo.

E' vero che quei due o tre giorni di trasfiguratrice gloria spettacolare per "la città" sono stati espiati e smentiti in anticipo per più di un anno in mille prosaici dettagli di piccolo e squallido imbarazzo quotidiano.

E' vero che la città intera è stata sconvolta, resa impercorribile e irriconoscibile da sempre nuovi cantieri, come era già successo per le Colombiane e come succederà immediatamente dopo in vista del 2004 e degli altri innumerevoli "eventi" puramente contabili che il neocalendario delle ricorrenze programmate imporrà: un futuro già completamente prenotato dalle celebrazioni del già accaduto per non lasciare alcuno spazio alla fecondità dell'imprevisto, da un lato, e un cantiere di ristrutturazione generalizzato e permanente, dall'altro, sembrano gli unici veri ideali a proposito dell'uso dello spazio e del tempo capaci di raccogliere l'unanimità degli interessi autorizzati.

E' vero che i più pignoli denigratori della modernità, ancora irrazionalmente attaccati alla conoscenza di qualche aspetto concreto, hanno notato, ad esempio, che si approfittava dei lavori "straordinari", che hanno definitivamente rimpiazzato la poco redditizia manutenzione ordinaria, per segare alberi monumentali ma poco scenografici e sostituirli con qualche arbusto da parata, o per rimpiazzare le pietre di porfido della pavimentazione stradale con arenarie friabili che promettono una breve durata: che insomma, erano ancora una volta i centri storici della nostra città, a venir rifatti, surrogati con altri, quasi "autentici", come accade più in generale per la nostra vita.

E' vero che la mira dichiarata di queste mirabolanti ristrutturazioni, e il risultato già in via di raggiungimento nei loro mezzi stessi, è quello di trasformare noi sudditi "nativi" in turisti interni, in spettatori paganti della propria stessa città, resa estranea come tutto il resto: ben presto nessuno potrà più riconoscere neanche lontanamente i luoghi della propria infanzia e il noto paradosso, per cui la città restava sempre quella mentre quel tempo della nostra vita era perduto, cesserà di rendere pericolosamente acuto il nostro sguardo, uniformandolo alla cecità di colui per cui si organizza ovunque l'esotico pittoresco.

Ma perché adombrarsi per questo? Non è forse ciò che è già accaduto e che accade regolarmente a proposito di tanti altri momenti, meno eccezionali ed eclatanti, della nostra vita, nei quali lasciamo continuamente fare senza opporci?

Se da decenni ormai abbiamo rinunciato in maniera così vistosamente impressionante a voler essere protagonisti nelle piccole e grandi scelte che riguardano la nostra vita in comune, perché improvvisamente si presume che dovrebbe scuoterci da tanta apatia il protagonismo degli Otto, ben più appariscente che reale?

Non sarà mica una specie di consolatorio punto d'onore? L'eccezionalità dell'occasione non sarà per caso anche quella della protesta, la riconferma della regola dell'acquiescenza estrema nella vita di tutti i giorni? Un po' come i discorsi incendiari nei comizi della domenica davano ai nostri bisnonni socialisti modo di sentirsi riscattati dal grigio conformismo dell'adesione quotidiana al "progresso" tecnico-industriale? (Con la differenza però che di quelle loro forme di comunicazione almeno i nostri bisnonni avevano il controllo…)

Così alcuni sudditi si mettono addirittura inopinatamente a pretendere che i "Grandi" li starebbero privando della propria "sovranità". Ora, quando si è, come noi, salariati, teleutenti, elettori, assicurati, consumatori, pazienti della sanità, eccetera, occorre una capacità di autoaccecamento consolatorio veramente straordinaria per immaginarsi in qualche modo "sovrani" ma, soprattutto, occorre avere introiettato un servilismo e una mancanza di dignità senza fondo per desiderare di esserlo.

Proprio aver riadattato questo consunto, ridicolo e vergognoso costume di scena mitologico della sovranità dei re sulla figura del "cittadino" degli stati nazionali, invece di gettarlo alle ortiche, è stato il vero fallimento dei tentativi rivoluzionari moderni dei nostri antenati di creare uno spazio della libertà pubblica. Oggi la sovranità appare ormai immediatamente una vacua pretesa ideologica che squalificherebbe in partenza ogni nuovo tentativo in tal senso, perché è palesemente incompatibile con la pluralità degli essere umani, che non possono agire liberamente né quando comandano né quando sono comandati: dove essa incomincia finisce ogni possibilità di res publica e ha inizio il dominio irresponsabile di qualche apparato.

I risentiti impotenti, che amano credersi "sovrani" appunto finché possono identificarsi con un qualche apparato immaginato come potente, sono lo stesso tipo di suddito mistificato che è disposto a prendere per "federalismo" l'attuale proliferazione di apparati sovra e sottostatali, che sembrano sottrarre sostanza agli Stati nazionali mentre, rimanendo al di sopra di qualsiasi controllo effettivo delle persone comuni, non sono che ripugnanti metastasi di essa.XX Nella panoplia di armi senza manico cui manca anche la lama del suddito che, nelle grandi occasioni, si finge "cittadino sovrano", non può mancare l'ambiguo appello ad una "autodeterminazione dei popoli" che si riferisce per lo più alla presunta "volontà generale" di qualche supposta "etnia" (pseudoconcetto di origine eurocentrica e razzista) e che si caratterizza soprattutto per non contemplare mai l'"autodeterminazione" reale degli individui e dei gruppi concretamente esistenti di cui tali "popoli" si compongono; e, prima di tutto, la loro eventuale determinazione a non considerarsene parte.

Chi parla di autodeterminazione senza riferirsi tanto per cominciare alla propria, chi non respinge innanzitutto e ovunque la pretesa onnipresente di mettere il destino e l'autonomia degli individui concreti al servizio di qualche collettività considerata come un tutto "naturale" che non si può discutere, è in realtà un moderno fanatico della sottomissione che ha in bocca solo cadaveri. Anche se il dominio personale più brutale ha riportato sotto i suoi racket larghi strati della realtà sociale, se i bei giorni dello schiavismo stanno tornando e se attraverso le nuovissime antenne le vecchie sciocchezze di ogni oscurantismo dilagano in ogni minimo spazio prima al riparo, il potere non ha rinunciato a quella caratteristica essenziale della sua modernità che consiste nell'organizzare esso stesso la vuota discussione sullo spettacolo di ciò che fanno i proprietari del mondo. Proprio mentre a noi sudditi del sordido neovillaggio globale viene fatto rivivere qualcosa dell'atmosfera che doveva circondare i convegni dei grandi feudatari e dei monarchi assoluti, gli incontri come quello di Genova non possono al contempo non tentare di farci credere che ci troviamo invece piuttosto in quel mondo euroamericano degli albori della contemporaneità in cui alcuni popoli politicamente organizzati vedevano nei governanti che si erano scelti delle guide che li conducevano per mano, in maniera più o meno razionale rispetto agli scopi ritenuti comuni e sulla base della conoscenza e della comprensione storica degli eventi trascorsi.

In realtà, dietro a ognuno degli otto "Grandi" che si ritiene si riuniscano per ponderare gravemente i futuri destini del mondo, da molto tempo non ci sono che irresponsabili "trust di cervelli" di tecnici e specialisti che, nonostante il nome, non pensano affatto - non è questa un'attività che si possa affidare a dei computer…. - ma fanno piuttosto dei calcoli in base alle conseguenze calcolabili di intere costellazioni di ipotesi (i cosiddetti "scenari" ), senza essere minimamente in grado di sottoporle a verifica. Del resto, ciò che all'inizio di queste costruzioni di "scenari" assistite da computer appare ancora come semplice ipotesi, dopo poco si ritrova già trasformato in un "fatto", che dà origine a intere sfilze di analoghi non-fatti, facendo dimenticare il carattere speculativo del tutto. Tutta questa futurologia di Stato (in cui non può mancare mai nemmeno il concorso degli astrologi con i loro oroscopi) ha su coloro stessi che la concepiscono, prima ancora che su di noi sudditi sui quali i media ne riversano i cascami giudicati opportuni, un effetto essenzialmente ipnotico, che finisce di assopire ogni residuo senso della realtà e lo stesso semplice senso comune.

All'ombra di questo declino progressivo del potere, che la spettacolarità delle assise come quella di Genova dovrebbe mascherare, il predominio del mondo degli affari e della sua logica ha mandato in rovina i "popoli" come corpi politici organizzati non recentemente ma più di un secolo fa, anche se le élite dei paesi ex-coloniali, giocando sulla confusione tra libertà dalla dominazione coloniale e instaurazione del potere irresponsabile di un apparato statale autoctono, hanno prolungato le illusioni al riguardo nel corso del novecento. Oggi ovunque la speculazione, che è diventata la parte principale di ogni proprietà, "si governa pressoché da sola, a seconda delle preponderanze locali, attorno alle Borse, agli Stati, alle Mafie che si federano tutti in una specie di democrazia delle élite speculative" (Debord). I profittatori di ogni genere che sono ammessi a farne parte possono badare soltanto a riempirsi le tasche in gran fretta, dato che difficilmente potrebbero credere davvero all'avvenire prospettato dai cangianti "scenari" abborracciati per loro.

Eppure, a giudicare dalle più o meno costumate rimostranze di chi rimprovera agli Otto di governare la Terra usurpando i poteri pubblici delle Nazioni, sembrerebbe che la finzione del mondo dell'altroieri regga ancora. Ma imputare l'andamento catastrofico del pianeta a decisioni lucidamente malevole e perversamente razionali di tipo imperiale non sarà un modo paradossalmente ottimistico di autoilludersi sulle capacità dei decisori attuali, per non prendere atto che la loro incapacità di percepire la portata storica delle proprie decisioni è gravida di ben più minacciose conseguenze? La certezza che non esiste al mondo alcuna istanza politica, né nazionale né sovranazionale, che sia in grado non si dice di pianificare la regressione e la decomposizione storica in corso, ma nemmeno di introdurvi ex-post qualche barlume di parziale razionalità: ecco un pensiero perturbante non può non insinuarsi nei momenti di stanchezza del chiacchiericcio globale, per quanti sforzi congiunti facciano gli Otto per apparire previdenti reggitori del governo delle genti, le Organizzazioni Non Governative e i contestatori autorizzati per soccorrerli nelle loro dimenticanze e manchevolezze con i propri buoni uffici, e infine noi, comuni sudditi, per convincerci che le cose non sono poi così gravi, che in un modo o nell'altro finiranno per aggiustarsi da sole e che le sventure di oggi portano i germi della felicità di domani.

E' per esorcizzare questi pensieri che si è formata questa sorta di unanimità nel fare "come se", in cui tutti avrebbero paura di passare per "ingenui" se ponessero le questioni in modo realistico: sull'onda della mescolanza di virtuale e di reale nelle pratiche economiche e culturali attuali, che ricorda il famoso pâté di carne di allodola (dosi: un cavallo per un'allodola) si fa come se la crescita illimitata potesse essere durevole e generalizzata e l'aumento del prodotto lordo salvasse posti di lavoro, come se il debito potesse essere rimborsato oppure si potesse indefinitamente ripianarlo ricorrendo ad altri debiti, come se lo scatenamento della predazione generalizzata di ognuno per sé realizzasse magicamente il bene di tutti, oppure dopo averla scatenata la si potesse controllare, tassare, addomesticare, come se la terra promessa dello "sviluppo" economico come abbondanza diffusa di merci - pur se invero povere e deludenti - non si fosse rivelata l'eccezione, che può generalizzarsi alla maggior parte del mondo come regola solo in forma di astratta e severa logica mercantile che distrugge ricchezze culturali, rapporti sociali e beni naturali trasformandoli in merci false, rare e costose, oppure come se ci si potesse appellare a uno sviluppo economico "vero" buono, duraturo e sostenibile contro quello "falso" che ha tradito i suoi fedeli.

Questo regno unanimistico del "come se", questo gigantesco simulacro in cui tutti, discutendo aspramente, "comunicano", ha un nome: globalizzazione, un trompe l'oeil in cui la verosimiglianza è sufficiente a sospendere la questione della realtà e il cui valore strategico sta quindi principalmente nell'assuefarci a vivere nell'indifferenza al reale, adagiati nella perdita del senso della realtà e nella rinuncia al giudizio.

I dirigenti degli otto paesi più industrializzati del mondo possono anche soddisfarsi del fatto che il lato materiale della catastrofe rimanga per il momento confinato per lo più nelle immense "periferie" del mondo, mentre noi sudditi delle cittadelle economiche ne viviamo separatamente soprattutto il lato culturale e simbolico; ma, per quanto noi sudditi siamo decisi a essere del nostro tempo nella strenua volontà di autoinganno, per quanto affettivamente attaccati alle nostre alienazioni più che alla stessa vita (le recenti rivelazioni sulla programmazione dell'avvelenamento industriale dei cibi non hanno sollevato che mezze preoccupazioni semipubbliche ansiose di prendere per buone prime finte "precauzioni" governative), siamo non di meno condannati a una tormentosa irrequietudine perché, nonostante tutto, qualche involontaria intuizione della realtà trapela alla nostra coscienza, malgrado la decisione irremovibile di non decidere mai di nulla ci induca a una sfiducia preventiva nelle nostre intuizioni.

L'occhio del ciclone planetario in cui tutto è innaturalmente calmo ed eccessivamente immobile è infatti questa nostra apatia assoluta; il motivo della inedita sterilità che l'attuale decomposizione storica presenta nell'area dove la storia è nata sta nella nostra rinuncia a osare creare qualcosa autonomamente, rompendo il bisogno di sentirsi autorizzati per difendere davvero i propri punti di vista.

La rassegnazione all'assenza di creatività storica che le rivoluzioni moderne fino al '68 avevano profondamente scosso e delegittimato, controbilanciando e tenendo a freno le forze del dominio che si raccoglievano attorno all'espansionismo dell'economia industriale, l'ultimo terzo di secolo l'ha ristabilita come norma che va da sé, determinando un crollo storico senza nome.

E' questo sprofondamento delle nostre capacità, non solo di opporci e di resistere ma soprattutto di prendere iniziative autonome dal dominio, che ha aperto la strada a una nuova fase di espropriazione e di oppressione, a un nuovo regime sociale predatore ancora più rozzo, brutale e "primitivo" di un capitalismo ottocentesco senza rivoluzione francese. La distruzione progressiva del plurimillenario processo di umanizzazione da parte della moderna "razionalità" economica, che fu intrapresa allora con l'imposizione del lavoro salariato e via via intensificata con l'industrializzazione dell'agricoltura, della cultura e del tempo libero, ha fatto passi da gigante da quando non si trova più di fronte a contrastarla la tendenza storica degli assoggettati a creare lo spazio della libertà istituendo il potere comune sul destino della vita associata, e può mirare oggi direttamente a completare la distruzione dell'ambiente e dell'esistenza umana attraverso la colonizzazione, l'artificializzazione e la sterilizzazione della stessa vita biologica. L'ambizione delle necrotecnologie non è nulla di meno che familiarizzarci a convivere simbioticamente con la morte. Il necessario bombardamento a tappeto dei geni, come quello dei territori e quello delle menti richiedono e, come per armonia prestabilita, determinano uno stato d'eccezione permanente, mentre mirabilmente ci educano a questa nuova regola.

In questo quadro una non secondaria utilità che il dominio può ripromettersi dall'allestimento farraginoso quanto costoso di grandi happening come il G8 e simili non sta forse proprio nel saggiare la nostra difficilmente sondabile passività di sudditi nelle continue emergenze, cui già ci espone l'ininterrotta serie di catastrofi ecologiche, sanitarie, alimentari, ecc.? La messa a soqquadro di intere città al di fuori di ogni normale procedura, il freddo annuncio di misure eccezionali di ordine pubblico, quali solo la Gestapo si permetteva, per combattere misteriosi quanto diabolici terroristi, sembrano obbedire alla logica di progressivi ballon d'essai per vedere fino a che punto ci si può spingere nella vessazione e nella provocazione esasperata, senza che noi sudditi siamo spinti a reagire direttamente, addestrandoci allo stesso tempo a sopravvivere "responsabilmente" nelle situazioni crisi. Dato però che la passività assoluta non è auspicabile per il potere, perché la mancanza di qualunque reazione non gli segnala più le linee di frattura potenzialmente pericolose, la creazione di queste situazioni provocatorie è utile anche a far emergere moti di rispettosa doglianza, che possono spingersi fino alla forma di conflitti addomesticati, mimati per procura da appositi specialisti autoselezionatisi fra coloro che accettano di recitare la parte di "cittadini" della democrazia spettacolare.

Cessare di sprecare le proprie energie nelle vacue diatribe senza effetto a proposito delle derisorie similscelte che quest'ultima propone, abbandonandone il soliloquio a più voci ai suoi mestieranti; smettere di rincorrere, per timore di perdere delle occasioni, gli "eventi" sostanzialmente mass-mediatici che essa instancabilmente allestisce per occupare in anticipo il tempo e lo spazio da cui potrebbe sorgere l'inatteso (sarebbero mai nati il Sessantotto o il Settantasette se si fosse provveduto a concentrare in anticipo ogni attenzione su qualche "epocale" kermesse di questo genere?): strapparvi un ruolo di comprimari non può che ribadire la propria incapacità di creare eventi reali; evitare di andarsi a cacciare, caricando a testa bassa, in tutti i trabocchetti dei ruoli che essa prescrive: sono solo alcune delle precondizioni minime per cercare con qualche lucidità una via d'uscita che oggi appare più lontana e più difficile che mai, sospesa com'è alla lenta riconquista e reinvenzione di una autonomia a trecentosessanta gradi da tutte le principali usanze e credenze di questa società.

Congrega dei caparbi