L'ultimo messaggio Sms risale alle 21.30 circa
dell'altra sera, poche ore prima dell'arresto. Recitava
pressappoco così: «Ore 5 picchetto con gli operai Fiat a
Pomigliano». Firmato: l'anonimo e virtuale 4451, portavoce
elettronico dei Disobbedienti del sud; destinatari:
giornalisti e attivisti invitati a partecipare all'azione. Era
lo stratagemma adottato dai Disobbedienti per rendere note le
loro iniziative dopo la decisione della Rete No global di
abolire la figura del portavoce e di sfuggire alla
personalizzazione del movimento. Mai il suo autore (o uno
degli autori) avrebbe pensato che poche ore dopo la Digos di
Benevento sarebbe andato a prelevarlo nell'abitazione della
fidanzata per trasferirlo nel carcere di massima sicurezza di
Trani. Così, insieme a Francesco Caruso sono stati sequestrati
lo striscione che i Disobbedienti avrebbero dovuto srotolare
davanti ai cancelli della Fiat e alcuni manifesti della
manifestazione nazionale contro la Bossi-Fini e i centri di
detenzione temporanea per immigrati convocata a Torino per il
prossimo 30 novembre. Nello stesso momento, in diverse città
del Sud (Napoli, Catanzaro, Cosenza, Diamante, Lecce, Reggio
Calabria, Taranto, Vibo Valentia) scattava il blitz del Ros
dei carabinieri e della Digos. Uomini mascherati che hanno
fatto irruzione nelle case, perquisito e sequestrato di tutto,
anche libri e innocui volantini. E con perquisizioni anche
nelle sedi del centro sociale Filo Rosso, all'interno
dell'università di Cosenza (che è stato letteralmente
smantellato, saccheggiato e sigillato) e del collettivo
universitario dell'Istituto Orientale di Napoli.
Il
blitz è cominciato all'1,30 di ieri mattina. Gli agenti sono
andati sul sicuro, cogliendo di sorpresa gli accusati nelle
proprie abitazioni. Tutti tranne Lucia Francioso, 27 anni, di
Taranto, fuori casa in vacanza e subito rientrata per paura di
essere considerata latitante.
«Ho ricevuto la prima
telefonata all'1,40», spiega Simonetta Crisci, avvocato
difensore di alcuni degli arrestati. Era il tarantino
Salvatore Stasi, 48 anni. Da quel momento, notte insonne per
legali, attivisti, amici e parenti degli accusati. Tra questi
tre giornalisti e alcuni attivisti già picchiati nella caserma
di Bolzaneto durante il G8. Come appunto Lucia Francioso, che
insieme ai suoi compagni tarantini era stata prelevata dal
campeggio in cui alloggiava e portata a Bolzaneto, la mattina
del 21 luglio del 2001, senza aver nemmeno preso parte al
corteo genovese contro il G8. In seguito, aveva denunciato le
violenze subìte in caserma, identificando anche uno dei
presunti torturatori, un agente tarantino.
Ma il grosso
dell'operazione è avvenuto a Cosenza, con decine di
perquisizioni, finanche all'interno dell'università. Anche lì
l'operazione è scattata attorno all'1,30, ed è durata fino
alle 8 del mattino, quando sono stati presi di mira il centro
sociale Filo Rosso e il dipartimento di Sociologia
dell'università, dove due degli arrestati, Anna Curcio e
Antonino Campennì, lavoravano come ricercatori. Nel
dipartimento sono stati sequestrati anche i computer, di
proprietà dell'ateneo.
Uno degli indagati è finito in
manette per via di una modica quantità di marijuana, mentre ad
Antonino Campennì, 37 anni, di Parghelia (Vibo Valentia),
hanno perquisito oltre che la casa propria, anche quella della
fidanzata e del padre. A Cosenza risiedono anche una ventina
degli indagati. Siamo riusciti a raggiungere uno di loro,
Francesco: «Hanno fatto irruzione incappucciati e hanno
sequestrato computer, cd, libri che facevano riferimento a
Genova. Tutta roba che si può trovare in qualsiasi abitazione.
Ad alcuni di noi hanno addirittura sfondato le porte di casa,
mentre il centro sociale Filo Rosso, all'interno
dell'università, è invece stato saccheggiato e sigillato, di
modo che non possiamo nemmeno entrare per vedere cosa è stato
portato via».
Ad Anna Curcio, ricercatrice
universitaria e collaboratrice della locale Radio Ciroma, sono
invece state imputate le radiocronache genovesi per il
circuito di Radio Gap. Giornalisti cosentini sono anche una
delle figure chiave dell'inchiesta, Francesco Cirillo, 52
anni, di Diamante e Claudio Dionesalvi, 31 anni. Il primo è un
personaggio abbastanza noto negli ambienti della sinistra
calabrese: giornalista del "Domani della Calabria", ex
editore e titolare di una libreria, iscritto a Rifondazione
comunista, è considerato più un intellettuale che un attivista
«di movimento». Con lui è finito agli arresti domiciliari il
figlio Emiliano, 23 anni, che era rientrato per fargli visita
da Monterotondo (Roma), dove lavora da qualche tempo. La sua
compagna Lidia Azzarita, 29 anni, è stata invece fermata a
Napoli, dove vive, insieme al fratello Marco, portato in
caserma e poi rilasciato.
E' proprio lui a raccontare
la dinamica dell'arresto, avvenuto a pochi metri dalla sede
dei Cobas, nei pressi di piazza del Gesù: «Sono arrivati verso
l'1,30. Erano agenti del Ros, in borghese e con il
passamontagna. Hanno perquisito la casa portando via libri e
volantini. Poi ci hanno trasferiti in caserma, dove hanno
notificato l'ordinanza di custodia cautelare a mia sorella»,
che già aveva subìto una perquisizione prima del G8 di Genova.
Dionesalvi scrive invece per "Il Quotidiano di Calabria"
e con Cirillo aveva partecipato, come attivista, sia alla
manifestazione del 17 marzo del 2001 a Napoli contro il Global
forum che al Forum sociale di Firenze. Come loro avevano fatto
tutti gli arrestati, presenti anche, con la rete del Sud
ribelle e la Rete no global campana, alla manifestazione
contro la base Usa di Camp Darby del 6 novembre.
A quel
corteo non c'erano invece i Disobbedienti e Francesco Caruso,
dopo che la creazione del Laboratorio meridionale della
disobbedienza sociale aveva portato a una frattura sia
all'interno della Rete No global che con quella del Sud
ribelle. Al punto che i Disobbedienti non avevano aderito
nemmeno alla manifestazione di Camp Darby, alla quale
partecipava invece la Rete No global e il movimento dei
disoccupati organizzati di Acerra.
La decisione di
costituire i disobbedienti del sud era scaturita da
un'assemblea durante il campeggio dei Giovani comunisti a
Policastro (Salerno), lo scorso settembre. Anche approfittando
dell'assenza dei militanti del Sud ribelle (Cobas e centri
sociali dell'area antagonista meridionale), impegnati in un
presidio a Bari contro la Fiera del Levante.
E' solo
così che si spiega lo stupore di Francesco Caruso, ieri notte,
quando ha intravisto i nomi dei compagni d'accusa, dai quali
lo divide politicamente lo strappo di Genova prima, con il Sud
ribelle finito in Piazza da Novi insieme ai Cobas e il resto
con i Disobbedienti allo stadio Carlini, e quello di
quest'estate poi. Caruso è stato arrestato in casa della
fidanzata a Fisciano, a due passi dall'Università di Salerno,
dove la ragazza studia Scienza delle comunicazioni.
E'
lei a raccontarci le fasi dell'arresto: «Sono arrivati verso
l'1,30. Erano cinque agenti della Digos di Benevento che
conosciamo molto bene. Hanno detto a Francesco `devi venire,
devi venire', ma senza specificare dove e senza mostrare il
mandato di cattura né i capi d'accusa. Lui si è vestito e
preparato a seguirli, il clima era abbastanza disteso anche
perché gli agenti ci conoscevano, e Francesco ha addirittura
scherzato con loro dicendo `meglio a me che ad altri'. Si è
sorpreso solo quando ha visto i nomi degli altri accusati, che
ha solo frequentato in qualche assemblea. Comunque gli agenti
hanno cercato di tranquillizzarlo e non hanno neppure
perquisito la casa».
Quella che è stata perquisita è
invece l'auto di Caruso, che solo poche ore dopo sarebbe
dovuto andare a Pomigliano d'Arco. E più tardi la casa dei
genitori a Benevento, che nel frattempo erano stati avvertiti.
Immediatamente sono stati avvisati anche don Vitaliano della
Sala, che di Caruso è molto amico, i ragazzi del centro
sociale Depistaggio di Benevento e quelli dello Ska di Napoli,
che si sono precipitati in Questura senza però riuscire a
incontrarlo. Anzi, «non ci siamo nemmeno accorti che l'avevano
portato via da lì».
Prima di finire in cella Caruso è
riuscito a far chiamare il suo avvocato, il parlamentare del
Prc Giovanni Russo Spena, che è anche l'ultima persona che è
riuscito a sentirlo prima del trasferimento in carcere. E che
spiega come, prima di riattaccare la cornetta, abbia chiesto a
compagni e amici di non lasciarlo solo. In giornata, messaggi
dal carcere sono arrivati tramite un cappellano, don Angelo
Cassano, e il parlamentare del Prc Niki Vendola, secondo i
quali tra gli arrestati quello in migliori condizioni
psicologiche sarebbe proprio
Caruso.