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Giovanni Sartori sul "Corriere della Sera"
del 25 maggio ed Eugenio Scalfari su
"Repubblica" del 27 maggio discutono il
conflitto d'interessi rappresentato dalle
televisioni di Berlusconi, il problema che
avvelena la nostra vita politica. Sia Sartori
che Scalfari indicano in una vendita genuina
la via di uscita; Sartori suggerisce la
ripartizione di Mediaset in tre aziende
distinte per facilitarne la vendita; Scalfari
si appella al Capo dello Stato per impedire
che Berlusconi ottenga il monopolio totale
della televisione, assicurando in qualche
modo l'indipendenza delle reti pubbliche.
Entrambi si preoccupano che il Cavalieri
inventi qualche espediente per presentare una
soluzione solo formalmente valida nel caso
del "blind trust" è una soluzione addirittura
ridicola. La diffidenza è doverosa. Sono
d'accordo sulla vendita piena genuina di
Mediaset. C'è tuttavia una questione
preliminare.
Le televisioni, che si basano su concessioni
pubbliche, avrebbero portato con sé
l'ineleggibilità non solo di Berlusconi ma
anche dei suoi principali collaboratori, fra
cui Dell'Utri.
Aveva ragione Confalonieri
quando dichiarò (Repubblica, 25 giugno 2000)
che l'unica soluzione è l'ineleggibilità;
aggiunse però che l'Italia non è né
l'Inghilterra, con la sua lunga tradizione
liberaldemocratica, né l'America, che ha una
tradizione simile ed in più la legge Sherman:
noi siamo l'Italia e dobbiamo accontentarci
di molto meno pressoché di nulla. Vero, siamo
diversi, replicai (Repubblica, 9 luglio
2000), ma proprio questo è il punto: non
siamo un paese normale, cioè civile, ma
dobbiamo metterci sulla strada per
diventarlo. C'è una legge che già stabilisce
l'ineleggibilità per i titolari di
concessioni pubbliche e per i suoi
collaboratori ed è del 1957. Nel 1996
Cimiotta, Galante Garrone, Pizzorusso, Bozzi,
Flores d'Arcais, Giolitti, Laterza ed io
costituimmo un gruppo di pressione per far
rispettare quella legge nei riguardi sia di
Berlusconi che di Cecchi Gori: non ci
riuscimmo e la giunta per le elezioni prese
per buono un miserabile cavillo che D'Alema
poco tempo fa ha pudicamente definito «una
finzione».
La legge però resta e questa volta
i ds hanno una posizione diversa nella giunta
allora votarono col Polo e noi torniamo alla
carica. Allora i ricorsi degli interessati
furono pochissimi, oggi sono diverse decine;
allora l'Europa se ne infischiava e la Corte
di Strasburgo respinse il ricorso che
presentammo invocando il principio dello
«stato di diritto» secondo cui deve sempre
esserci la possibilità di appellarsi contro
una decisione lesiva dei diritti dell'uomo.
Oggi, con la nuova posizione dei ds, i
numerosi ricorsi e il mutato atteggiamento
dell'Europa, le prospettive non sono oscure,
neanche per il ricorso a Strasburgo, che noi
ripresenteremmo se la giunta per le elezioni
, a maggioranza di centrodestra, dovesse
accogliere il vecchio cavillo. Pizzorusso
c'informa che recentemente la Corte ha
accolto un ricorso in materia elettorale
riguardante la Gran Bretagna che potrebbe
costituire un precedente a noi favorevole.
E non c'è solo Mediaset, che certo
rappresenta il più grave dei conflitti
d'interessi, che non si ferma alle
televisioni, ma, attraverso la pubblicità
investe anche altri importanti settori una
bella fetta delle entrate pubblicitarie
provengono dai diversi beni di consumo, dalle
automobili e dai telefonini. C'è anche
Mediolanum: può Berlusconi introdurre in modo
credibile uno schema di pensioni private, si
chiede il Financial Times del 10 maggio, dato
che controlla Mediolanum, che provvede ogni
sorta di servizi finanziari?
E ci sono Mondadori ed Einaudi, un conflitto
potenziale che anche di recente, in vista
dell'ascesa al potere di Berlusconi, ha
creato fra gli editori un allarme di cui
sulla Stampa si è fatto interprete Giuseppe
Laterza in occasione della Fiera del libro.
L'elenco dei conflitti d'interessi è
impressionante. Forse la speranza sta nel
ricorso a Strasburgo, che questa volta
potrebbe avere il sostegno dell'Europa
intera.
Il 70% delle materie economiche sono regolate
oramai da norme e da direttive dell'Unione
europea, cosicché i conflitti d'interessi
coinvolgono l'Europa e non solo l'Italia lo
mette in evidenza anche Ilvo Diamanti sul
Sole24ore del 27 maggio, con riferimento però
soltanto al conflitto Mediaset.
Per i molteplici conflitti, per il programma
ultrademagogico tagliare le tasse e
accrescere le spese e per il violento
contrasto con la prassi vigente negli altri
paesi europei, in passato seguita anche da
noi, secondo cui gli indagati si mettono da
parte e non vanno in Parlamento e tanto meno
entrano nel governo: per questi tre motivi
l'Europa si è svegliata, tardi, ma meglio
tardi che mai, e sono piovute le critiche
dalla stampa e da autorevoli politici. Questi
sono dunque i motivi delle critiche durissime
e non quelli addotti dai difensori del
Cavaliere, che evidentemente hanno
scarsissima stima dell'intelligenza dei loro
concittadini nefasta influenza degli
intellettuali e dei politici di sinistra su
prestigiosi organi di stampa europei,
desiderio di mettere in difficoltà un
pericoloso concorrente per tacere degli
insulti, come «spazzatura», cui si ricorre
quando non si trova neppure uno straccio di
argomento per replicare.
Guardiamo in faccia
la dura realtà: non sono a rischio solo
Berlusconi e il suo governo prossimo venturo;
è in gioco il comune interesse europeo, sono
a rischio l'Eurolandia e l'euro, dato che
l'Italia rappresenta quasi un quinto del Pil
europeo. Questa non è la congettura di un
pessimista: è un rischio reale, denunciato
senza mezzi termini da responsabili politici
europei.
È vero: Renato Ruggiero ministro degli Esteri
fornisce una garanzia. Ma che può fare un
garante , o un tutore, entrato a dispetto dei
soci del Cavaliere, amareggiati e delusi, di
fronte a quella sfilza di conflitti
d'interessi di rilevanza europea e non solo
italiana? Non lo so, ma non sono ottimista.
Gli innumerevoli conflitti d'interesse
rappresentano un macigno sulla strada delle
politica europea dell'Italia,
indipendentemente dalla buona volontà e dalla
competenza di singoli ministri.
L'Europa era uno dei punti del nostro
appello. Fra gli altri c'era la riforma della
prima parte della Costituzione, in cui è
sancita la libertà di stampa e la
subordinazione del potere giudiziario al
potere politico.
Siamo stati sgridati per i toni, ma i nostri
critici, nella foga del rimprovero, si sono
dimenticati di rispondere ai nostri quesiti,
pur vitali per chi dice di voler difendere i
principi liberaldemocratici. Pochi giorni fa
la Federazione nazionale della stampa ha
approvato un documento in cui si esprime
allarme sul restringimento già in atto della
libertà di stampa: preoccupazioni eccessive
anche queste? Naturalmente i nostri critici
hanno usato toni pacatissimi e sereni: hanno
stabilito fra Bobbio e me, da una parte, e
Goebbels, dall'altra, un filo diretto, hanno
sostituito le parole iniziali del nostro
appello «necessario battere col voto la così
detta Casa delle libertà» con le parole
«necessario battere con ogni mezzo»
un'alterazione che, considerato il risorgente
terrorismo, suona come una ripugnante
calunnia.
Ci attendono tempi non duri, ma durissimi..
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