Il settimanale inglese dedica un editoriale e un'inchiesta
all'impero economico del Cavaliere: con molti dubbi
L'Economist e Berlusconi
"Perché non può governare"
dal nostro inviato ANTONIO POLITO
LONDRA - "Come la nostra inchiesta dimostra, Mr. Berlusconi non è
in condizione di guidare il governo di nessun paese, meno che mai una delle più
ricche democrazie del mondo". Nel numero oggi in edicola, l'Economist, il
prestigioso settimanale britannico letto dalla classe dirigente di tutto il
mondo, fa di Berlusconi la storia di apertura ed emette un giudizio morale e
politico senza appello sul candidato premier italiano: "In ogni democrazia
che abbia rispetto di sè stessa, sarebbe impensabile che l'uomo sul punto di
essere eletto primo ministro sia stato sotto inchiesta - tra le altre cose - per
riciclaggio di denaro sporco, complicità in omicidio, legami con la mafia,
evasione fiscale e corruzione di politici, giudici e finanieri. Ma il paese è
l'Italia e l'uomo è Silvio Berlusconi, quasi certamente il suo cittadino più
ricco".
Non capita spesso che l'Economist (una copia del giornale è on line sul sito
web da ieri sera) lanci un attacco così devastante a un candidato premier in un
paese industrializzato. Con una procedura alquanto eccezionale vi dedica un
editoriale e un ampio servizio di quattro pagine, corredato di informazioni,
tabelle, cifre e nuovi elementi investigativi. E scrive di "aver inviato
domande scritte a Berlusconi" nel tentativo di risolvere "il mistero
dei 93,9 miliardi di lire che sono passati nelle 22 holding che controllano
Fininvest tra il 1978 e il 1985" poichè "è un mistero che solo lui
può risolvere".
Le domande dell'Economist sono rimaste senza risposta perchè "Mr
Berlusconi si è rifiutato". Il settimanale spiega ai suoi lettori che la
assenza di condanne definitive si può spiegare con il "tortuoso sistema
giudiziario italiano". "In un solo caso si è raggiunto un verdetto:
riguardava il finanziamento illecito ai partiti e la corte non lo ha trovato
innocente. Ma la nostra inchiesta dimostra che egli deve rispondere a una lunga
serie di gravi accuse" e che "la sua strana e antica riluttanza a
spiegare le origini della sua ricchezza gettano un'ombra sulla sua reputazione
di uomo d'affari".
L'Economist riconosce che l'Italia ha bisogno di riforme, che "l'esecutivo
e troppo debole, che il parlamento è troppo prono all'indecisione, che il
sistema elettorale è troppo proporzionale. Ma questi sono problemi di ordine
diverso dal sospetto di criminalità al suo vertice".
E conclude che "l'elezione di Berlusconi come primo ministro segnerebbe un
giorno nero per democrazia italiana e lo stato di diritto". Di fatto la più
antica testata del pensiero liberale invita gli elettori italiani a non
eleggerlo primo ministro, qualcosa che finora nessun giornale internazionale
aveva fatto in modo così esplicito.
Nell'inchiesta che accompagna l'editoriale, titolata "Una storia
italiana", l'Economist ripercorre con implacabile attenzione ai dettagli le
numerose accuse contro Berlusconi e pubblica una tabella dei dieci casi
giudiziari più clamorosi. "La struttura dell'impero - nota il giornale -
non è chiara ancora adesso, ed è stata estremamente involuta nel
passato".
nnanzitutto la costruzione di Milano 2: "Società in Svizzera, dove la
proprietà beneficiaria è impenetrabile, iniettarono 35 miliardi di lire in
azioni nelle compagnie italiane responsabili di Milano 2. Così, sulla carta, il
progetto apparteneva non a lui ma a anonimi terzi".
Poi l'Economist analizza la nascita di Canale 5 e si domanda: "Come la
finanziò?", oltre che con "l'aiuto delle banche pubbliche"?
"La risposta non è affatto chiara". Nel 1978 Berlusconi creò 22
holding che controllano la Fininvest. Nel 1977 un finanziere con legami con la
mafia disse ai magistrati che Berlusconi aveva usato 20 miliardi della mafia per
costruire le sue televisioni. I magistrati chiesero alla Banca d'Italia di
aiutarli nell'investigazione. Due funzionari spesero 18 mesi rovistando nei
documenti delle 22 società.
L'Economist ha una copia di questo rapporto lungo più di 700 pagine: le due
principali scoperte sono sbalorditive. Berlusconi mise denaro nelle holding
attraverso "due banche poco conosciute" invece che attraverso la Bnl
presso le cui sussidiarie erano i due trust che egli aveva registrato come
proprietari delle sue azioni. "Così, la Bnl non aveva una chiara visione
dell'origine di questi fondi".
"Quando egli vendette 165 miliardi di azioni di una delle holding a una
sussidiaria Fininvest, i fondi by passarono i trust del tutto. Cosicchè essi
non avevano idea di come e se il compratore avesse effettivamente pagato per le
azioni".
"La seconda scoperta è che la fonte iniziale del denaro messo nelle 22
compagnie non può essere rintracciata".
"Berlusconi - scrive l'Economist - è esperto nel sistema di mandare i
soldi in circolo". Il sttimanale cita il caso della Palina che aveva
mandato 27,7 miliardi di lire ai trust che avevano poi trasferito questa somma
nelle holding: "Tutte queste transazioni ebbero luogo nello stesso giorno e
nella stessa banca. Gli investigatori trovarono che nascosto dietro la Palina
c'era Berlusconi. Aveva usato come prestanone un uomo di 75 anni colpito da
infarto. Subito dopo la transazione la Palina fu liquidata".
Sotto il paragrafo "Un amico bisognoso", il settimanale racconta la
storia dell'intervento di Craxi per salvare le tv di Berlusconi dallo
spegnimento e la storia dellla rete di compagnie offshore della Fininvest, che
Repubblica ha già descritto e che è stata respinta da Berlusconi come una
falsità.
Sotto il paragrafo "Rapporti con i giudici", l'Economist racconta le
accuse di corruzione dei giudici nel caso del lodo Mondadori e della Sme. Soto
il paragrafo "Amico di Cosa Nostra?", si descrive l'inchiesta che ha
coinvolto Dell'Utri aggiungendo che stavolta "Berlusconi non potrà
sfuggire all'obbligo di testimoniare".
"Nonostante egli sostenga di essere l'archetipo dell'uomo che si è fatto
da solo" conclude l'Economist, "Berlusconi ha avuto bisogno di molto
aiuto... Sebbene egli dica di voler rimpiazzare il vecchio sistema corrotto, il
suo impero è largamente un prodotto di quel sistema. La sua elezione a primo
ministro perpetuerebbe, non cambierebbe, le vecchie e cattive abitudini
italiane".
( la repubblica 27 aprile 2001)