In data 11 novembre 2002 hanno avuto inizio i lavori per la costruzione di "Mondo Juve": 500.000 mq sottratti al "verde" (ai confini di Torino nei comuni di Nichelino e Vinovo) per destinarli in gran parte allo sfruttamento commerciale dello sport. Una storia di ordinaria follia. Che merita d'essere raccontata. Nella speranza che qualcuno si dia da fare per sé e per gli altri. L'ambiente è di tutti. E non al servizio del solo denaro. Per questo viene riportato un passato articolo che presenta la questione nella sua storia.
Tra le tante motivazioni che giustificano la netta opposizione all'insediamento del centro commerciale "Mondo Juve" nell'area degli ippodromi di Torino manca, a nostro giudizio, quella forse più importante, anche se impopolare, cioè quella dell'anti-sportività dell'operazione.
Sono state sollevate osservazioni di carattere ambientale. E' fuori da qualsiasi dubbio che una struttura commerciale di 100.000 mq comporti un notevole impatto ambientale su un'area, lo si voglia o no a vocazione "verde", anche con il solo traffico che viene indotto. Dal punto di vista architettonico ci pare poi un vero schiaffo alla storia la costruzione di un edificato destinato al grande commercio a ridosso di quel gioiello barocco che è rappresentato dalla Palazzina di Caccia di Stupinigi. Ma la sensibilità artistica degli amministratori è, purtroppo, quella che è.
L'insediamento è stato valutato negativamente anche per l'aspetto commerciale. Da qui la giusta dura protesta delle associazioni dei commercianti. Per un esame di questo aspetto, che può sembrare meno di parte e più culturale, si rimanda al puntuale articolo di Philippe Bovet " Ipermercato, Iperconsumo - Il carrello dello spreco" in LE MONDE DIPLOMATIQUE - il manifesto del 02.03.2001. Il testo è disponibile all'indirizzo:
http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/index1.html
Diverse quindi le voci di giustificato dissenso contro la compromissione di un così vasto territorio per una operazione che, se realizzata, è destinata a restare nel tempo come peso sul vivere locale e non solo.
A noi qui interessa affrontare, o per lo meno porre, la questione sportiva.
A indirizzarci a tale analisi è stato il punto 3) del paragrafo 7. della Bozza del Dispositivo Articolato del Protocollo d'Intesa recentemente sottoscritto dalle Amministrazioni di Vinovo e Nichelino e la Juventus F.C. SpA. dove la società calcistica si impegna "ad acquistare […] il diritto alle prestazioni di giovani calciatori (under 14 anni) […]".
Chi si oppone a "Mondo Juve" dichiara che non avrebbe nulla in contrario se l'insediamento fosse esclusivamente sportivo. Lo accetterebbero anche gli ambientalisti che però sono consapevoli di assecondare, comunque e purtroppo, la "mercificazione" dello sport.
Ed è questo il punto su cui riflettere. Occorre prendere atto che lo sport oggi non è più il legittimo primeggiare, ma il commercializzare qualsiasi cosa abbia riferimento ad una qualunque attività sportiva.
Noi non siamo di certo contrari agli spazi destinati allo sport. Anzi. Ma non ci si può dimenticare che è l'attuale uso dello sport che lo ha reso fenomeno di massa tanto discusso e discutibile. Non è il calcio in se responsabile del doping o dell'uso improprio della medicina per migliorare le prestazioni atletiche, ne' del comportamento deliquenziale dei tifosi ne', ancora, della nuova forma di idolatria che si è creata verso i calciatori e/o le società. E' il continuo, ossessionante comportamento degli addetti ai lavori che vivono come zecche sull'avvenimento sportivo. Giornalisti (?) per primi. Basta assistere alle innumerevoli trasmissioni televisive che sotto forma di dibattito, più o meno concordato, sono, anche per un pubblico solo mediamente acculturato, demenziali rappresentazioni di personaggi in cerca di denaro e immagine, non importa quale. Esattamente come quei politici di bassa lega, che per rincorrere il potere, il proprio potere, soprattutto in clima elettorale non si curano dei reali interessi della collettività ma fanno leva sulla più squallida demagogia.
Non sono di certo riprovevoli i quattro calci al pallone e nemmeno la voglia di primeggiare. Ciò che è inaccettabile moralmente, prima ancora che culturalmente, è lo sfruttamento del corpo a fini commerciali. E' lo stesso discorso che ci vede contrari alla legalizzazione della prostituzione. Ogni attività comporta indubbiamente per l'uomo, ma anche il solo invecchiamento, un deterioramento del proprio corpo. Ma c'è fine e fine. Segnare un goal non è come, ad esempio, scoprire un nuovo vaccino. E nonostante tutto noi siamo convinti che anche nelle attività più "serie" sia doveroso tutelare la propria integrità fisica e psichica. Una società sana è composta da individui singolarmente sani con un grande risparmio della spesa pubblica. Sono le nostre parole ovvie ma che vengono dimenticate quando entra in gioco il dio denaro. Non siamo dei moralisti. Anzi, anche a noi piace una vita con un certo benessere e persino lusso. Ma siamo consapevoli che non si può, o deve, andare oltre certi limiti per ottenerli.
Sbaglia poi chi crede che il riscatto sociale di una città o territorio da sempre considerato una "nullità" (Nichelino pare derivi, appunto, da nihil locus) passi attraverso l'operazione "Mondo Juve".
Non ci pare francamente un gran passo avanti essere identificati con una squadra di calcio per prestigiosa che sia. Accadrebbe come è già accaduto per Liverpool. Si passerebbe alla storia (?) per qualcosa di estraneo alla propria identità culturale anche se questa non la si è mi avuta per una serie di motivi storici. Non ultimo quello di città dormitorio a servizio di una nota casa automobilistica di Torino che, se non ricordiamo male, dovrebbe avere qualche interesse in comune con la Juventus. Terra dannata (per tutti) e redenta (per pochi) dallo stesso signore e padrone. Chissà se in queste rincorse a opportunità sempre "storiche" c'è ancora spazio per interrogarci sul cosa sia lo sport oggi. Fare affidamento sulla cultura dei politici locali è tempo perso. In operazioni del genere contano come il due di picche. D'altronde pensare che un Giraudo, o un Moggi, o un Bettega perdano il loro tempo a leggersi anche solo il breve recente saggio di Paolo Crepet (Paolo Crepet - "NON SIAMO CAPACI DI ASCOLTARLI - Riflessioni sull'infanzia e l'adolescenza" - ed. Einaudi - pagg.129 - £15.000), è un'altra inutile speranza. Non è il loro mestiere. Peccato perché a pagina 18 viene posta una questione che vale la pena di pensarci un po' su.
Il problema delle regole ("Una volta, i ragazzini che si davano appuntamento in un prato per giocare a pallone dovevano, ognuno per proprio conto, assumere le regole del gioco: ora, i bambini, iscritti alle società sportive delegano l'applicazione di quelle stesse regole a un adulto che funge da arbitro. Dunque crescono senza imparare ad assumersi responsabilità."). E a pagina 6 quella della competitività ("La sera, in albergo, incontro un gruppo di genitori ancora ebbri per le imprese dei loro piccoli campioni. Alle mie espressioni di perplessità rispondono increduli. - Dove vive, lei? - mi fa una di loro. - Questa è una società competitiva e prima mio figlio lo impara, prima si saprà difendere e andare avanti nella vita."). Chi ha a che fare con i giovani dovrebbe interrogarsi su quale futuro si sta loro preparando. Non bastano gli slogan elettorali come quello, in un italiano un po' contorto, del rieletto deputato DS Salvatore Buglio: "Il futuro che ci proponiamo di costruire è un futuro del quale si possa dire che in esso valga la pena di crescere i propri figli". Berlusconi? Un dilettante! Non conosciamo quale siano le risposte delle piccole società di calcio. Parlando con i responsabili di squadre, per lo più di paese, ci si rende conto come i soldi a loro disposizione per tirare avanti siano davvero pochi e, di fatto, vivono di volontariato. Sarebbe interessante conoscere il loro parere sulla prospettiva che una grande squadra possa avvalersi di loro per l'approvvigionamento di giocatori del settore giovanile. Prevarrebbe in loro lo spirito amichevole di società sportiva o la logica del mercato?
Abbiamo preso spunto da "Mondo Juve" per parlare del mercato dello sport. Forse sbagliamo nell'ostinarci a riproporre il gioco come momento ludico della nostra vita. Per questo spesso ci accusano di sguazzare nella palude della bassa politica con piccoli interessi da cortile. No, noi non abbiamo rimpianti per il "cortile" spesso luogo di infinite dispute tra vicini, dispute come quelle di oggi tra politici di carriera. Vorremmo si potesse ritornare nella strada, la strada che deve essere di tutti e che porta a casa nostra e degli altri. Forse siamo un po' fuori moda. Non riusciamo pensare gradi opere inutili dove tutto è denaro e immagine. Per questo non diventeremo mai uomini di governo.
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