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Dan Meridor è tornato il martedi scorso su queste pagine a dissertare su un mito ricorrente: "la generosità di Israele e l'ostinato rifiuto palestinese nelle negoziazioni di pace tripartite Barak/Clinton/Arafat, realizzate a Camp David nel luglio del 2000". Il ministro centrista dell'attuale governo Sharon era stato membro della delegazione israelita in tale riunione e ha dichiarato: "A Camp David, il primo ministro Ehud Barak ha offerto ai palestinesi quello che mai era stato offerto, in quel caso si è arrivato all'estremo….. quello che è stato proposto ad Arafat è semplicemente la fine dell'occupazione, cioè più del 90% dei territori occupati…. Arafat non accetto semplicemente perché non ha voluto firmare una frase nella quale si diceva 'la fine del conflitto'." San Agostino aveva già segnato che "negli ampi spazi della memoria" si modificano anche "in qualche modo gli oggetti che sono stati percepiti dai sensi". Una pratica politica frequente.
Vediamo - come semplice esempio - un'altra versione di un altro partecipante al vertice, parliamo di Robert Malley, assistente speciale del presidente Clinton nelle relazioni Arabe-Israelite: "Si dice che (a Camp David) Israele aveva fatto una proposta generosa, storica, e che i palestinesi come al solito hanno perso una nuova opportunità per non approfittarne. In sintesi, addossarle a Yasser Arafat il non accordo finale…. Per un processo di tale complessità, è una diagnosi notevolmente superficiale". L'articolo di Malley, pubblicato nel The New York Review of Books del 9/8/2001, analizza la strategia del "tutto o niente" di Barak - che non seguiva i passi intermedi fatti da Rabin a Oslo - la crescente sfiducia di Arafat, la tendenza pro-Israelita di Clinton, per concludere: "La conseguenza finale e quasi totalmente non avvertita della proposta di Barak è che, veramente parlando, non è esistito mai una proposta israelita. Decisi a preservare la posizione di Israele nel caso non si trovasse un accordo, e decisi a non permettere che i palestinesi ottengano alcun vantaggio con i compromessi unilaterali, gli israeliani sempre si fermarono ad un passo, per non dire vari, prima della proposta. Le idee dichiarate a Camp David non sono mai state messe per scritto, si formularono solo verbalmente….E inoltre non sono state mai definite in dettaglio".
Malley afferma che Barak era disposto a sloggiare il 91% della Riviera Occidentale, ma niente ha detto sulla Striscia di Gaza, la quale è un terzo sotto controllo israeliano. Inoltre Tel Aviv considera che il "Gran Gerusaleme" non forma parte della Riviera Occidentale, e Robert Fisk, inviato del giornale britannico The Independent, ha segnalato il 23/07/2001: "Fuori di discussione rimaneva l'oriente arabo di Gerusaleme - illegalmente occupato da Israele dopo la guerra dei sei giorni del 1967 - la larga striscia di territori occupati dagli israeliani attorno alla città e una zona cuscinetto militare con 16 Km attorno ai territori palestinesi…..La superficie totale delle terre palestinesi dalle quali Israele era disposto a ritirarsi era circa un 46%". Secondo Tanya Reinhart professoressa dell'Università di Tel Aviv, Barak reiterò in luglio il piano israelita "1040-50" presentato a marzo di quel anno, cioè: Israele prendeva immediatamente un 10% del territorio palestinese, un 50% doveva essere sotto autonomia palestinese e un 40% era tutto da discutere. "Questo è il discorso di Barak - sottolineava anche la giornalista del giornale israelita Yedioth Aharonot il 16/01/01 - che ci viene detto sia al mattino che alla notte e che modella la percezione collettiva della realtà: la generosità di Barak in confronto al rifiuto di Arafat…. Nel caso dei palestinesi, non c'è documentazione ufficiale alcuna su quello che Barak ha proposto ad Arafat, e certamente nessuna lista o data stabilita per smantellare nemmeno un solo insediamento….L'unico dato è il discorso sulla generosità di Barak". Inoltre, Ami Ayalon, capo dei servizi secreti del Shin Beth sotto il governo Barak, opinò pubblicamente anche che non è stata una discussione seria quella di Camp David. Ma il mito tranquillizza le coscienze, aiuta a giustificare il terrorismo di stato che applica Sharon e giustifica pure la occupazione dei territori palestinesi.
Non è la prima volta nella storia che menzogne di questo tipo si usano per infiammare l'opinione pubblica per giustificare azioni di dubbiosa legalità. Il "misterioso" scoppio che nel 1898 mando a picco il "Maine", l'imbarcazione da guerra americana in sosta nel porto dell'Avana, è servito come pretesto a Whashington per sottomettere Cuba. La stampa faceva la campagna per la guerra contro il dominio coloniale spagnolo, ma in realtà la lotta era contro l'indipendentista Martì agli inizi del 1895. Le presunte cacciatorpediniere vietnamite contro i distruttori americani nel Golfo del Tonkino nell'agosto del 1964, hanno servito da base ad una guerra che eliminò milioni di vietnamiti e 50.000 soldati americani. Quasi 30 anni dopo, durante la guerra del golfo, il giornalista Sydney Schanberg sollecitava i suoi colleghi a non dimenticare "il nostro incondizionale coro di approvazione quando Lyndon Jhonson ci ingannò con la storia del Golfo del Tonkino". Sarebbe anche lodevole che non lo dimenticassero ora i giornali americani, che attualmente danno un appoggio quasi incondizionato alla guerra "antiterrorista" globale. Comunque, questo già non interessa alle centinaia di civili palestinesi che l'Israele di Sharon assassinò a Jenin.
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