Le lezioni del penultimo tango

Cosa possiamo imparare dalla crisi argentina?

data: 06/02/02

Nelle democrazie a bassa intensità nelle quali viviamo, la distanza tra rappresentanti e rappresentati tende ad aumentare fino ad un punto ne quale il controllo del cittadino sul potere politico si riduce al controllo sul telecomando del televisore. Questa erosione del vincolo di rappresentanza non si riduce solo ai partiti e può attingere altri contesti, quali per esempio quello sindacale. In una situazione simile, il ritorno della politica non trova condizioni per avvenire, se non quando la società si trova sull’orlo del caos.

autore: Bonaventura de Sousa Santos*

Fonte: Folha de S.Paulo

Traduzione: Martino Lo Bue

Come è stato possibile che l'Argentina, fino a poco tempo fa il paese più sviluppato dell'America Latina, con la sua forte classe media, orgogliosa del suo capitale simbolico, la patria di Borges, Cortázar, Gardel e Maradona, sia stata devastata da un collasso di tali dimensioni?
La maniera in cui il modello economico neoliberista è stato applicato dalla dittatura argentina e dai governi democratici che le hanno fatto seguito rivela una congiunzione profonda tra un’oligarchia internazionale, costituita da banche ed imprese multinazionali, legittimata dal FMI per preoccuparsi solo del proprio lucro, a prezzo di qualsivoglia costo sociale, e una oligarchia nazionale, abituata ad appropriarsi della ricchezza nazionale e dello Stato, la quale ha visto nelle privatizzazioni e nella liberalizzazione dei flussi finanziari l’opportunità per dare un colpo di grazia al paese.

Risultato: una dittatura sanguinaria ha potuto contare sull’appoggio delle agenzie finanziarie internazionali; imprese pubbliche sono state indotte artificialmente ad indebitarsi, provocando le crisi che hanno condotto alla loro privatizzazione; molte imprese pubbliche sono state svendute sotto prezzo; i servizi pubblici sono stati incoraggiati ad una insolvenza finanziaria per poi giustificarne la privatizzazione al momento giusto.
La capacità fiscale dello Stato è andata diminuendo in proporzione alla concentrazione della ricchezza. Alla fine della dittatura, lo Stato si è fatto carico, non solo dei debiti delle imprese pubbliche, prima di privatizzarle, ma anche di quelli delle imprese private; il sistema politico e quello giudiziario abdicarono dalla lotta alla corruzione e grazie a quest’ultima si sono volatilizzati anche gli introiti delle privatizzazioni.

Mentre tutto ciò avveniva, l’Argentina veniva considerata un caso esemplare di successo nell’applicazione delle politiche neoliberiste e questo solo e solamente perché i suoi creditori internazionali incassavano gli interessi del debito mentre le imprese straniere di servizi potevano imporre i loro prezzi a dei consumatori prigionieri, ogni volta più indebitati. L’Argentina è stata saccheggiata dall’interno e dall’estero. La sua popolazione, che per l’FMI non è che una questione di numeri, si è ribellato per non volersi sottomettere all’idea che non ci sia un’alternativa.

L’altro aspetto della dimensione dantesca della tragedia Argentina, consiste nel vasto spettro di opportunità che essa apre perché si possa far tesoro delle lezioni che essa ci propone. Il valore di queste lezioni dipende dal punto di vista da cui si guarda al caso argentino: vogliamo vederlo come un caso aberrante ed isolato o, al contrario, come la drammatica manifestazione di un modello di "sviluppo" che contiene in se stesso la propensione a generare disastri. Io propendo per la seconda interpretazione è proprio per questo considero le seguenti lezioni molto importanti:

1.Le transizioni "concordate" da una dittatura alla democrazia portano con sé molte altre impunità, aldilà di quelle dei dittatori stessi. Esse portano con sé l’impunità di una oligarchia nazionale transnazionalizzata la cui voracità non conosce limiti; l’impunità di uno Stato predatore, privatizzato da una classe politica solo in piccola parte rinnovata dalla transizione democratica; l’impunità endemica di una corruzione che si è alimentata dell’autoritarismo, durante la dittatura, e della mancanza di autorità in democrazia; l’impunità di un sistema giudiziario che ha patteggiato con la dittatura e che, dopo la transizione , è stato più zelante nel giustificare ciò che ne restava piuttosto che nel cercare di creare una discontinuità con essa;

2. La lotta per dare un’interpretazione transnazionale dei fatti è tanto importante quanto le lotte che avvengono nella società stessa. Il G7 e le agenzie finanziarie multilaterali, stanno cercando di interpretare il collasso argentino in modo tale da delegittimare i politici e i candidati di sinistra, anche quando questi cerchino di proporre politiche alternative mirate ad evitare questo tipo di collassi economici e sociali. Questo apparente paradosso deriva dal fatto che, l’oligarchia transnazionale è molto più preoccupata dalla possibilità che sorgano politiche alternative credibili in chiave anticapitalista o anche solo antineoliberista che dal fatto che avvengano simili collassi.;

3. Nelle democrazie a bassa intensità nelle quali viviamo, la distanza tra rappresentanti e rappresentati tende ad aumentare fino ad un punto ne quale il controllo del cittadino sul potere politico si riduce al controllo sul telecomando del televisore. Questa erosione del vincolo di rappresentanza non si riduce solo ai partiti e può attingere altri contesti, quali per esempio quello sindacale. In una situazione simile, il ritorno della politica non trova condizioni per avvenire, se non quando la società si trova sull’orlo del caos.
In queste circostanze, la democrazia diretta appare gemellata con la violenza, vuoi quella della rivolta, vuoi quella della repressione. Essa ridefinisce il campo politico con la ribellione, la denuncia e la negazione attiva, ma non raggiunge le condizioni per essere propositiva. Scompaiono le mediazioni tra la ciò che si rifiuta e ciò verso cui si aspira. Tanto meno ci sono le condizioni di articolare l’azione in modo costruttivo con la democrazia rappresentativa, dal momento che ci si sta muovendo sulle rovine di quest’ultima.
Paradossalmente, l’abisso tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta rende quest’ultima un fattore decisivo per un’uscita progressista dalla crisi, dal momento in cui si raggiunga una piattaforma minima sul piano istituzionale;

4. Le nazioni di oggi sono transnazionali. Siamo tutti argentini. Lo saremo ancora di più quando il NAFTA sia entrato in vigore ed abbia distrutto il Mercosul . Per ora, il crollo argentino non ha suscitato nessun movimento significativo di solidarietà. Il movimento per una globalizzazione alternativa, che mostra ancora una volta la sua vitalità nel Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, non possiede ancora né il peso, né l’organicità, necessari per prendere posizione sul caso argentino, esercitando così una pressione globale, consistente e persistente, contro il baratro neoliberista.

A livello internazionale, i paesi a sviluppo intermedio con grandi popolazioni quali, Brasile, India, Messico, Sudafrica, e con essi , Pakistan, Indonesia e perfino la Cina, non hanno ancora capito che il loro futuro dipende più dall’energia politica sprigionata dai loro comuni interessi che dalle briciole del riconoscimento che ricevono, individualmente dagli USA, un menu ridotto che, a partire dall’11 settembre contiene una voce nuova, l’utilità del paese nella "lotta al terrorismo".
Se il Forum Sociale Mondiale vuole evolversi verso forme più avanzate di organizzazione e di intervento, suggerisco che cominci dall’approfondimento delle articolazioni tra le organizzazioni e i movimenti di questi paesi.
L’Argentina è in fiamme, la Colombia anche, il Venezulea lo sarà presto. Di quanti segnali abbiamo ancora bisogno per capire che tutto ciò ci riguarda?

* Bonaventura de Sousa Santos è sociologo. Insegna nella Facoltà di Economia dell'Università di Coimbra (Portogallo)