Come è stato possibile che l'Argentina, fino a poco tempo fa il
paese più sviluppato dell'America Latina, con la sua forte classe media,
orgogliosa del suo capitale simbolico, la patria di Borges, Cortázar, Gardel e
Maradona, sia stata devastata da un collasso di tali dimensioni? La maniera
in cui il modello economico neoliberista è stato applicato dalla dittatura
argentina e dai governi democratici che le hanno fatto seguito rivela una
congiunzione profonda tra un’oligarchia internazionale, costituita da banche ed
imprese multinazionali, legittimata dal FMI per preoccuparsi solo del proprio
lucro, a prezzo di qualsivoglia costo sociale, e una oligarchia nazionale,
abituata ad appropriarsi della ricchezza nazionale e dello Stato, la quale ha
visto nelle privatizzazioni e nella liberalizzazione dei flussi finanziari
l’opportunità per dare un colpo di grazia al paese.
Risultato: una
dittatura sanguinaria ha potuto contare sull’appoggio delle agenzie finanziarie
internazionali; imprese pubbliche sono state indotte artificialmente ad
indebitarsi, provocando le crisi che hanno condotto alla loro privatizzazione;
molte imprese pubbliche sono state svendute sotto prezzo; i servizi pubblici
sono stati incoraggiati ad una insolvenza finanziaria per poi giustificarne la
privatizzazione al momento giusto. La capacità fiscale dello Stato è andata
diminuendo in proporzione alla concentrazione della ricchezza. Alla fine della
dittatura, lo Stato si è fatto carico, non solo dei debiti delle imprese
pubbliche, prima di privatizzarle, ma anche di quelli delle imprese private; il
sistema politico e quello giudiziario abdicarono dalla lotta alla corruzione e
grazie a quest’ultima si sono volatilizzati anche gli introiti delle
privatizzazioni.
Mentre tutto ciò avveniva, l’Argentina veniva
considerata un caso esemplare di successo nell’applicazione delle politiche
neoliberiste e questo solo e solamente perché i suoi creditori internazionali
incassavano gli interessi del debito mentre le imprese straniere di servizi
potevano imporre i loro prezzi a dei consumatori prigionieri, ogni volta più
indebitati. L’Argentina è stata saccheggiata dall’interno e dall’estero. La sua
popolazione, che per l’FMI non è che una questione di numeri, si è ribellato per
non volersi sottomettere all’idea che non ci sia un’alternativa.
L’altro
aspetto della dimensione dantesca della tragedia Argentina, consiste nel vasto
spettro di opportunità che essa apre perché si possa far tesoro delle lezioni
che essa ci propone. Il valore di queste lezioni dipende dal punto di vista da
cui si guarda al caso argentino: vogliamo vederlo come un caso aberrante ed
isolato o, al contrario, come la drammatica manifestazione di un modello di
"sviluppo" che contiene in se stesso la propensione a generare disastri. Io
propendo per la seconda interpretazione è proprio per questo considero le
seguenti lezioni molto importanti:
1.Le transizioni "concordate" da una
dittatura alla democrazia portano con sé molte altre impunità, aldilà di quelle
dei dittatori stessi. Esse portano con sé l’impunità di una oligarchia nazionale
transnazionalizzata la cui voracità non conosce limiti; l’impunità di uno Stato
predatore, privatizzato da una classe politica solo in piccola parte rinnovata
dalla transizione democratica; l’impunità endemica di una corruzione che si è
alimentata dell’autoritarismo, durante la dittatura, e della mancanza di
autorità in democrazia; l’impunità di un sistema giudiziario che ha patteggiato
con la dittatura e che, dopo la transizione , è stato più zelante nel
giustificare ciò che ne restava piuttosto che nel cercare di creare una
discontinuità con essa;
2. La lotta per dare un’interpretazione
transnazionale dei fatti è tanto importante quanto le lotte che avvengono nella
società stessa. Il G7 e le agenzie finanziarie multilaterali, stanno cercando di
interpretare il collasso argentino in modo tale da delegittimare i politici e i
candidati di sinistra, anche quando questi cerchino di proporre politiche
alternative mirate ad evitare questo tipo di collassi economici e sociali.
Questo apparente paradosso deriva dal fatto che, l’oligarchia transnazionale è
molto più preoccupata dalla possibilità che sorgano politiche alternative
credibili in chiave anticapitalista o anche solo antineoliberista che dal fatto
che avvengano simili collassi.;
3. Nelle democrazie a bassa intensità
nelle quali viviamo, la distanza tra rappresentanti e rappresentati tende ad
aumentare fino ad un punto ne quale il controllo del cittadino sul potere
politico si riduce al controllo sul telecomando del televisore. Questa erosione
del vincolo di rappresentanza non si riduce solo ai partiti e può attingere
altri contesti, quali per esempio quello sindacale. In una situazione simile, il
ritorno della politica non trova condizioni per avvenire, se non quando la
società si trova sull’orlo del caos. In queste circostanze, la democrazia
diretta appare gemellata con la violenza, vuoi quella della rivolta, vuoi quella
della repressione. Essa ridefinisce il campo politico con la ribellione, la
denuncia e la negazione attiva, ma non raggiunge le condizioni per essere
propositiva. Scompaiono le mediazioni tra la ciò che si rifiuta e ciò verso cui
si aspira. Tanto meno ci sono le condizioni di articolare l’azione in modo
costruttivo con la democrazia rappresentativa, dal momento che ci si sta
muovendo sulle rovine di quest’ultima. Paradossalmente, l’abisso tra
democrazia rappresentativa e democrazia diretta rende quest’ultima un fattore
decisivo per un’uscita progressista dalla crisi, dal momento in cui si raggiunga
una piattaforma minima sul piano istituzionale;
4. Le nazioni di oggi
sono transnazionali. Siamo tutti argentini. Lo saremo ancora di più quando il
NAFTA sia entrato in vigore ed abbia distrutto il Mercosul . Per ora, il crollo
argentino non ha suscitato nessun movimento significativo di solidarietà. Il
movimento per una globalizzazione alternativa, che mostra ancora una volta la
sua vitalità nel Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, non possiede ancora né
il peso, né l’organicità, necessari per prendere posizione sul caso argentino,
esercitando così una pressione globale, consistente e persistente, contro il
baratro neoliberista.
A livello internazionale, i paesi a sviluppo
intermedio con grandi popolazioni quali, Brasile, India, Messico, Sudafrica, e
con essi , Pakistan, Indonesia e perfino la Cina, non hanno ancora capito che il
loro futuro dipende più dall’energia politica sprigionata dai loro comuni
interessi che dalle briciole del riconoscimento che ricevono, individualmente
dagli USA, un menu ridotto che, a partire dall’11 settembre contiene una voce
nuova, l’utilità del paese nella "lotta al terrorismo". Se il Forum Sociale
Mondiale vuole evolversi verso forme più avanzate di organizzazione e di
intervento, suggerisco che cominci dall’approfondimento delle articolazioni tra
le organizzazioni e i movimenti di questi paesi. L’Argentina è in fiamme, la
Colombia anche, il Venezulea lo sarà presto. Di quanti segnali abbiamo ancora
bisogno per capire che tutto ciò ci riguarda?
* Bonaventura de Sousa
Santos è sociologo. Insegna nella Facoltà di Economia dell'Università di Coimbra
(Portogallo)
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