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Il 27 gennaio è la «giornata della memoria», fissata nell'anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche. Per ricordarla, ho pensato di riascoltare una parte del racconto di una delle più importanti voci della memoria, Piero Terracina, deportato a quindici anni ad Auschwitz, dove è stata uccisa tutta la sua famiglia. Piero Terracina dedica gran parte della sua vita a raccontare questa vicenda nelle scuole, a Roma e non solo. Questa è una parte del racconto che fece a me in un'intervista del 1998. «Poi, alla fine del mese di giugno, cominciarono ad affluire ad Auschwitz i trasporti provenienti dall'Ungheria. Perché in Ungheria non c'era stata fino allora deportazione; del resto in Italia era cominciata nell'ottobre del `43, lì era cominciata nel `44, nel mese di giugno, perché fino ad allora avevano concentrato in ghetti. Quindi arrivavano i trasporti, si susseguivano, non so quanti in una giornata, certamente erano tanti. E allora il posto per quelli che dovevano entrare nel campo, doveva essere lasciato da quelli che stavano già dentro al campo. E allora c'erano le... le selezioni, principalmente la sera; qualche volta anche la mattina, prima di uscire per il lavoro, ma più che altro la sera al rientro dal lavoro. C'erano due sistemi. O tutti dentro la baracca, entrava dentro una squadra di, di SS - e prendeva, un po' a caso, un po' dando un'occhiata per vedere quelli che erano... che erano malati, che erano malfermi in salute, che erano più deperiti, più dimagriti. Alzavano la manica del braccio sinistro; prendevano nota del numero; dopo un po' rientravano nella baracca, chiamavano questi numeri, li portavano fuori, li chiudevano in un'altra baracca... e quando questa baracca poi si era riempita li facevano uscire in fila e li avviavano alle camere a gas. E, si sapeva. Altre volte invece, venivamo completamente denudati, fuori della baracca, e dovevamo passare quasi di corsa, o di corsa, davanti al medico che con il bastone con una velocità impressionante indicava chi andava da una parte e chi dall'altra. Più o meno era un cinquanta per cento che continuava a vivere, un cinquanta per cento che doveva andare a morire.
E queste selezioni quando arrivavano questi trasporti, si susseguivano continuamente; io credo di averne passate una ogni quindici giorni dalla fine di giugno fino... fino al mese di settembre. Quindi per tre mesi, è continuato questo stillicidio. E... mi ricordo che... quando uno l'aveva scampata... lì per lì forse uno magari se ne rallegrava; ma poi quando si rendeva conto che il proprio amico, il proprio vicino di giaciglio, o anche quelli che conosceva della baracca non c'erano più, beh insomma - lì subentrava una... direi un senso di colpa.
E questo senso di colpa non è che è finito con la liberazione. Un senso di colpa che è durato per tanto tempo. Cioè, chi è andato a morire al posto mio? Si diceva che i crematori di Auschwitz...che avessero la possibilità di cremare circa diecimila persone al giorno. Però in quel periodo ne arrivavano di più. E allora non ce la facevano a smaltire questo...questo enorme quantitativo di corpi; di cadaveri. Allora ai margini del campo avevano aperto delle enormi fosse. Dalle camere a gas venivano portati coi camion, venivano ribaltati dentro queste fosse, e quando erano piene - gli davano fuoco.
Già il... l'odore, il lezzo dei forni crematori, che era terribile. Poi queste fosse, lì, ripeto, ai margini del campo, alla distanza forse di duecento metri, non di più; con il vento che portava questo odore dentro al campo, che era una cosa terribile. E si vedeva, si vedeva il movimento, si vedeva scaricare i corpi, si vedeva tutto. Pensi che cosa significa vivere in un posto... dove si uccidono dieci o quindicimila persone al giorno. Fu cose terribili.
Mi ricordo un... una cosa, in particolare, che a me m'ha colpito tanto. Noi nel campo di Auschwitz eravamo nel campo D, separato dagli altri campi A, B, C, E, dal filo spinato dove passava la corrente ad alta tensione. Nel campo E - un campo anomalo - vivevano delle famiglie complete. Cioè, c'erano bambini; c'erano uomini e donne che avevano conservato i loro capelli; che avevano conservato anche i loro abiti; era un campo pieno di animazione: era il campo degli zingari. Un campo pieno di animazione perché c'erano i bambini, i bambini che magari si rincorrevano, le mamme che li chiamavano, i panni stesi ad asciugare... Avevano conservato addirittura i loro strumenti quindi la sera facevano musica, a noi ci sembrava un'oasi felice perché lì c'era vita; da noi c'era soltanto morte. Una notte, era alla fine di luglio del 1944, sentimmo prima delle grida, delle SS che davano degli ordini; poi sentimmo tutto una confusione, un tramestio; e, sentivamo i bambini che piangevano perché erano stati svegliati nel pieno della notte. Sentivamo tanta, tanta confusione; poi all'improvviso silenzio. Quindi la mattina dopo la prima cosa che facemmo quando ci svegliammo, andammo a vedere che cosa era successo - e quel campo era deserto. Il campo era... era completamente deserto - c'era solo silenzio, un silenzio direi agghiacciante. Lì dove c'era tanta vita, tante cose... Bastò un'occhiata alle cose, alle ciminiere, per capire che durante la notte erano state mandate a morire ottomila persone. Perché tanti erano più o meno, gli zingari di quel campo. Racconto un altro episodio che m'è rimasto molto, molto impresso.
Nel mese di ottobre ci fu una rivolta nel campo. Nel crematorio numero tre, un giorno ci fu una rivolta. Perché siccome periodicamente, più o meno ogni tre mesi, i prigionieri che lavoravano alle camere a gas, ai forni crematori, venivano a loro volta fatti entrare nelle camere a gas. Questi avevano capito che era giunto il loro, il loro turno. I Sonderkommando, così veniva chiamato il kommando dei forni crematori, delle camere a gas. E questi qui sapendo che era arrivato il loro momento, tra l'altro ricevendo anche un aiuto dall'esterno del campo, non so come, però era stato introdotto addirittura nel crematorio, dell'esplosivo, fecero saltare il crematorio numero tre. E presero delle armi ai tedeschi; credo che hanno resistito sì e no mezza giornata, non di più; e poi naturalmente sono stati uccisi tutti.
Io mi ricordo, quando sono stato liberato, che è stato il 27 gennaio, sono stato liberato dalle truppe sovietiche; e mi ricordo che i soldati sovietici quando ci guardavano, avevano come un senso di ribrezzo. Non si avvicinavano. D'altra parte eravamo ridotti in condizioni tali che non eravamo più... non eravamo più persone. Io mi ricordo quando sono stato liberato, che i tedeschi ci avevano fatti uscire dal campo di Birkenau dove stavamo, ormai eravamo rimasti pochissimi, ci fecero uscire tutti, dissero se c'è qualcuno che non è in condizioni di camminare rimanga, si metta da una parte, proprio all'ingresso: mi ricordo, uscendo dal campo, sulla sinistra, e noi invece gli altri sulla destra. E, a un certo punto cominciarono questa colonna, di larve umane, cominciò a muoversi, tra cui ero io; fatto qualche centinaio di metri sentimmo delle scariche di mitra - quelli che erano rimasti da una parte, ai quali avevano detto che sarebbero...sarebbero passati i camion per prenderli, e invece... Comunque la nostra colonna cominciò a muoversi; stava annottando. Quindi io con altri miei compagni rimanemmo indietro, i tedeschi non erano molti che sorvegliavano la fila; e quindi rimanemmo indietro e gli altri continuarono a andare avanti. Il freddo era terribile, perché era gennaio, oltre tutto gennaio del `45 è stato un inverno tremendamente freddo. E quindi uscimmo, camminammo non so per quanto, a me sembrarono ore, probabilmente non erano ore, ma la fatica era tanta, con la neve, il freddo terribile, coperti male. Alla fine vedemmo delle sagome di costruzioni e decidemmo di entrare. E non era nient'altro che il campo di Auschwitz.
Arrivammo a questo campo di Auschwitz che dista tre chilometri da Birkenau; ma, io non so, a me è sembrato di aver camminato per diverse ore. Probabilmente o camminavamo in tondo, oppure la fatica era tale che quello che normalmente si poteva fare forse in mezz'ora, tre quarti d'ora, ci abbiamo messo delle ore per farlo. Comunque entrammo lì, i tedeschi non c'erano, il campo era, anche lì era disseminato di corpi, di quelli che erano...che erano morti. E, ricordo una mattina, nella tarda mattinata, aprii la porta della baracca, per andare a raccogliere un po' di neve da sciogliere, da poter bere. Vidi una figura di un soldato; era completamente vestito di bianco: aveva un mantello bianco o una coperta per mimetizzarsi con la neve. Sentì aprire la porta, istintivamente tirò fuori il mitra da sotto questo mantello e però si rese conto subito che... non potevo nuocergli, mi fece cenno con la mano di rientrare. Perché evidentemente era pericoloso, c'erano ancora i tedeschi, si sentivano i colpi di fucile in lontananza, si sentivano i colpi di cannone. Quindi mi fece rientrare e comunicai ai miei compagni che erano arrivati i russi. Si può pensare che chissà quali scene di giubilo. Niente, assolutamente niente. Niente; un silenzio totale.
Mi ricordo che c'era uno che aveva preso dell'acqua, della neve che aveva sciolto, e stava facendo dell'abluzioni; quando glielo dissi continuò senza dire neanche una parola. E così tutti gli altri. Poi qualcuno cominciò a pregare, qualcuno cominciò a piangere, ma nessuna scena di giubilo, nessuna scena d'entusiasmo. Poi ho rivisto dei filmati colla liberazione di Auschwitz dove si vedono i prigionieri festanti, i russi che tagliano la catena che chiudeva il cancello del campo: è stato girato una settimana dopo, e io ho visto tutto da lontano. Perché in quel momento non c'è stata assolutamente nessuna scena di entusiasmo, niente.
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