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Raffaello, non ce l'ho fatta a ricordarti senza ricorrere alla prima persona. Ci ho provato, ma diventava tutto così insopportabilmente asettico. La Fiat ti aveva messo in cassa integrazione a zero ore prima che potessi imparare il mestiere. Lavoravi in carrozzeria, in finitura, avresti fatto il levabolli. Mi raccontavi delle abilità necessarie per eliminare i difetti della carrozzeria già verniciata senza lasciare traccia, costruendosi gli attrezzi necessari ed adottando caso per caso il metodo più opportuno. Non hai avuto tempo ad apprendere una attività esclusivamente fondata sulla esperienza, lo hai invece avuto per farti riconoscere dai lavoratori e diventare delegato di reparto. Dall'autunno `80 il tuo lavoro è diventato un altro, ma non hai mai rinunciato al lavoro manuale, a fare il corso di saldatore, ad organizzarti di anno in anno i lavori da fare. Hai dato vita all'esperienza sociale e sindacale più importante della Torino degli anni '80. Il coordinamento cassintegrati Fiat ha rappresentato per oltre un decennio l'unica esperienza di resistenza critica alla trasformazione produttiva, sociale della fabbrica e della città fordista improntata dalla accettazione culturale e politica del primato delle ragioni dell'impresa e della produzione. Una esperienza di massa, riconosciuta dalla larghissima maggioranza dei 23mila cassintegrati che riconobbero nel loro coordinamento la modalità più efficace per difendersi, una «spina nel fianco» (così si chiamava il bollettino dei cassintegrati) per i sostenitori delle ragioni della Fiat e per lo stesso sindacato che non aveva le forze per porre le loro ragioni e i loro interessi al posto dovuto. Una esperienza critica, fortemente critica, verso una conduzione sindacale che accettava nel 1983 il rinvio del rientro dei cassintegrati in violazione dell'accordo del 1980; una esperienza che faceva votare democraticamente i cassintegrati contro l'accordo del 1983 nel palazzetto dello sport di Torino mentre i sindacati dovevano fare carte false per poterlo firmare senza l'approvazione dei lavoratori della Fiat; che vinceva progressivamente le cause legali promosse autonomamente per il rientro al lavoro dei cassintegrati; che imponeva così il rientro di tutti coloro posti in cassintegrazione nell'autunno 1980. Quando erano rientrati tutti, tu e pochi altri eravate ancora fuori e per concludere questo percorso, noi della Cgil, abbiamo accettato la condizione posta dalla Fiat: anche gli ultimi rientravano ma tu ed un altro delegato dovevate restare alla Fiat per poche settimane per poi diventare sindacalisti della Cgil. Avete conosciuto ancora la discriminazione dei reparti confino in cui venivano collocati invalidi e militanti sindacali, ma la avete conosciuta anche nel sindacato, perché l'altra condizione non scritta era determinata dal fatto che non potevate fare i sindacalisti nel vostro sindacato, in quella Fiom non c'era posto per voi.
Ancora oggi tu ed altre compagne e compagni rappresentate uno dei due collettivi di dirigenti sindacali di maggior valore per la Cgil di Torino: in Confederazione, in Funzione Pubblica, ai Chimici, nel Comune di Torino, alla Teksid e alla Lear. Da allora hai fatto il sindacalista in Cgil a Torino, alla Cgil Piemontese e ancora a Torino. Nel frattempo, riconoscendoti evidenti doti culturali e politiche, abbiamo avuto modo di provarti come sindacalista, sul campo. Ed hai fatto, finalmente, l'esperienza alla Fiom. Insomma, abbiamo scoperto che eri anche capace di fare gli accordi. Hai sempre avuto una formazione politica precisa, improntata dalla tua militanza trozkista, e una curiosità e una capacità di ricerca e di studio notevoli. Basta rileggersi il tuo saggio nel libro «Cento...e uno anni di Fiat», molto bello anche se ha provocato dei problemi all'editore.
Gli anni novanta sono stati quelli delle esperienze comuni, delle discussioni comuni, delle ricerche comuni: di fronte alla crisi del movimento operaio la ricerca delle risposte doveva partire dagli operai o dalla ricostruzione delle forme organizzate? Se «comunista» e «rivoluzionario» non camminavano più assieme, si ripartiva dal declinare «rivoluzionario» o da «comunista» e - eresia - «comunista» aveva ancora senso? E ancora, militante doveva per forza derivare da «militare»? Per noi sindacalisti non era una discussione teorica, non poteva che essere una pratica. Forse per questo sei sempre stato un sindacalista anomalo, che dedicava troppo tempo ai movimenti di critica al liberismo e ai processi di globalizzazione in corso. Ma in questo c'era sempre quel tratto di malignità della burocrazia perché il mestiere del dirigente sindacale lo hai svolto bene, anche in Confederazione. Non lavoriamo a cottimo: quindi gli accordi non si contano, avresti avuto un punteggio tra i più alti. Promuovevi nel salone della Camera del Lavoro la conferenza contro il MAI, la liberalizzazione del commercio di tutto perché tutto doveva diventare merce, e il salone della Cgil si riempiva di giovani impegnati in ONG e in associazioni cattoliche, ma non c'erano i militanti della Cgil. Concorrevi alla costruzione del Social Forum e per la manifestazione di Genova partivano dal piazzale antistante la Cgil di Torino 34 autobus. In questo caso i militanti della Fiom c'erano e c'erano anche molti militanti della Cgil. Ma, soprattutto, c'erano centinaia e centinaia di giovani. È diventato naturale allora coordinare con altri il comitato «Torino contro la guerra»: tutti ti riconoscevano sensibilità, equilibrio, capacità. Anche a tutti loro mancherai, mancherai al movimento contro la guerra che deve proseguire la sua azione. Hai vissuto direttamente l'esclusione sociale del 1980 e ti è stato più facile guardare al mondo e alle sue contraddizioni, consapevole, protagonista e testimone vorrei dire, della necessità di costruire un movimento planetario di critica e di lotta alle distorsioni culturali, sociali ed economiche del processo di globalizzazione fondato sul liberismo. In questa direzione hai dato molto di te, della tua esistenza. Ma anche in questo hai innovato, i rapporti umani e personali, a partire da quelli con Doriana, non sono mai scaduti in secondo piano, sempre venuti prima dell'essere dirigente. E qualche passo in avanti lo abbiamo fatto, possiamo ora continuare lavorare per una nuova militanza. Così ti ricorderemo. Costituendo un fondo «per Raffaello» (Banca Intesa Bci c/c: 177181/90; cab: 9483, Abi 3069, cin R, causale «per Raffaello») per concorrere, simbolicamente ma concretamente, ad aiutare chi, nel mondo, si batte contro l'esclusione sociale, le aggressioni alla natura, la violenza e la guerra e ne paga dei prezzi per sé e per la propria famiglia. Guardando ai nuovi militanti sindacali e sociali che agiscono contro questo liberismo. Lo faremo, ma ci mancherai.
* Cgil Torino
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