La società spaccata in due
.... Nel vuoto che si è creato tra un’élite egoista e una plebe malata bisogna immaginare una vita più consapevole, naturale, poetica, e sperare che cresca.
data: 18 Novembre 2003
autore: Marco Lodoli

Alcuni pensieri si insinuano in noi un po’ per volta, scavalcando ogni resistenza culturale, ogni guardinga abitudine. Come ostinati piazzisti, i pensieri mettono un piede di traverso in modo che non si possa più chiudere la porta, e iniziano a parlare, a sciorinare prove su prove, a convincerci. In breve ci sono dentro e noi dobbiamo fare i conti con quelle novità di cui avremmo tanto voluto fare a meno. Insomma, oggi mi ritrovo con un pensiero sgradevole nella mente, qualcosa che può sembrare offensivo, scorrettissimo, ingiusto, ma che temo corrisponda alla verità dei fatti.


In breve: sono convinto che la società italiana si stia spaccando in due, da un lato una minoranza di persone che puntano cinicamente a un’eccellenza, dall’altra una maggioranza frastornata che rischia di trasformarsi in nuova plebe.

Per decenni c’è stato un progressivo miglioramento della società, le differenze tra le classi si attenuavano, quasi tutti gli italiani erano convinti che tramite il lavoro, l’impegno, lo studio e la partecipazione le cose sarebbero mutate positivamente. Il padre muratore o tranviere si sacrificava affinché il figlio potesse fare l’università, era orgoglioso di vedere il suo ragazzo chino sui libri acquistati con fatica.

D’altra parte molti giovani borghesi capivano che non dovevano essere ricchi e spietati come i loro genitori, che bisognava colmare le differenze, perché si viaggiava tutti sulla stessa nave. Un idealismo, a volte confuso e sognatore, spingeva verso un mondo senza ingiuste separazioni, dove tutti quanti potessero avere gli stessi strumenti per affrontare la vita, dove si potesse crescere insieme.

Ricordo che i primi libri importanti – Garcia Marquez, Brecht, Majakovski, Pasolini – e i primi bei dischi – Coltrane, Parker, Brel, De André – mi furono prestati da ragazzi che erano figli di operai dei cantieri navali di Monfalcone, il paese dove viveva mia nonna. Di soldi da sperperare non parlava mai nessuno, nessuno pensava al successo individuale come via di fuga, nessun giovane imparava niente dalla televisione, che era solo un elettrodomestico buttato in un angolo.

Come dice Wallace Stevens, la nobiltà era un dovere. Qualcosa di inspiegabile, un oscuro imperativo interiore, obbligava i ragazzi italiani ad arrampicarsi sulla quercia più grande, a sfidare le difficoltà per arrivare in alto, per vedere meglio, capire di più, respirare un’aria più fresca. Qualcuno cadeva o si perdeva tra i rami, ma i più imparavano a pensare alla vita in modo più ampio e generoso.

A un certo punto, verso i primi anni Ottanta, qualcosa è cambiato, e in modo abbastanza brusco. Non voglio annoiarvi con la storia degli ultimi vent’anni, ricordare ciò che tutti sanno benissimo, l’invasione dell’immaginario televisivo, l’escalation dei creativi e dei pubblicitari, lo sgretolamento sociale, la trionfale cavalcata di Berlusconi, la carica forsennata di nuove parole d’ordine come successo, moda, trasgressione, competitività etc.: fatto sta che in brevissimo tempo gran parte degli italiani è diventata massa e poi plebe. Ognuno di noi s’è fatto più furbo e più stupido, più aggressivo e più pigro, più solo. Sette tra le dieci medicine più vendute in Italia sono ansiolitici.

Ma che altro è accaduto? È accaduto che la distanza tra chi investe su se stesso e chi vive nello stordimento è spaventosamente aumentata. Brutalmente: si è ampliato il crepaccio tra i ricchi e i poveri. I giovani rampolli della borghesia ora studiano all’estero, frequentano stage e università di prestigio, puntano a carriere internazionali, del tutto indifferenti ai guai degli altri. Hanno delle possibilità e le sfruttano fino in fondo, salgono sulle poche scialuppe disponibili lasciando che la nave dei miserabili affondi, accompagnata solo da un trallalà di musichette idiote. La plebe non si accorge più di nulla, neanche di quanto la nave si è inclinata.

Ho il sospetto che questo abbrutimento generale sia stato in gran parte pilotato, perché la plebe crea meno problemi, non protesta, non immagina mondi diversi, consuma e basta, rumina balle avvelenate nelle stalle e negli stadi. E allora avanti con i comici, il calcio sette sere su sette, le belle figliole ghepardate, e se qualcuno ha ancora qualche smanietta ci sono sempre i tatuaggi, i piercing, la cocaina, le palestre per placare l’insoddisfazione, per inventare a buon mercato una diversità.

Ormai è così, i ricchi hanno fiutato l’aria pestilenziale e hanno ripreso il largo, ormai fanno parte di una società sovranazionale e tirano dritti per occupare i posti migliori. La plebe ha perso ogni riferimento, sopravvive nell’inganno tra telefonini da rinnovare e schifezze sempre più assurde da digerire.

Di qui l’esigenza di radunarsi in piccole comunità cementate dal rispetto per la ragione, il buon senso e la bellezza. E forse in esse, in mezzo al generale abbrutimento, sopravviverà persino la poesia, divenuta prerogativa dei sani tra gli insani, come un tempo lo era degli insani tra i sani: così scriveva Milosz, premio Nobel per la letteratura, invitando a una resistenza non puramente moralistica.

Mentre i ricchi fuggono lungo le vie del privilegio e le masse impazziscono nella palude del nuovo nichilismo, qualche spirito lucido dovrà iniziare a indicare un’altra strada, che ci allontani dalla follia. Nel vuoto che si è creato tra un’élite egoista e una plebe malata bisogna immaginare una vita più consapevole, naturale, poetica, e sperare che cresca.